In Italia il declino gode spesso di un vantaggio reputazionale: chi lo racconta appare lucido, chi cerca una possibilità deve prima dimostrare di non essere ingenuo. Quando poi quella possibilità passa attraverso la bellezza, il sospetto arriva quasi da solo. Troppo entusiasmo, troppo sentimento, troppo romanticismo. Come se per essere credibile il racconto di un territorio dovesse conservare una certa dose di rassegnazione.
Il titolo dedicato da Aldo Grasso, su il Corriere della Sera, a Generazione Bellezza, con il richiamo all’«ideologia da Pro Loco», offre uno spunto che va oltre la critica televisiva. Si può discutere qualsiasi programma, naturalmente, e quello di Emilio Casalini non deve essere sottratto al giudizio. Ma quando una formula finisce per mettere sotto sospetto insieme chi racconta e ciò che cerca di raccontare, vale la pena domandarsi se il limite appartenga davvero al racconto o anche allo sguardo che lo riceve.
Generazione Bellezza porta in televisione persone e luoghi attraverso progetti di valorizzazione del patrimonio e delle comunità. Sceglie di cercare energie dove siamo abituati a contare le perdite, e di dare spazio a chi prova a costruire qualcosa. Questa scelta non contiene, in sé, alcuna rinuncia alla realtà. Anche le possibilità appartengono alla realtà, benché facciano meno rumore delle sconfitte e si prestino meno facilmente alle sentenze definitive.
Chi lavora sui territori sa bene quanto poco ci sia di romantico nella quotidianità di queste esperienze. Ci sono edifici da recuperare, risorse da trovare, pratiche che si trascinano, diffidenze da attraversare; ci sono persone che dedicano anni a un progetto senza sapere se riusciranno a sostenerlo. La bellezza che emerge da questo lavoro acquista valore proprio perché passa attraverso gli ostacoli. Non diventa meno vera se qualcuno riesce a farcela vedere.
È qui che l’accusa di romanticismo rischia di mancare il bersaglio. Un racconto televisivo seleziona, monta, cerca un linguaggio e costruisce un’emozione: sono scelte da valutare nel merito, verificando ciò che mostrano e ciò che eventualmente lasciano fuori. Ma l’emozione non basta a trasformare una storia vera in una favola. La bellezza che il programma lascia passare ha persone, luoghi e lavoro dietro di sé. È tutto tranne che fiction.
Anche usare la Pro Loco come misura di una presunta modestia culturale rivela una gerarchia discutibile. Le esperienze associative vanno giudicate per quello che fanno, con i loro meriti e i loro limiti. L’attaccamento a un luogo può certamente diventare autocelebrazione; può anche produrre conoscenza, cura e responsabilità. La vicinanza non rende automaticamente indulgenti, così come il distacco non garantisce profondità.
Il merito di Casalini sta nella scelta di prendere sul serio questa parte d’Italia e di portarla dentro il racconto pubblico. Far vedere qualcuno che agisce permette ad altri di riconoscere una possibilità, di confrontarsi con un’esperienza, magari di cominciare. Non occorre attribuire a una trasmissione poteri salvifici per riconoscere quanto conti questo passaggio in un Paese che sa spiegare molto bene perché le cose non cambieranno.
A chi fa paura, allora, la bellezza? La domanda è provocatoria, ma riguarda un’abitudine concreta: cercare subito l’ingenuità in chi lascia spazio alla fiducia. Certo, non è tutto romantico. Anzi, spesso lo è pochissimo. Ed è proprio per questo che raccontare la bellezza può essere un esercizio di realismo: significa riuscire a vederla anche dentro la fatica, invece di considerare la fatica l’unica cosa degna di essere raccontata.
Riferimenti: Generazione Bellezza — RaiPlay. Spunto della discussione: titolo della critica di Aldo Grasso fornito nello screenshot; il commento non attribuisce al critico argomentazioni ulteriori rispetto al titolo.



