Case a un euro, bonus e altre favole d’agosto: i borghi si ripopolano soltanto sui giornali
Il Sole mette insieme bonus bebé, rimborsi fiscali, ruderi e impianti, chiamandoli “strategie contro lo spopolamento”. Ma stanziamenti, richieste e nuovi residenti sono tre cose completamente diverse.
Ad agosto, complice il buco di notizie e il romanticismo bucolico della vacanza al paesino, sui giornali spuntano regolarmente certe brutture: case a un euro pronte ad aspettarci, borghi che pagherebbero pur di avere nuovi abitanti, bonus per chi trasferisce la residenza e paesi apparentemente salvati dall’estinzione grazie a qualche milione stanziato da una Regione. Per qualche giorno sembra quasi che il problema delle aree interne italiane sia stato finalmente risolto, possibilmente tra una sagra e una fotografia al tramonto, e che per invertire decenni di declino demografico sia sufficiente distribuire assegni, restaurare qualche facciata e pubblicare un bando con un titolo accattivante.
Il 17 agosto è toccato al Sole 24 Ore, che in un articolo intitolato “Dagli incentivi per i nuovi residenti al rimborso Irpef, le strategie in campo contro lo spopolamento” ha raccolto misure adottate da Sardegna, Trentino, Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia e Sicilia. Il problema non è che quelle misure non esistano, né che sia sempre sbagliato finanziarle. Il problema è chiamare “strategie” un inventario di stanziamenti non confrontabili, alcuni descritti in maniera incompleta o materialmente imprecisa, senza riportare un solo dato su persone effettivamente trasferite, durata della loro permanenza, imprese ancora aperte, servizi mantenuti e costo sostenuto per ogni nuovo residente stabile. Ora vi spiego perché.
Prima di curare lo spopolamento bisognerebbe almeno sapere che cosa sia
Lo spopolamento non è un unico fenomeno e non coincide semplicemente con l’“abbandono” dei paesi. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355mila bambini e sono morte 652mila persone: il saldo naturale è stato negativo per circa 296mila unità. Il saldo migratorio con l’estero, quasi altrettanto positivo, ha evitato una consistente diminuzione della popolazione complessiva. Esistono poi i trasferimenti tra comuni, l’emigrazione verso l’estero e la diversa capacità dei territori di attrarre cittadini stranieri. Confondere tutti questi fenomeni significa mescolare cause differenti e, di conseguenza, anche le possibili risposte. Un bonus bebé, un incentivo per acquistare una casa e il finanziamento di un negozio di alimentari non sono tre versioni della stessa politica. Istat, Indicatori demografici 2025
Anche la soglia dei 5mila abitanti viene utilizzata come se fosse una diagnosi. I comuni fino a 5mila residenti rappresentano circa il 70% dei comuni italiani, ma nel 2024 poco meno di sei su dieci hanno perso popolazione: significa che oltre quattro su dieci non l’hanno persa. Nello stesso anno hanno registrato una diminuzione anche 27 dei 44 comuni italiani con più di 100mila abitanti. “Piccolo comune”, “area interna”, “comune montano” e “territorio in declino” non sono sinonimi. La Strategia nazionale per le aree interne classifica infatti i territori sulla base della distanza dai principali servizi di istruzione, mobilità e assistenza sociosanitaria, non contando semplicemente quanti abitanti abbiano. Istat, Censimento e dinamica della popolazione 2024, Strategia nazionale per le aree interne
Tra il 2011 e il 2021 la popolazione è diminuita dello 0,3% nei poli? No: nei comuni polo è aumentata dello 0,3%, mentre è scesa del 4,6% nelle aree interne, del 6% nei comuni periferici e del 7,2% in quelli ultraperiferici. Ancora più grave è stata la contrazione della popolazione minorenne, arrivata al 17,7% nei territori ultraperiferici. Questi numeri descrivono un problema strutturale fatto di invecchiamento, scarsa accessibilità, partenza dei giovani e debolezza delle economie locali; non una promozione commerciale alla quale manchi soltanto un’offerta abbastanza allettante. Istat, Rapporto annuale 2025
Milioni messi in fila senza dire che cosa finanzino davvero
I 10 milioni attribuiti dal Sole al “Trentino-Alto Adige” non sono stati stanziati dalla Regione, ma dalla Provincia autonoma di Trento. Il programma riguarda 32 comuni e prevede il recupero di immobili esistenti, con l’obbligo di stabilirvi la residenza oppure di affittarli a canone moderato a persone che trasferiscano la residenza per almeno dieci anni. È una misura sperimentale, con condizioni piuttosto rigorose, non un generico regalo a chi decida di comprare una casa in montagna. Provincia autonoma di Trento
