Un articolo di Nicola Catenaro, pubblicato oggi sul Corriere della Sera, racconta BoostAbruzzo, l’iniziativa promossa da Fabrizio Palmucci e nata nel 2020 per mettere in relazione professionisti abruzzesi che vivono o lavorano fuori regione e all’estero con studenti, giovani professionisti, startup e imprese del territorio.
L’associazione, partita da cinque persone, conta oggi circa 200 mentor e una community di oltre 2.000 persone. Offre occasioni di mentoring e formazione e ha recentemente coinvolto 25 ragazzi dell’Università dell’Aquila in un percorso di tre mesi, concluso con “Arvì – Abruzzesi che ritornano”, durante il quale alcuni progetti sono stati presentati a manager e investitori.
Sono numeri interessanti, anche se da soli non permettono ancora di misurare quanti posti di lavoro, nuove imprese o effettivi rientri siano stati prodotti dall’iniziativa. La parte più interessante della storia, almeno dal nostro punto di vista, è però un’altra: il tentativo di costruire una relazione stabile tra il talento che è rimasto, quello che è partito e quello che potrebbe decidere di tornare.
Per molti anni abbiamo raccontato la mobilità dei giovani italiani quasi esclusivamente attraverso l’espressione “fuga dei cervelli”. Se una persona qualificata lascia l’Italia per Londra, Bruxelles, Berlino o New York, il territorio avrebbe perso un talento; se quella stessa persona torna dopo dieci o quindici anni, il racconto tende invece a trasformarla in qualcuno che decide di “restituire” alla propria terra ciò che ha ricevuto altrove.
È una rappresentazione comprensibile, ma rischia di non cogliere una parte importante di ciò che sta accadendo.
Chi torna non deve necessariamente farlo per nostalgia, appartenenza o spirito di sacrificio. Può tornare perché, dopo avere vissuto e lavorato altrove, guarda il proprio territorio con strumenti diversi e vi riconosce opportunità che prima non vedeva. L’esperienza internazionale può cambiare non soltanto le competenze di una persona, ma anche la sua capacità di leggere un luogo, individuarne i bisogni e immaginare attività che per chi vi è sempre vissuto possono apparire meno evidenti.
Da questa prospettiva, partire non rappresenta necessariamente una perdita definitiva. Chi trascorre anni all’estero può costruire competenze, relazioni, credibilità professionale, accesso a mercati e una cultura del lavoro che, in forme differenti, possono successivamente tornare a produrre valore nel territorio di origine.
Le storie raccontate nell’articolo del Corriere sono significative proprio per questo. Ci sono professionisti che hanno lavorato nel Regno Unito, in Belgio e in contesti internazionali, alcuni dei quali sono rientrati in Italia mentre altri continuano a vivere fuori mantenendo un rapporto con l’Abruzzo. BoostAbruzzo prova a trasformare queste traiettorie individuali in una rete, mettendo le esperienze maturate altrove a disposizione di chi sta costruendo oggi il proprio percorso nel territorio.
È qui che il concetto di brain circulation diventa probabilmente più utile di quello, ormai molto abusato, di brain drain.
La brain circulation non presuppone che tutti debbano tornare, né considera un fallimento la scelta di continuare a vivere all’estero. Significa piuttosto riconoscere che il capitale umano può muoversi, creare connessioni tra luoghi diversi e, in alcuni casi, rientrare con un valore maggiore rispetto a quello con cui era partito. Una persona può vivere a Bruxelles e fare mentoring a un giovane imprenditore dell’Aquila, può lavorare a Londra e investire in un progetto abruzzese oppure può decidere, dopo anni, che proprio in Abruzzo esistono oggi le condizioni per costruire la fase successiva della propria vita professionale.
In questo senso, iniziative come BoostAbruzzo pongono una domanda interessante anche a chi si occupa di sviluppo territoriale. Forse l’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente convincere i giovani a non partire, perché una parte della loro formazione e della loro crescita può avvenire proprio grazie alla possibilità di muoversi. La sfida è piuttosto evitare che la partenza interrompa definitivamente il rapporto con il territorio.
Questo significa mantenere reti, creare occasioni di collaborazione e soprattutto rendere credibile la possibilità del ritorno. Perché il mentoring può tenere aperta una relazione, ma per trasformare quella relazione in un rientro servono anche lavoro, imprese, servizi, infrastrutture, accesso alla casa, qualità della vita e un contesto nel quale una persona con esperienza internazionale possa trovare spazio per ciò che sa fare.
È anche per questo che sarebbe interessante, nel tempo, misurare iniziative come BoostAbruzzo non soltanto attraverso il numero di mentor o di persone coinvolte, ma verificando quanti progetti riescano a trasformarsi in imprese, quanti rapporti professionali nascano dalla rete e quanti rientri essa riesca concretamente ad accompagnare. Sarebbe il passaggio dalla buona intuizione alla dimostrazione del suo impatto.
La questione, comunque, va molto oltre l’Abruzzo. Se vogliamo parlare seriamente di attrazione e circolazione dei talenti in Italia, probabilmente dobbiamo smettere di considerare la partenza come una sconfitta e il ritorno come un gesto eroico. Un territorio diventa realmente attrattivo quando riesce a valorizzare chi è già lì, a mantenere un rapporto con chi se ne va e, soprattutto, a offrire a chi guarda nuovamente all’Italia dall’estero ragioni sufficientemente concrete per prendere in considerazione il ritorno.
È forse questa la domanda più interessante sollevata dall’esperienza di BoostAbruzzo: non soltanto come trattenere il talento, ma come fare in modo che continui a vedere nel proprio territorio qualcosa che vale la pena costruire.



