I nuovi dati AlmaLaurea raccontano ancora chi lascia l’Italia, quanto guadagna e perché parte. Ma il vero tema non è come trattenere gli italiani: è perché una persona altamente formata, italiana o straniera, dovrebbe scegliere di lavorare in Italia.
Di questa storia parliamo continuamente. E spesso ne parliamo anche bene. Articoli, dossier, convegni, commenti, allarmi periodici, dichiarazioni politiche, misure fiscali, lamentele sul “Paese che perde i suoi migliori”. Se dovessi contare i pezzi scritti negli ultimi dieci o quindici anni sul tema, probabilmente verrebbe fuori una piccola enciclopedia. Eppure, ogni volta, il dibattito tende a ripartire dalla stessa domanda: quanti giovani laureati stanno lasciando l’Italia?
È una domanda legittima. Ma secondo me non è quella più interessante.
Lo spunto arriva da un articolo pubblicato da InfoData – Il Sole 24 Ore, che riprende i risultati della XXVIII Indagine AlmaLaurea 2026 sugli esiti occupazionali della laurea. I numeri sono utili e l’identikit è piuttosto nitido. Ogni anno circa 7.800 laureati iniziano a lavorare all’estero. A un anno dal titolo si tratta del 3% dei laureati triennali e del 5% dei magistrali; a cinque anni le quote salgono rispettivamente al 5% e al 6,3%.
Sono dati seri, ma non autorizzano da soli la retorica dell’esodo biblico.
E soprattutto, a me non ha mai preoccupato il fatto che le persone partano. Anche per ragioni biografiche: io stesso sono uscito dall’Italia e non vi sono poi tornato a vivere in modo stabile. Non considero la mobilità un tradimento, né penso che un laureato formato in Italia abbia una specie di obbligo morale a spendere tutta la propria vita professionale entro i confini nazionali. In un’economia aperta, studiare in un Paese, lavorare in un altro, fare impresa in un terzo dovrebbe essere una cosa assolutamente normale.
Per questo ho sempre avuto qualche problema con formule come “fuga dei cervelli” e ancor più con parole come “talenti”. Sono espressioni comode, giornalisticamente efficaci, ma imprecise. I dati non misurano il talento. Misurano persone formate, titoli di studio, voti, tempi di laurea, condizioni occupazionali e retribuzioni. Ed è già abbastanza.
Quello che dicono, semmai, è che dall’Italia non parte un campione casuale di laureati.
Partono più spesso persone con risultati migliori e percorsi di studio più regolari. Lavora all’estero il 5,6% di chi ha una media voti più alta dei compagni di corso, contro il 3,4% di chi ha una media inferiore. A cinque anni dal titolo risulta all’estero il 5% di chi si è laureato in corso o con al massimo un anno di ritardo, contro il 2,4% di chi ha accumulato almeno due anni di ritardo. Si osserva poi una maggiore propensione all’estero in alcuni ambiti molto chiari: discipline scientifiche, linguistiche, ICT e ingegneria.
Quindi no: non stiamo osservando “i giovani” in generale. Stiamo osservando una quota selezionata di capitale umano qualificato che trova altrove condizioni ritenute più interessanti.
Anche il profilo sociale conta. La propensione a lavorare all’estero è più alta tra chi ha almeno un genitore laureato. Non è un dettaglio. Significa che la mobilità internazionale non è soltanto una scelta individuale o una libera avventura professionale: è anche un’opportunità che si distribuisce in modo diseguale, e che resta legata, almeno in parte, alle risorse culturali ed economiche di partenza.
Poi naturalmente c’è il tema economico, che nei titoli fa sempre la sua figura. A un anno dalla laurea magistrale, chi lavora all’estero guadagna mediamente 2.290 euro netti al mese, contro 1.452 euro in Italia. A cinque anni il divario resta molto forte: 2.941 euro netti all’estero contro 1.840 euro in Italia.