Il piano laziale citato con grande vaghezza vale complessivamente 900mila euro: 450mila destinati alla natalità e alla genitorialità in alcuni comuni fino a 2mila abitanti e altri 450mila alla digitalizzazione georeferenziata degli strumenti di pianificazione urbanistica nei comuni fino a 5mila. Digitalizzare le mappe può essere utile alle amministrazioni, ma presentarlo implicitamente come uno strumento capace di richiamare nuovi residenti richiede una certa fantasia. Regione Lazio
In Piemonte, dietro il titolo giornalistico “Comunità montane da salvare”, troviamo un bando da 1,44 milioni di euro, finanziato con risorse statali, per realizzare o riqualificare percorsi ludico-sportivi, spazi per scuole prive di palestra e aree attrezzate all’aperto. Possono partecipare tutti i comuni piemontesi fino a 15mila abitanti e le loro unioni, non soltanto comunità montane o territori in spopolamento. Lo sport di base merita certamente di essere sostenuto, ma un bando per attrezzature sportive non diventa una politica demografica semplicemente perché il titolo dell’articolo lo colloca sotto quell’etichetta. Regione Piemonte
La Puglia ha invece programmato oltre 75 milioni di fondi FESR-FSE+ per cinque aree interne, 55 comuni e circa 230mila abitanti. È probabilmente l’intervento più organico tra quelli citati, perché comprende servizi di comunità, spazi collettivi, attività economiche, ospitalità, formazione e capacità amministrativa. Tuttavia, la stessa Regione precisa che le cinque aree dovranno ora definire o aggiornare le proprie strategie territoriali e individuare i progetti: siamo quindi davanti a risorse programmate, non a 75 milioni già trasformati in servizi o nuovi abitanti. Questa distinzione elementare tra annuncio, programmazione, impegno, spesa e risultato nell’articolo non compare. Regione Puglia
La Sardegna, dove gli incentivi esistono già ma la popolazione continua a diminuire
La Sardegna ha appena destinato 56 milioni nel triennio agli under 40 che trasferiscono la residenza nell’isola, ma non parte certamente da zero. Per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa nei comuni sotto i 3mila abitanti la Regione aveva già stanziato 15 milioni per ciascuno degli anni 2022, 2023 e 2024, aggiungendo altri 10 milioni al 2023 e 15 milioni per il 2025: in tutto 70 milioni. I beneficiari possono ricevere fino a 15mila euro, entro il 50% della spesa, e devono mantenere la residenza nell’abitazione per almeno cinque anni. Regione Sardegna
Nel 2025 la Sardegna ha però perso il 5,1 per mille della propria popolazione, risultando la terza regione col calo più grave dopo Basilicata e Molise. Nel 2024 aveva un’età media di 49,2 anni e 283 persone con almeno 65 anni ogni 100 giovani sotto i 15. Questi dati non dimostrano automaticamente che i contributi siano stati inutili, perché non sappiamo che cosa sarebbe accaduto senza di essi e non disponiamo di un’analisi controfattuale. Dimostrano però che nessuno può presentare lo stanziamento di denaro come prova di un’inversione di tendenza. Per farlo servirebbero dati sulle domande ammesse, sulle somme effettivamente erogate, sulla provenienza dei beneficiari, sui trasferimenti che si sarebbero verificati comunque e soprattutto sulla permanenza dopo cinque o dieci anni. Il Sole non ne riporta nemmeno uno.
Questa omissione è ancora più significativa perché nel comunicato finale sulla manovra la Regione cita anche 10 milioni destinati al progetto “Destinazione Nomadi Digitali”, volto a creare una rete di comuni dotati di spazi, servizi e condizioni per vivere e lavorare a distanza. Al di là del nome discutibile, è almeno il riconoscimento del fatto che non basta trasferire una residenza: occorre costruire condizioni di abitabilità. Proprio la parte più vicina a una strategia, però, sparisce dall’articolo, mentre rimangono i bonus più facili da trasformare in titolo. Regione Sardegna, variazione di bilancio 2026-2028
Ollolai: 150mila richieste, una decina di vendite e 164 residenti in meno
Poi arriva Ollolai, ormai presenza obbligatoria in qualunque articolo estivo sui borghi, con le sue celebri case a un euro “a chi prende la residenza in paese”. In una sola frase vengono confusi almeno tre programmi diversi: la vendita simbolica di ruderi da ristrutturare, avviata circa dieci anni fa; una successiva iniziativa di affitto a un euro collegata al trasferimento della residenza; e i contributi regionali fino a 15mila euro per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa. Nel progetto originario di vendita il punto centrale non era la residenza, ma l’obbligo di recuperare l’immobile entro tre anni, sostenendo costi notarili, tecnici, edilizi e una garanzia. La casa costa formalmente un euro perché, nelle condizioni in cui si trova, il prezzo di acquisto è spesso la parte meno rilevante dell’investimento.
