A Roma, negli studi di Cinecittà, cominciano oggi gli Stati Generali dei Borghi del PNRR Cultura. Tre giornate dedicate ai 315 Comuni coinvolti nell’Investimento “Attrattività dei borghi”, alla presenza di ministri, rappresentanti europei, amministratori locali e numerosi protagonisti istituzionali. L’obiettivo dichiarato è condividere i risultati raggiunti e discutere il futuro dei piccoli Comuni. Il programma ufficiale parla di rigenerazione, reti, opportunità, vivibilità, comunità, nuove economie e gestione nel lungo periodo.
Per chi avesse problemi di insonnia è possibile seguire gli interventi in diretta o guardare la registrazione sull’apposito canale YouTube.
In preda ad una crisi morale (ho ritenuto, infatti, fosse mio dovere seguire il tutto), mi sono auto-inflitto questo esercizio e ho seguito la diretta della prima giornata. Una passerella di ministri, funzionari e giornalisti che nemmeno a Sanremo o alla cerimonia degli Oscar.
Quando si parla di borghi, ricordiamocelo, siamo tutti più buoni. Addirittura sono ‘Piccoli Borghi’. L’equivalente demografico dei gattini su Instagram. Tutti dalla stessa parte e tutti romanticamente coinvolti con la memoria rivolta a qualche settimana fa, visto che, probabilmente, gran parte di questi signori ha passato le proprie ferie in questi luoghi - cosa che inevitabilmente li rende tutti esperti pronti a pontificare. Parole tutte condivisibili. Forse fin troppo.
Perché quando una manifestazione istituzionale mette in fila tutti i termini più rassicuranti del vocabolario - cultura, turismo, comunità, identità, attrattività, rigenerazione, partecipazione, innovazione - il rischio è che la lingua finisca per sostituire la realtà. E che la celebrazione dei risultati (o meglio dei soldi spesi sperando di avere qualche effetto) diventi più importante dei risultati stessi.
Dalle slide presentate emerge un dato certamente rilevante: sul programma da 1,02 miliardi di euro risultano conclusi 3.647 interventi su 3.737, pari al 97,59 per cento.
La Linea A presenta 410 interventi conclusi su 447; la Linea B 3.237 su 3.290. Sono numeri che raccontano lo stato amministrativo e finanziario di un programma. Ma non dicono ancora abbastanza sulla sua efficacia.
Un intervento concluso non coincide automaticamente con un borgo ripopolato. Un edificio recuperato non equivale a un servizio riaperto. Un evento culturale non produce necessariamente residenti, lavoro stabile o una nuova economia locale. E la capacità di spendere le risorse entro le scadenze europee, per quanto importante, non può diventare l’unico indicatore del successo.
La domanda vera è un’altra: che cosa resterà nei borghi quando finiranno i finanziamenti?
Resteranno imprese capaci di stare sul mercato? Servizi essenziali? Scuole aperte? Medici, trasporti, connessioni, abitazioni accessibili? Nuovi residenti che abbiano scelto di vivere davvero in quei luoghi? Oppure resteranno soprattutto immobili ristrutturati, iniziative concluse, rendicontazioni impeccabili e una serie di fotografie istituzionali?
È qui che il messaggio di UNCEM merita di essere ascoltato e sostenuto. Perché chi rappresenta i piccoli Comuni conosce bene la differenza tra un progetto formalmente realizzato e una comunità realmente rafforzata. Le slide stesse del Ministero riconoscono le difficoltà: carenza di personale, complessità delle procedure, scarsa esperienza nella gestione dei fondi europei e difficoltà amministrative. Non è una colpa dei sindaci. È la prova che, senza un accompagnamento permanente e senza una politica ordinaria per i territori, il PNRR rischia di produrre episodi isolati invece di trasformazioni durature.
