Per chi c’è già, per chi vorrebbe fermarsi qualche mese e per chi sogna di trasferirsi. Tre ricerche NOMAG ci aiutano a capire che cosa manca.
A quanto pare, abbiamo battuto anche la Spagna. Il Ministero del Turismo festeggia il risultato del 2025: 535,5 milioni di presenze nelle strutture ricettive italiane, un nuovo record e, secondo i dati diffusi, il sorpasso sui principali concorrenti europei. Una notizia importante, che conferma la straordinaria capacità dell’Italia di attrarre visitatori e di trasformare questa attrattività in attività economica.
Benissimo. Applausi meritati.
Ora, però, vorrei fare una domanda leggermente meno celebrativa: visto che siamo così bravi a convincere il mondo a venire in Italia, non sarebbe il momento di diventare altrettanto bravi a rendergli possibile viverci?
Non mi riferisco soltanto ai turisti che magari vorrebbero tornare. Parlo delle persone che già abitano nei nostri territori, di quelle che vorrebbero trascorrerci qualche mese lavorando da remoto e di quelle che, dopo averci conosciuto e amato, stanno seriamente considerando di trasferirsi.
Sono tre pubblici diversi, con esigenze differenti, ma accomunati da un problema: tra l’Italia che immaginiamo e quella che dobbiamo organizzare nella vita quotidiana esiste ancora una distanza considerevole. Ed è proprio questa distanza che abbiamo cercato di analizzare nei primi tre volumi di NOMAG Research Books, presentati a Roma lo scorso settembre.
Prima di tutto, chi in Italia ci vive già
Il primo rischio è quello di confondere il successo di una destinazione con quello di una comunità. Un piccolo comune può essere fotografatissimo, attirare visitatori, vendere qualche immobile a stranieri e continuare contemporaneamente a perdere abitanti, attività commerciali e servizi essenziali.
Nel nostro libro Il vero effetto delle case a 1 euro abbiamo studiato cinque comuni italiani protagonisti di iniziative diventate celebri nel mondo. I risultati mostrano che visibilità internazionale, compravendite, ristrutturazioni e nuove residenze sono fenomeni diversi. Tutti potenzialmente utili, ma non intercambiabili. In tutti e cinque i comuni esaminati, per esempio, la popolazione continua a diminuire nel periodo osservato.
Non significa che quelle iniziative siano fallite. Anzi, in alcuni casi hanno generato effetti economici e immobiliari interessanti, anche oltre le abitazioni simbolicamente vendute a un euro. Significa però che attirare compratori non equivale automaticamente a ricostruire una comunità.
Se vogliamo territori vivi, dobbiamo preoccuparci di chi già li abita: abitazioni accessibili, collegamenti, sanità, scuole, occasioni di lavoro, commercio e servizi. Il turismo può contribuire a sostenere tutto questo, ma non può sostituirlo. E soprattutto non possiamo trasformare ogni casa in una potenziale struttura ricettiva e poi stupirci se diventa difficile trovare un posto in cui vivere.
Poi c’è chi vorrebbe venire, ma non soltanto in vacanza
Il secondo pubblico è quello dei professionisti internazionali, digital nomad e remote worker, che potrebbero scegliere l’Italia come base temporanea.
Nel libro Digital Nomad: finalmente anche in Italia… almeno per un po’, basato sulle risposte di 1.056 persone del pubblico internazionale NOMAG, emerge un quadro piuttosto lontano dallo stereotipo del ventenne con il laptop sulla spiaggia.
Il 66,8% vorrebbe trascorrere idealmente da uno a tre mesi in Italia. Nella scelta della destinazione, il 65,8% indica trasporti e accessibilità, il 59,8% sanità e servizi quotidiani e il 45,5% internet affidabile e spazi di lavoro. E quasi un quarto dei rispondenti ha preso in considerazione l’Italia per poi rinunciarvi.
Insomma, non basta organizzare un festival del nomadismo digitale, inaugurare un coworking o pubblicare la fotografia di una splendida terrazza vista mare. Se quella terrazza non ha una connessione decente, se trovare una sistemazione per tre mesi è complicato e se spostarsi richiede necessariamente un’automobile, il potenziale residente temporaneo potrebbe scegliere altrove.