Nel dicembre 2024, dopo quasi dieci anni di esposizione internazionale, le vendite effettivamente andate a buon fine erano nove, quasi una all’anno; alcuni immobili erano tornati ai precedenti proprietari perché gli acquirenti non avevano completato i lavori nei tempi previsti. Nel maggio 2026 il sindaco parlava di “una decina in tutto”, mentre l’insieme delle operazioni promozionali di Ollolai aveva raccolto 150mila richieste o manifestazioni d’interesse. Le richieste, evidentemente, non sono contratti, i contratti non sono ristrutturazioni e le ristrutturazioni non sono necessariamente nuovi residenti. La Nuova Sardegna, dicembre 2024, La Nuova Sardegna, maggio 2026
Il dato demografico è ancora più eloquente: Ollolai aveva 1.293 residenti alla fine del 2016, 1.143 nel 2024 e 1.129 all’inizio del 2026. Dall’avvio del progetto ha quindi perso 164 abitanti, circa il 12,7% della popolazione. Nel solo 2024 sono nati cinque bambini e sono morte 17 persone. Serie comunale elaborata su dati Istat
Dire questo non significa negare il valore dell’iniziativa. Ollolai ha ottenuto una visibilità internazionale straordinaria con risorse limitate, ha recuperato alcuni immobili e ha accolto persone straniere che frequentano e arricchiscono la comunità. Come operazione di marketing territoriale è stata brillante; come esperienza culturale può essere interessante; come prova dell’efficacia delle case a un euro contro lo spopolamento semplicemente non funziona. Lo ha ammesso lo stesso sindaco, dichiarando che non saranno le case a un euro di Ollolai a risolvere il problema demografico della Sardegna. Il Sole, invece di raccontare questa realtà molto più interessante e contraddittoria, riesuma ancora una volta la favola.
Il rimborso Irpef siciliano non è ciò che sembra leggendo il giornale
Anche la misura siciliana viene descritta lasciando fuori condizioni decisive. Non basta trasferire la residenza dall’estero per ottenere il rimborso del 50% dell’Irpef. Le disposizioni attuative richiedono che il beneficiario, entro dodici mesi, acquisti un immobile in Sicilia oppure realizzi lavori di recupero, restauro o ristrutturazione su un immobile di proprietà. Chi ha trasferito la residenza nel 2026 potrà presentare la prima domanda soltanto tra settembre e dicembre 2027, dopo la dichiarazione dei redditi, perché il contributo viene calcolato sull’imposta effettivamente versata. La percentuale arriva al 60% nei comuni sotto i 5mila abitanti e il beneficio dura tre anni. Regione Siciliana
Anche il tetto di 100mila euro l’anno, molto efficace in un titolo, avrebbe meritato una spiegazione. Seguendo l’esempio numerico fornito dalla stessa Regione, per ottenere il rimborso massimo al 50% occorrerebbe versare almeno 200mila euro di Irpef; con il 60%, almeno 166.667 euro. È quindi anche, e forse soprattutto, uno strumento per attrarre contribuenti con redditi molto elevati e ampliare la base fiscale regionale. È un obiettivo perfettamente legittimo, ma non coincide automaticamente con il ripopolamento dei piccoli comuni: l’aliquota ordinaria si applica in tutta la Sicilia e soltanto la maggiorazione è collegata ai centri sotto i 5mila abitanti.
Avete provato a chiedere che cosa serve davvero?
Nessuno sano di mente trasferisce vita, lavoro, scuola dei figli e relazioni familiari soltanto per ricevere 10mila o 15mila euro. Un incentivo può ridurre il costo di una decisione già possibile o accelerare una scelta già maturata, ma difficilmente rende abitabile un luogo che continua a non esserlo. Se il paese non dispone di un medico raggiungibile, di una connessione affidabile, di un negozio aperto in inverno, di un trasporto, di una scuola, di un’abitazione riscaldabile e di qualcuno che aiuti con le necessità quotidiane, il bonus rischia di attrarre soprattutto chi cerca l’agevolazione, non chi possiede un progetto credibile per restare.