Da parte nostra, come ITS ITALY, preferiamo rimanere a lavorare sul territorio invece di partecipare all’ennesima autocelebrazione dei risultati. Non perché i risultati non contino, ma perché vanno verificati nella vita quotidiana di chi resta, arriva, apre un’attività, cerca una casa, manda i figli a scuola e prova a costruire un futuro in un piccolo Comune. Per il momento sono solo assegni staccati, buoni propositi e poco fango sugli scarponi. Noi preferiamo la parte sporca di questo lavoro, soprattutto visto che di questi soldi, nonostante gli investimenti che abbiamo portato in oltre 20 comuni, non ne abbiamo beneficiato in alcun modo.
Siamo oggi in Toscana, ieri eravamo in Puglia e domani saremo nelle Marche. Ogni giorno incontriamo sindaci, associazioni, imprese, nuovi residenti, cittadini italiani e immigrati, persone che cercano soluzioni concrete dentro problemi spesso molto poco fotogenici. Questioni abitative, servizi che mancano, connessioni insufficienti, burocrazia, trasporti, lavoro, diffidenza, solitudine e conflitti locali.
Ogni giorno siamo in cantieri e ci godiamo le beghe di paese e le traduciamo ai nuovi residenti.
Non lavoriamo soltanto da Roma, Londra o New York. Lavoriamo con le persone che vivono nei territori e con le amministrazioni che devono affrontare quei problemi quando le telecamere se ne sono già andate. Le nostre newsletter raggiungono centinaia di migliaia di persone e le nostre ricerche provano a osservare ciò che accade dal basso: non soltanto ciò che viene raccontato nelle conferenze, ma ciò che emerge dalle esperienze concrete.
E da quella prospettiva vediamo spesso qualcosa di diverso.
Vediamo che la cultura può essere una leva straordinaria, ma non può sostituire i servizi. Vediamo che il turismo può aiutare, ma non può diventare l’unica risposta allo spopolamento. Vediamo che un borgo può essere attrattivo per un fine settimana e invivibile per dodici mesi. Vediamo che “nuovi residenti” non significa automaticamente comunità integrata - anche perché si parla di attrarre migliaia di stranieri ricchi e ci dimentichiamo di milioni di immigrati che già ci vivono e lavorano. E vediamo che parlare di ripopolamento senza distinguere tra visitatori, proprietari non residenti, abitanti temporanei e persone che lavorano stabilmente in un luogo può produrre narrazioni molto persuasive, ma poco utili.
Per questo rivolgiamo alle istituzioni una richiesta semplice: festeggiate pure i progetti conclusi, ma non fermatevi lì.
Pubblicate dati sugli effetti. Misurate quanti residenti sono arrivati e quanti sono rimasti. Quante imprese continuano a operare dopo la fine del contributo. Quanti servizi sono stati salvati o creati. Quanti posti di lavoro sono realmente attivi. Quante case sono tornate disponibili per chi vuole abitare nei borghi, non soltanto per chi vuole trascorrervi qualche giorno. E soprattutto: dite con chiarezza che cosa non ha funzionato.
Non servono altre pacche sulle spalle. Servono manutenzione, continuità, valutazione indipendente e ascolto.
A chi lavora nei ministeri, nelle Regioni e negli uffici centrali chiediamo di non confondere la rappresentazione dei territori con il loro governo. A chi sta nei borghi chiediamo di continuare a parlare, anche quando il racconto ufficiale preferirebbe soltanto storie di successo.
Noi continueremo a stare lì: con i sindaci, con le associazioni, con le imprese, con i piccoli nuovi residenti e con le comunità che ogni giorno cercano di tenere insieme pezzi spesso fragili.
Il PNRR ha speso molti soldi. Ora comincia la parte più difficile: capire se quei soldi hanno davvero cambiato la vita delle persone.
E per questo l’appello di realtà come UNCEM sono per noi un riferimento molto più utile di una passerella a Cinecittà.
Non vogliatecene.
Se avete bisogno sapete dove trovarci.






