C’è qualcosa di più della “fuga dalle città” nei dati pubblicati oggi dal Sole 24 Ore sui trasferimenti di residenza nei 106 capoluoghi italiani tra il 2023 e il 2025. In tre anni il saldo della mobilità interna dei capoluoghi è negativo per 56.402 persone: soprattutto perché 96.875 residenti si sono trasferiti verso altri comuni della stessa provincia, ai quali se ne aggiungono 9.148 diretti verso comuni della stessa regione, mentre 49.621 persone arrivate da altre regioni compensano solo in parte queste uscite. Poi, però, entra in gioco l’estero: il saldo con l’estero è positivo per 328.363 persone e porta il saldo migratorio complessivo dei capoluoghi a +271.961.
I numeri, letti così, dicono già almeno due cose. La prima è che una parte importante della cosiddetta fuga dalle città non è necessariamente una fuga dalla città come luogo di lavoro, servizi, relazioni e consumo, ma piuttosto dal suo perimetro amministrativo e soprattutto dai suoi costi. Istat conferma che nel 2025 quasi il 60% di tutti i trasferimenti di residenza tra comuni italiani è avvenuto all’interno della stessa provincia e un altro 16% tra province della stessa regione: circa tre trasferimenti su quattro, quindi, avvengono su distanze relativamente brevi. Nel complesso i trasferimenti interni sono stati 1,455 milioni, il 5,1% in più rispetto all’anno precedente.
La seconda cosa è forse ancora più interessante, perché obbliga a mettere in relazione questi dati con quelli demografici nazionali. Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini e sono morte 652mila persone: quasi 300mila persone in meno per la sola dinamica naturale. Eppure la popolazione residente a fine anno è diminuita di appena 636 unità, rimanendo sostanzialmente stabile. Come è possibile? Perché nello stesso anno ci sono state 440mila immigrazioni dall’estero e 144mila emigrazioni, con un saldo migratorio internazionale positivo di 296mila persone, praticamente identico, ma di segno opposto, al deficit naturale. È la stessa Istat a sintetizzarlo in modo abbastanza inequivocabile: “popolazione stabile grazie alle migrazioni”.
Quindi sì, l’Italia invecchia. La fecondità è scesa a 1,14 figli per donna, i potenziali genitori sono sempre meno numerosi e l’età media continua a salire. Ma nel 2025, almeno in termini strettamente numerici, l’Italia non si è praticamente spopolata perché nuovi residenti provenienti dall’estero hanno compensato quasi esattamente quelli che abbiamo perso per il saldo tra nascite e morti. Ancora più impressionante è guardare la cittadinanza: al 1° gennaio 2026 i residenti di cittadinanza italiana sono 53,383 milioni, 189mila in meno in un solo anno, mentre quelli di cittadinanza straniera sono arrivati a 5,560 milioni, 188mila in più. La popolazione complessiva rimane ferma, insomma, ma sotto quella apparente immobilità sta cambiando molto rapidamente la sua composizione.
Qui credo serva però chiarire un equivoco che in Italia rischia di condizionare immediatamente la lettura di qualsiasi numero che contenga nella stessa frase le parole “stranieri” e “arrivi”. Questi non sono i dati degli sbarchi e non sono una statistica sull’immigrazione irregolare: stiamo parlando di persone registrate nelle anagrafi, di iscrizioni e cancellazioni di residenza. Nel 2025 le 440mila immigrazioni dall’estero comprendono 56mila italiani rientrati e 383mila cittadini stranieri, oltre l’87% del totale; contemporaneamente 144mila persone hanno lasciato il Paese. Il saldo degli italiani con l’estero rimane negativo per 53mila unità, mentre quello degli stranieri è positivo per 348mila.
Ma sarebbe un altro errore considerare quei 383mila stranieri come un’unica popolazione. C’è naturalmente una grande componente di migrazione economica, fatta di persone che arrivano perché trovano in Italia un lavoro, perché vengono ricongiunte a una famiglia già presente, perché studiano o perché cercano condizioni economiche e personali migliori. È una presenza ormai strutturale nel nostro sistema produttivo: nel 2025 gli occupati stranieri erano quasi 2,6 milioni, il 10,7% di tutti gli occupati italiani, e la loro crescita è stata nettamente superiore a quella degli occupati italiani: +3,6% per gli extra-Ue, +1,2% per i cittadini comunitari e appena +0,5% per gli italiani.
