C’è un’idea che ricorre continuamente quando si parla dell’Italia interna: i paesi si spopolano, le case si svuotano, i servizi chiudono e quindi bisogna intervenire, rigenerare, attrarre nuovi abitanti, riportare attività economiche, inventare nuove formule di turismo, lavoro remoto, coworking, residenzialità temporanea. È una narrazione che condivido da anni e nella quale ho investito tempo, lavoro e denaro. Eppure, dopo aver operato in decine di piccoli centri italiani, comincio a pensare che contenga un equivoco di fondo: diamo per scontato che ogni comunità che si sta riducendo voglia davvero essere salvata.
Non ne sono più così sicuro.
Da fuori, naturalmente, la risposta sembra ovvia. Vediamo un centro storico che si svuota, una scuola che rischia di chiudere, serrande abbassate, case bellissime vendute a prezzi irrisori e ci sembra quasi scandaloso che nessuno faccia qualcosa. Il punto è che a scandalizzarsi sono spesso gli altri: il cittadino che vive a Milano, il giornalista, l’architetto, l’urbanista, lo straniero innamorato dell’Italia, l’associazione che si occupa di borghi, qualche imprenditore con un progetto di rigenerazione. Non necessariamente chi in quel luogo vive da sempre.
E forse dovremmo iniziare a prenderne atto senza trasformarlo immediatamente in un giudizio morale. Ci sono persone che non desiderano dedicare gli ultimi vent’anni della propria vita alla rinascita del paese in cui sono nate. Vogliono vendere la casa, trasferirsi vicino ai figli, avere un ospedale raggiungibile, un supermercato, servizi migliori. È comprensibile. Il problema nasce quando noi, dall’esterno, attribuiamo a quel luogo una missione che i suoi abitanti non sembrano condividere e costruiamo attorno alla sua sopravvivenza una sorta di imperativo morale.
In questi anni ho visto anche un’altra dinamica, molto meno raccontata. Molte comunità rurali accolgono volentieri il nuovo arrivato finché rimane soprattutto un cliente: compra una casa, la ristruttura, paga l’impresa, va al ristorante, porta amici, magari aumenta il valore degli immobili. Tutto funziona. La situazione cambia quando quella stessa persona prova a diventare qualcosa di più di un consumatore del territorio; quando vuole aprire un’attività, organizzare qualcosa, entrare in un’associazione, proporre un cambiamento, mettere in discussione un’abitudine, chiedere perché una cosa funzioni in un certo modo oppure semplicemente partecipare davvero alla vita locale.
È lì che, in alcuni luoghi, emerge una resistenza fortissima. Non necessariamente verso lo straniero in quanto straniero: lo stesso trattamento può essere riservato al ragazzo nato lì che torna dopo vent’anni a Bologna o Milano e prova a fare qualcosa di diverso. Il problema è più profondo. Il nuovo arrivato, se entra davvero nei gangli della comunità, altera un equilibrio. E nei piccoli centri gli equilibri informali possono essere enormemente più potenti di quelli formali: famiglie, associazioni, vecchie rivalità, rapporti con il Comune, piccoli interessi economici, gerarchie consolidate. A volte ciò che dall’esterno appare come un paese disperatamente bisognoso di cambiamento è, dall’interno, un sistema che continua a difendersi proprio dal cambiamento.
Dopo aver visto abbastanza casi, arriva inevitabilmente una domanda scomoda: perché dovremmo essere noi, che veniamo da fuori, a voler salvare un luogo più di chi ci vive?
È una domanda che riguarda direttamente anche ITS Italy e che potrei tranquillamente rivolgere a me stesso. Dopo anni passati a sostenere che l’Italia rurale rappresenti una straordinaria opportunità per nuovi residenti, investitori, famiglie straniere e persone che vogliono cambiare vita, mi sono pentito? Penso che abbia meno senso di quanto immaginassi?
No. Ma penso di avere capito meglio dove sta la differenza fra una semplice operazione immobiliare e un processo di rigenerazione.
Noi possiamo portare persone, capitale, competenze, visibilità e capacità di esecuzione. Possiamo aiutare una famiglia straniera a comprare una casa, sistemarla, ottenere un visto, trasferirsi, aprire un’attività e costruirsi una nuova vita. Possiamo persino creare una massa critica di nuovi arrivi. Quello che non possiamo fare è fabbricare artificialmente il desiderio di una comunità di avere un futuro diverso.
