Quando si sceglie un Paese in cui vivere, si guarda soprattutto all’arrivo: la casa, il lavoro, la scuola, le imposte da pagare. Il costo dell’eventuale partenza tende a restare sullo sfondo. La proposta italiana di exit tax lo porta improvvisamente al centro della decisione.
Il disegno di legge di bilancio 2027 prevede infatti un’imposizione sulle plusvalenze finanziarie non ancora realizzate per determinati contribuenti che trasferiscono all’estero la residenza fiscale. La misura è ancora all’esame del Parlamento: presentarla come una tassa già operativa sarebbe prematuro.
Il perimetro proposto riguarda chi è stato fiscalmente residente in Italia per almeno sei dei dieci periodi d’imposta precedenti la perdita della residenza e possiede attività finanziarie rilevanti per almeno 800.000 euro. Occorre inoltre che il trasferimento faccia perdere all’Italia il diritto di tassare i relativi guadagni. Gli immobili non rientrano in questo specifico meccanismo.
La soglia merita attenzione: indica il valore degli attivi interessati, mentre la base imponibile riguarda gli incrementi di valore rispetto al costo fiscale. Il 26% sarebbe l’aliquota ordinaria generalmente applicabile, con trattamenti differenti per alcune attività. Non si tratta quindi di prelevare automaticamente il 26% dell’intero patrimonio di chi espatria.
La logica fiscale è comprensibile: evitare che il semplice cambio di residenza sottragga alla tassazione guadagni maturati prima della partenza. La difficoltà emerge quando quel guadagno esiste soltanto sulla carta. Una partecipazione può valere molto senza aver prodotto la liquidità necessaria a pagare l’imposta.
Per alcuni trasferimenti, la proposta contempla un differimento, accompagnato però da un anticipo del 50% e da garanzie. Sono previsti periodi di monitoraggio e casi in cui l’imposta cessa di essere dovuta, con eventuale rimborso. Questi dettagli possono cambiare radicalmente l’effetto concreto della norma.
Per chi considera l’Italia come nuova destinazione, la questione supera il calcolo tributario. Trasferirsi significa costruire rapporti, acquistare servizi, talvolta avviare un’attività o investire in un territorio. Una scelta di lungo periodo richiede di poter valutare anche cosa accadrebbe se lavoro, famiglia o salute imponessero un nuovo trasferimento.
Non è ancora possibile misurare l’effetto della proposta sugli arrivi. Sarebbe altrettanto azzardato liquidare ogni preoccupazione come una difesa dei grandi patrimoni. Il tema riguarda la coerenza complessiva di una politica di attrazione: quali persone si vogliono coinvolgere, per quanto tempo e con quale contributo alla vita economica locale?
La qualità della norma si vedrà nella capacità di tutelare il gettito senza creare obblighi sproporzionati o difficili da comprendere. Per un Paese che vuole trasformare nuovi residenti in abitanti stabili, la fiducia nelle regole è parte dell’accoglienza.



