Dal "diritto di restare" al "diritto di scegliere": il test di gennaio
Alcune riflessioni dopo aver letto l’articolo di Sara Roversi pubblicato sul suo Blog ‘Feed the Future’ ospitato dal Sole 24 Ore.
Seguo Sara Roversi da parecchio tempo. Credo che la prima volta che ci siamo incontrati fosse addirittura una decina di anni fa, a Londra, ai tempi di Crowdfooding. Poi alcune delle testate di cui mi sono occupato hanno seguito il suo percorso e, del resto, il mondo dell’innovazione italiana è abbastanza piccolo perché prima o poi ci si incontri tutti.
Per questo guardo da tempo con interesse a quello che Sara, insieme al Future Food Institute e al Paideia Campus, sta costruendo a Pollica: un luogo già straordinariamente simbolico - per il mare, Acciaroli e Pioppi, la Dieta Mediterranea, la storia di Angelo Vassallo - trasformato in un laboratorio nel quale far incontrare ricerca, educazione, cibo, innovazione, sostenibilità, comunità e nuovi modi di abitare i territori. Gli obiettivi dichiarati di Pollica 2050, d’altra parte, sono molto concreti: nuova imprenditorialità, occupazione, destagionalizzazione dei flussi turistici, smart living e contrasto allo spopolamento.
Per questo ho letto con particolare interesse il suo ultimo articolo sul Sole 24 Ore, “Il diritto di restare: dal clima ai territori, una nuova cultura dell’adattamento”. Ci sono molte cose che sottoscriverei una per una. Quando Sara scrive che i borghi non hanno bisogno soltanto di essere salvati ma di essere abitati, che bisogna creare lavoro e opportunità, rendere i territori nuovamente desiderabili e fare in modo che partire non significhi perdere per sempre la possibilità di tornare, pone questioni che dovrebbero essere al centro di qualsiasi politica seria sulle aree interne.
Cambierei forse soltanto un paio di parole. Piccoli comuni al posto di borghi e poi, più che diritto a restare, preferisco pensare a un diritto a scegliere: scegliere di restare, naturalmente, ma anche di partire senza che questo debba essere considerato una sconfitta; poter tornare; e soprattutto poter arrivare. Perché non credo che il futuro di migliaia di piccoli comuni italiani possa dipendere soltanto dalla speranza che i (sempre meno) ragazzi nati lì decidano di non andarsene. Un territorio vivo dovrebbe essere abbastanza permeabile da attrarre anche chi non vi è nato: persone, famiglie, professionisti, imprenditori, investitori, nuovi cittadini. La vera libertà territoriale dovrebbe consistere proprio in questo: poter decidere dove costruire una parte della propria vita senza che quella scelta venga resa impraticabile dall’assenza di servizi, infrastrutture o possibilità economiche.
È per questo che, lavorando anche in questa parte d’Italia, c’è una cosa sulla quale non riesco a darmi pace. Negli ultimi anni ITS ITALY è stata invitata da diversi Comuni del Cilento e siamo stati contattati anche da cittadini, associazioni, imprenditori e persone del posto che cercavano interlocutori per far succedere qualcosa nei propri paesi. Non dirò quali Comuni, perché non mi interessa aprire una polemica locale e perché è sempre possibile che siamo semplicemente stati sfortunati noi. Ma la nostra esperienza è stata frustrante. Abbiamo trovato moltissimo interesse quando si parlava di far conoscere il territorio: turismo, promozione, comunicazione, arrivi, eventi, visibilità. Aspetti che, tra l’altro, noi non mettiamo mai come punto di partenza. Molto meno quando la conversazione diventava più complicata: come facciamo perché qualcuno non venga soltanto per quattro giorni, o compri una casa vacanza, ma perché torni durante l’anno, investa, si coinvolga localmente, lavori, apra qualcosa, porti altre persone e, magari, un giorno decida di trasferire lì una parte della propria vita?