Prima di scrivere un nuovo bando bisognerebbe quindi porre la domanda più semplice a chi già abita in questi territori e a chi potrebbe seriamente trasferirvisi: che cosa vi serve per vivere qui dodici mesi l’anno? Non per trascorrere due settimane ad agosto, quando il paese è pieno, le feste si susseguono e persino un vicolo senza servizi sembra una scelta poetica, ma per arrivare a ottobre, affrontare gennaio e costruire una quotidianità normale.
Con 10mila euro non si salva automaticamente qualunque esercizio commerciale, ma si può coprire il divario economico che permette a un piccolo negozio di restare aperto, contribuire all’affitto, prolungare gli orari, organizzare consegne a domicilio o aggiungere funzioni che il solo fatturato commerciale non potrebbe sostenere. Quel negozio potrebbe diventare anche punto per i pacchi, ritiro dei farmaci, supporto per le pratiche, vendita di prodotti locali, informazione, prenotazione di servizi e portineria di comunità. In una città sembrerebbe poco; in un paese di alcune centinaia di abitanti cambierebbe quasi tutto.
I 56 milioni annunciati dalla Sardegna equivalgono, per puro ordine di grandezza e senza fingere che ogni fondo possa essere spostato liberamente, a 5.600 annualità di servizio da 10mila euro, oppure a 560 servizi sostenuti per dieci anni. È un’aritmetica provocatoria, non un piano finanziario, ma rende visibile la scelta politica: premiare singoli trasferimenti oppure garantire le condizioni grazie alle quali residenti vecchi e nuovi possano effettivamente vivere.
La misura lombarda citata quasi di passaggio dal Sole contiene, per esempio, un’intuizione più concreta di molti bonus spettacolari: mette a disposizione 2,95 milioni per aprire attività alimentari e di prima necessità nei piccoli comuni e nelle frazioni che ne siano prive da almeno sei mesi, coprendo fino all’80% della spesa e arrivando a 40mila euro. Non è la soluzione universale, ma parte da un servizio mancante e prova a renderlo economicamente possibile. Regione Lombardia
Qualche provocazione positiva, invece dell’ennesimo bonus da prima pagina
La prima proposta è smettere di misurare il successo con il numero delle richieste, dei clic o delle residenze appena registrate. Ogni misura dovrebbe pubblicare il costo per nuovo residente realmente aggiuntivo, la provenienza, l’età, la composizione familiare, la permanenza dopo due, cinque e dieci anni, le imprese ancora attive dopo tre anni e gli immobili effettivamente abitati. Se questi dati non esistono, non esiste ancora una politica valutabile: esiste soltanto una spesa.
La seconda è introdurre, prima di qualsiasi incentivo all’arrivo, un bilancio dei servizi minimi di ogni territorio: alimentari, mobilità, assistenza sanitaria, scuola, connessione, socialità, manutenzione, supporto amministrativo e disponibilità di abitazioni realmente utilizzabili. Il problema non è quante case vuote abbia un paese, ma che cosa accada il mattino dopo essere entrati in una di quelle case.
La terza è finanziare “anni di servizio garantito”, non soltanto atti notarili e cambi di residenza. Un piccolo esercizio potrebbe ricevere un contributo in cambio di orari minimi, consegne agli anziani e funzioni condivise; più comuni potrebbero sostenere insieme trasporti a chiamata, professionisti itineranti e sportelli comuni; immobili pubblici inutilizzati potrebbero ospitare servizi economicamente fragili ma socialmente indispensabili.
La quarta è coinvolgere davvero i possibili residenti prima di costruire l’offerta, distinguendo tra chi desidera una seconda casa, chi vuole trascorrere alcuni mesi, chi cerca un investimento e chi sarebbe disposto a trasferire la propria vita. Sono pubblici differenti, con bisogni, contributi potenziali e gradi di permanenza diversi. Trattarli tutti come “nuovi residenti” serve al comunicato stampa, non al paese.
Gli incentivi, insomma, non sono il male. Possono essere utili, soprattutto quando rimuovono un ostacolo preciso all’interno di una strategia più ampia. Ma non sono la ragione per cui una persona resta e non sostituiscono ciò che rende una comunità abitabile. Prima vengono i servizi, le opportunità e le relazioni; poi può arrivare il contributo che aiuta a compiere l’ultimo passo.
Altrimenti continueremo a ripopolare i borghi ogni agosto, con migliaia di richieste, milioni annunciati e titoli magnifici. Soltanto sui giornali.