Qui serve però un minimo di serietà. Un +60% di stipendio non equivale automaticamente a un +60% di benessere. Vivere a Zurigo, Monaco o Amsterdam non costa come vivere in molte città italiane. E infatti lo stesso confronto va letto sapendo che il costo della vita non è uniforme. Ma sarebbe comodo usare questo caveat per minimizzare il problema. Perché il punto non è solo quanti soldi si prendono a fine mese. Il punto è l’insieme.
Secondo i dati ripresi da InfoData, tra i laureati magistrali osservati a cinque anni dal titolo, il 29,8% è partito per la mancanza di opportunità lavorative adeguate in Italia, e un altro 29,1% perché ha ricevuto un’offerta di lavoro interessante da un’azienda estera. Il 13,6% indica motivi personali o familiari, il 12,2% il proseguimento naturale di un’esperienza di studio fuori dall’Italia, e l’11,5% cita la mancanza di fondi per la ricerca. Appena il 3,1% si è spostato su richiesta dell’azienda italiana per cui lavorava già.
Tradotto: nella maggior parte dei casi non si parte per spirito romantico o per sfrenato esterofilismo. Si parte perché altrove il mercato del lavoro, o almeno alcuni suoi segmenti, appare più capace di offrire opportunità, carriera, riconoscimento e prospettiva.
E poi c’è il dato che più di tutti dovrebbe farci smettere di discutere in modo automatico di “fuga”. Tra i laureati italiani che lavorano all’estero, quasi sette su dieci considerano improbabile un rientro in Italia nei successivi cinque anni. Solo una quota molto minoritaria lo ritiene davvero probabile.
Ecco il punto.
Il problema non è che le persone partano. Il problema è che, una volta partite, trovano poche ragioni convincenti per tornare.
Ma persino questa frase, a ben vedere, rischia di essere ancora troppo stretta. Perché continua a presupporre che il centro della discussione siano gli italiani. E invece il vero test di competitività di un Paese non è solo quanti connazionali riesce a trattenere o a far rientrare. È anche quanti stranieri qualificati riesce ad attrarre, valorizzare e convincere a restare.
Da questo punto di vista, l’ultima parte dell’analisi AlmaLaurea è forse la più interessante. Tra i laureati con cittadinanza estera e diploma conseguito all’estero che hanno scelto un’università italiana, il 30,8% degli occupati lavora fuori dall’Italia già a un anno dal titolo; a cinque anni la quota sale al 42,6%. È vero che molti di questi potrebbero non aver mai pensato di restare a lungo in Italia, e quindi il dato non va letto in modo semplicistico. Ma serve comunque a spostare il fuoco.
La domanda giusta non è: come impediamo ai nostri giovani di andarsene?
La domanda giusta è: perché una persona altamente formata, italiana o straniera, dovrebbe scegliere l’Italia per la fase più produttiva della propria vita professionale?
È una domanda più scomoda, ma anche più adulta. Perché non ha nulla di moralistico. Non parte dall’idea che “se sei nato qui devi restare qui”. Parte da un criterio molto più concreto: quanto è competitivo il sistema Italia nel remunerare, utilizzare e trattenere persone qualificate?
Se continuiamo a limitarci a contare chi parte, rischiamo di fare ogni volta lo stesso articolo e di perderci il nodo centrale. Un Paese aperto deve mettere in conto le partenze. Non dovrebbe scandalizzarsene. Dovrebbe piuttosto preoccuparsi di una cosa più difficile: rendere plausibili i ritorni e desiderabili gli arrivi.
È lì che si misura davvero la sua forza.
Per questo, più che di fuga dei cervelli, parlerei di un’altra cosa: della difficoltà italiana nel trasformare la mobilità in un circuito bidirezionale. Non solo uscita, ma anche ingresso. Non solo partenza, ma anche ritorno. Non solo retorica sui “nostri giovani”, ma capacità di competere per il capitale umano qualificato in un mercato internazionale aperto.
Se vogliamo continuare a discutere seriamente di questi temi, forse è da qui che conviene ricominciare.