Per questo mi interessa sempre meno il paese che semplicemente “ha bisogno di essere salvato” e sempre di più quello nel quale esiste già qualcuno che sta cercando di cambiare le cose. Non deve essere la maggioranza. Potrebbero essere cinque persone: un sindaco, una coppia giovane che ha riaperto un’attività, qualcuno che sta restaurando case, un’associazione, un commerciante che non si è rassegnato. Potrebbero essere dieci. In certi luoghi anche tre fanno una differenza enorme. Ciò che conta è che esista dall’interno una domanda, per quanto fragile, di futuro.
È lì che un soggetto esterno può diventare utile. Non come salvatore, ma come moltiplicatore.
Dove questa domanda non esiste, possiamo continuare a vendere case e forse ha perfettamente senso farlo. Quegli immobili possono essere recuperati, utilizzati qualche mese all’anno, trasformati in seconde case o strutture ricettive. Possono lavorare artigiani e commercianti, può rimanere in piedi un patrimonio edilizio che altrimenti crollerebbe. Ma dovremmo avere l’onestà di chiamare le cose con il loro nome: è immobiliare, è hospitality, è conservazione del patrimonio. Non necessariamente rigenerazione.
La rigenerazione comincia quando qualcuno che arriva può diventare parte del luogo e quando almeno una parte del luogo desidera che questo accada.
Forse quindi dovremmo smettere di domandarci soltanto quanti immobili vuoti possiede un paese, quanti soldi potrebbe attirare, quanti turisti potrebbe ospitare o quanti digital nomad potrebbero trascorrervi qualche settimana. La prima domanda dovrebbe essere un’altra: chi, qui dentro, vuole davvero che questo posto abbia un futuro diverso da quello che sta avendo?
Se la risposta è nessuno, forse non c’è nessun progetto esterno che possa sostituire quella mancanza. E forse dobbiamo anche accettare una cosa che in Italia facciamo fatica perfino a pronunciare: non tutti i paesi sono destinati necessariamente a sopravvivere nella forma in cui li abbiamo conosciuti. Gli insediamenti sono nati, cresciuti, cambiati e scomparsi per tutta la storia umana. Preservare una chiesa, un palazzo, un paesaggio o un nucleo storico può essere importantissimo; pretendere invece di ricostruire artificialmente una comunità che non manifesta più alcuna volontà di esistere è un’altra cosa.
La conclusione, però, non è pessimistica. Anzi. Perché per cambiare il destino di un luogo non serve convincere tutti. Non serve attendere che un intero paese diventi improvvisamente aperto, dinamico e visionario. Basta trovare quel piccolo gruppo che continua a provarci nonostante tutto.
È probabilmente lì che ITS Italy ha davvero senso.
Non andare a salvare i paesi.
Andare dove qualcuno, da dentro, sta già cercando di farlo e assicurarsi che non debba farlo da solo.
Basta anche una sola persona che abbia ancora voglia di provarci. Se in un paese c’è qualcuno disposto a mettersi in gioco, a costruire qualcosa e a immaginare un futuro diverso, noi siamo disponibili ad ascoltare, capire e vedere se possiamo essere utili. Contattaci.





Vengo da un mese di ricerca etnografica a San Luca (RC) - presumo tu possa sapere perché San Luca, ma basta cercarlo. La riflessione che fai è super calzante, e probabilmente a San Luca non interessa davvero cambiare, non c'è quasi nessuno che si impegna da dentro (la ricerca sarà seguita anche da idee di applicazione pratica per chi ha voglia di fare attivismo sociale). però, ho maturato un però. Perché da fuori non portiamo solo idee o pratiche o supporto. Da fuori cambiamo anche le percezioni del fuori: io posso aiutare a cambiare le percezioni esterne di questo paese, a prescindere che il paese lo voglia o no, perché lo ritengo "giusto". Allo stesso tempo, per le aree interne, forse la prospettiva vale altrettanto: magari non li salviamo i paesi, ma i paesi cambiano come noi percepiamo la loro vita dall'estern? Meno estrazione, più compartecipazione ecco.
Grande riflessione - come sempre