È una differenza enorme. Il turismo può essere una parte della rigenerazione, non può esserne il sinonimo. E soprattutto i tempi sono completamente diversi. I percorsi sui quali lavoriamo noi non si misurano in una stagione o in qualche mese: richiedono anni. Bisogna costruire reputazione, creare i primi casi, accompagnare le persone, risolvere problemi, imparare dagli errori, generare fiducia e soltanto allora cominciare a vedere un effetto cumulativo. La rigenerazione territoriale ha tempi lunghi; la politica, troppo spesso, sembra avere bisogno di qualcosa da mostrare entro la prossima stagione, il prossimo evento, il prossimo post. E le due cose raramente coincidono.
I numeri spiegano perché il problema sia molto più profondo della promozione turistica. La Strategia d’Area Cilento Interno 2021-2027 descrive un territorio di quasi 949 chilometri quadrati con appena 53,2 abitanti per km², la densità più bassa tra le aree interne campane; circa il 40% dei Comuni ha meno di mille abitanti e tredici sono classificati come ultraperiferici. La stessa Regione Campania indica tra le criticità strutturali spopolamento, carenza di servizi, collegamenti difficili, trasporto pubblico insufficiente e ridotta disponibilità di personale sanitario. (Regione Campania) Una ricerca UNICEF realizzata su 1.668 bambini e adolescenti di 13 scuole del Cilento interno aggiunge un dato che dovrebbe far riflettere più di molti convegni: soltanto il 16% immagina di vivere nello stesso territorio da adulto. Tra i problemi indicati ci sono la distanza dai servizi sanitari, periodi senza pediatra, scuole superiori lontane e una mobilità che condiziona persino le opportunità educative. (UNICEF Italia)
È questo che rende Pollica contemporaneamente interessantissima e, in qualche modo, eccezionale. Pollica è bellissima e possiede già un capitale di riconoscibilità che molti paesi dell’immediato entroterra non avranno mai. Basta però spostarsi di pochi chilometri per incontrare luoghi altrettanto straordinari dal punto di vista paesaggistico e culturale che sembrano quasi scomparire dal radar. È lì che abbiamo trovato più difficile lavorare. Non per mancanza di persone che vorrebbero far succedere qualcosa - ne abbiamo incontrate parecchie - ma perché troppo spesso sembra che la vita del territorio venga immaginata soprattutto attraverso i flussi: quante persone arrivano, quante presenze turistiche produciamo, quanta visibilità otteniamo. Come se, quando il clima non attira visitatori, la vita entrasse in una specie di sospensione.
E invece da novembre ad aprile la gente continua a vivere. Deve andare dal medico, portare i figli a scuola, spostarsi, lavorare, trovare un artigiano, aprire un’attività, ristrutturare una casa, incontrare altre persone. È in quei mesi che si capisce se un posto è realmente abitabile oppure soltanto magnifico da visitare. Pollica Incontra, la rassegna dalla quale nasce anche la riflessione di Sara, quest’anno concentra cinque incontri tra il 20 luglio e il 16 agosto; sarebbe però scorretto ridurre il Paideia Campus a questo, perché il progetto svolge attività durante l’anno e si presenta esplicitamente come laboratorio permanente. Il punto non è quindi accusare Pollica di “chiudere” in inverno. Il punto è chiedersi quanto l’effetto generato da quel laboratorio riesca già a cambiare la vita ordinaria del territorio quando i grandi appuntamenti sono terminati.
Per questo proporrei un indicatore molto poco sofisticato: il test di gennaio. Prendiamo un paese il 25 gennaio, quando piove, fa buio presto, non c’è una rassegna in programma e nessun relatore è appena arrivato da Roma o Milano. Quante persone giovani ci vivono? Quante attività rimangono aperte? Quanto è distante il medico? Quanto è complicato raggiungere una scuola? Quante case sono tornate a essere abitate dodici mesi l’anno? Sono nate imprese? Qualcuno arrivato da fuori ha deciso di fermarsi? Qualcuno che era partito è tornato? E, soprattutto, chi vorrebbe farlo trova un territorio che lo accompagna oppure una successione di ostacoli?