E sarebbe un’occasione persa, soprattutto per quei territori che hanno bisogno di attività economica anche fuori dalla stagione turistica. Ma servono soluzioni compatibili con le esigenze e i costi di chi ci vive tutto l’anno, non un nuovo mercato immobiliare costruito esclusivamente attorno a chi può spendere di più.
Infine, chi ha deciso che l’Italia potrebbe diventare casa
Il terzo caso è forse il più interessante, perché riguarda chi il salto lo ha già fatto.
Con RELOCALS – Risultati preliminari abbiamo iniziato a studiare le esperienze di persone nate all’estero che hanno scelto di vivere in Italia. I primi 103 partecipanti raccontano una realtà fatta di entusiasmo, ma anche di difficoltà molto concrete.
Il 64,1% è rimasto più a lungo di quanto avesse inizialmente previsto. Segno che l’Italia, anche dopo la fine della vacanza e l’inizio della vita ordinaria, continua ad avere un potere di attrazione considerevole.
Eppure, tra i problemi più citati compaiono il lavoro e la casa, entrambi al 78,6%, la burocrazia al 76,7% e i trasporti al 74,8%. Inoltre, il 65% dichiara di non essere mai stato coinvolto da istituzioni, organizzazioni o imprese italiane per valorizzare competenze, esperienze e prospettive internazionali.
Sono dati preliminari, relativi a un gruppo specifico e non rappresentativi dell’intera popolazione straniera residente. Ma pongono una questione molto concreta: che cosa facciamo, come Paese, dopo che qualcuno ha deciso di venire a vivere da noi?
Abbiamo programmi per attrarre visitatori, incentivi per acquistare immobili, iniziative per promuovere destinazioni. Molto meno spesso troviamo percorsi capaci di accompagnare chi vuole trasferirsi, lavorare, aprire un’attività, integrarsi nella comunità e contribuire alla sua crescita.
È curioso: spendiamo per convincere le persone a venire e poi, una volta arrivate, tendiamo a lasciarle sole con la burocrazia.
Dal turismo alla vivibilità: il vero salto di qualità
Le tre ricerche raccontano, da prospettive diverse, una medesima opportunità. L’Italia possiede già qualcosa che molti altri Paesi spendono enormi risorse per costruire: una desiderabilità internazionale fortissima.
Non dobbiamo inventare il fascino dell’Italia. Dobbiamo renderlo più facile da vivere.
Questo significa passare dalla semplice promozione turistica a politiche territoriali che tengano insieme residenzialità, servizi, mobilità, lavoro, abitazioni e nuove comunità. Significa considerare chi arriva dall’estero non soltanto come un cliente o un acquirente, ma anche come un possibile vicino, professionista, imprenditore, contribuente e partecipante alla vita locale.
E non è necessario che tutti si trasferiscano definitivamente. Un soggiorno di tre mesi, una seconda casa utilizzata con continuità, un’impresa internazionale che sceglie un piccolo comune o una famiglia che decide di stabilirvisi possono generare benefici differenti, purché sappiamo comprenderli e gestirli.
Soprattutto, questo approccio non deve contrapporre i nuovi arrivati agli abitanti storici. Un territorio che funziona meglio per chi ci vive sarà quasi certamente più interessante anche per chi vuole visitarlo. Il contrario non è altrettanto garantito.
Quindi festeggiamo pure i 535,5 milioni di presenze. È giusto farlo.
Ma il prossimo traguardo dovrebbe essere un altro: non soltanto far sì che sempre più persone vogliano venire in Italia, bensì che sempre più persone, italiane e straniere, possano scegliere di viverci bene.
Perché siamo già bravissimi a far innamorare il mondo dell’Italia.
Adesso sarebbe bello evitare che, una volta trasferitosi qui, il mondo debba scoprire da solo come funziona l’ufficio anagrafe.
I tre volumi di NOMAG Research Books - realizzati con il coinvolgimento di NOMAG, ITS Italy e We the Italians secondo i rispettivi progetti editoriali — sono disponibili con abstract gratuiti e versioni digitali integrali per gli abbonati su ITS Journal e NOMAG.
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