È qui che torno a Sara e a Pollica con speranza, non con una critica. Criticare chi riesce fare qualcosa è contro-natura per quello che cerchiamo di fare con ITS ITALY. È troppo presto per pretendere un bilancio definitivo di un progetto nato pochi anni fa, e sarebbe assurdo caricare sulle spalle del Future Food Institute problemi prodotti da decenni di arretramento dei servizi e di politiche territoriali. Mi auguro davvero che quello che sta accadendo a Pollica funzioni, che funzioni dodici mesi l’anno e che il capitale incredibile di intelligenza, relazioni, ricercatori, università, imprenditori, studenti e innovatori che Sara riesce a far convergere lì produca lentamente qualcosa che rimanga anche dopo la loro partenza. Mi auguro che diventi una calamita per giovani, per chi vuole restare, per chi vuole tornare, per chi vuole arrivare e contaminarsi con quel territorio.
Mi auguro soprattutto che si allarghi a macchia d’olio. Che i paesi vicini guardino ciò che accade a Pollica non come una competizione per accaparrarsi la propria fetta di visibilità - dinamica che, con un certo stupore, ci è capitato di percepire - ma come un’opportunità territoriale comune. La rigenerazione non dovrebbe essere una gara tra Comuni a chi compare di più sui giornali o porta più persone a un evento: dovrebbe creare reti, percorsi e condizioni che sopravvivono alle amministrazioni e alle stagioni.
Lo dico anche con una certa amarezza: ITS ITALY, almeno per il momento, ha capito di non riuscire a lavorare nel Cilento come avrebbe voluto. Non significa che il Cilento sia peggiore di altri territori (è pure di una rara bellezza), né che la nostra esperienza debba diventare una sentenza. Significa semplicemente che, nonostante gli inviti ricevuti e l’interesse di molte persone locali, non siamo riusciti a trovare condizioni sufficienti per impegnarci seriamente in percorsi che per noi hanno senso soltanto se possono durare anni. E potrebbe sembrare quasi paradossale che, restando in Campania, abbiamo trovato condizioni operative più favorevoli in Irpinia, un territorio che sulla carta potrebbe sembrare persino più complesso. Forse perché l’attrattività non dipende soltanto dalla bellezza, dal mare o dalla notorietà. Dipende anche da quanto un territorio desidera davvero che qualcuno venga a fare qualcosa e da quanto è disposto ad accompagnarlo mentre prova a farlo.
Per questo l’articolo di Sara mi fa sperare. E proprio perché mi piace vorrei portarne la domanda qualche chilometro più in là e qualche mese più avanti nel calendario. Non meno Pollica, dunque. Più Pollica, ma fuori da Pollica. Vorrei che qualcuno dei tanti cervelli che passano dal Campus, finito il panel, prendesse una macchina e facesse venti chilometri verso l’interno; incontrasse chi sta tentando di tenere aperta un’attività, scoprisse una casa vuota, un paese bellissimo e quasi sconosciuto, un’impresa che avrebbe bisogno di una connessione, una comunità che prova a non scomparire. E magari tornasse anche a febbraio.
Sara chiude il suo articolo parlando della possibilità di partire, tornare e restare. Io aggiungerei arrivare. E trasformerei il “diritto a restare” nel “diritto a scegliere”.
Perché forse il successo di Pollica non andrà misurato soltanto da quante persone riuscirà a portare a Pollica quando Pollica è facilissima da amare. Andrà misurato da quanto riuscirà a rendere possibile scegliere quel territorio - e magari anche quelli che lo circondano - quando arriva gennaio, il pubblico è tornato a Roma o Milano e nessuno sta più guardando.