Accanto a questa esiste però un’altra mobilità internazionale che conosco soprattutto attraverso il lavoro che facciamo con ITS Italy e che le statistiche anagrafiche, per loro natura, non permettono ancora di isolare: quella che definirei migrazione per scelta. Professionisti che possono lavorare a distanza, imprenditori, pensionati, investitori, famiglie che dispongono di un reddito prodotto altrove, persone con legami familiari italiani, cittadini italiani che rientrano dopo molti anni, stranieri che potrebbero scegliere Spagna, Portogallo, Francia o altri Paesi e decidono invece di trascorrere una parte crescente della propria vita in Italia. Sarebbe metodologicamente scorretto prendere i numeri Istat e dire quanti dei nuovi residenti appartengano a questa categoria, perché il dato non esiste; sarebbe altrettanto sbagliato, però, fingere che il fenomeno non esista solo perché non riusciamo ancora a misurarlo bene.
È precisamente questa popolazione che incontriamo da quasi cinque anni con ITS Italy. Abbiamo esaminato oltre 90 comuni e seguito circa 150 operazioni immobiliari in 25 località, per la gran parte collegate a persone internazionali che hanno comprato, investito, ristrutturato o iniziato a vivere in Italia almeno per una parte dell’anno. L’esperienza ci ha anche fatto cambiare idea su alcune cose: oggi siamo molto meno interessati al piccolo borgo remoto in quanto tale e molto più ai centri minori che gravitano intorno a città, capoluoghi, aeroporti o bacini territoriali forti, dove la differenza nel costo dell’abitare può essere enorme senza obbligare una persona a separarsi completamente dai servizi e dalle opportunità della città. È il modello sul quale stiamo lavorando, per esempio, intorno a Lecce e Grosseto, e che ci ha portato a considerare mobilità, alloggi di medio periodo e possibilità di provare un territorio prima di trasferirvisi parte integrante della relocation, non servizi accessori.
Ed è per questo che trovo particolarmente interessante che il fenomeno raccontato dal Sole non riguardi affatto soltanto Milano. Milano, nel triennio, perde 22.099 residenti nei movimenti interni e ne guadagna 45.662 dall’estero; Roma presenta un saldo interno di -3.784 e un saldo dall’estero di +42.502; Torino è positiva su entrambi i fronti, mentre Napoli continua a perdere più residenti verso il resto d’Italia di quanti ne recuperi dall’estero. Ma ancora più interessante è la classifica relativa al saldo con l’estero ogni mille abitanti: davanti a Milano, che registra +33,61 per mille, troviamo Pavia con +35,70, Alessandria con +35,31 e Vercelli con +33,68; immediatamente dopo Milano arriva Ancona con +33,52. La nuova geografia internazionale italiana, insomma, non coincide affatto con la cartina delle grandi metropoli.
Naturalmente non possiamo dedurre da questo che i nuovi residenti internazionali si stiano trasferendo in massa nei piccoli comuni, perché i dati pubblicati non lo dimostrano. Possiamo però osservare che contemporaneamente gli italiani si stanno spostando soprattutto su distanze brevi verso i comuni della propria provincia, che diverse città medie presentano tassi di attrazione dall’estero superiori o comparabili a Milano e che la presenza economica degli stranieri è ormai profondamente diffusa anche nell’Italia provinciale. Ed è proprio quest’ultimo dato a rendere il quadro ancora più interessante.
A metà 2025 risultavano registrate in Italia 678.004 imprese di stranieri, secondo la categoria che InfoCamere definisce tecnicamente “imprese straniere”, cioè imprese nelle quali la partecipazione di persone fisiche non nate in Italia supera complessivamente il 50%. Sono aumentate dell’1,7% in un solo anno e del 6% rispetto al 2021, mentre nello stesso periodo le imprese autoctone sono diminuite di quasi il 5%. A fine 2025 il saldo tra nuove iscrizioni e cessazioni delle imprese di stranieri è stato positivo per quasi 29mila unità e, nell’arco dell’ultimo quinquennio, mentre le imprese a titolarità italiana diminuivano del 4,6%, quelle di stranieri crescevano del 4,7%.
Anche qui il fenomeno non è affatto soltanto milanese. La Lombardia concentra naturalmente il numero assoluto più elevato di queste imprese, ma se misuriamo quanto incidono sul tessuto imprenditoriale locale cambia completamente la classifica: a metà 2025 Prato era al 32,7%, Trieste al 20%, Imperia al 18,2%, Reggio Emilia al 16,7%, mentre Genova affiancava Milano. A fine anno Prato è salita al 33,2%. E se invece guardiamo agli imprenditori nati all’estero, il primato relativo è ancora una volta di Prato, seguita da Trieste e Imperia; l’agricoltura, pur partendo da numeri inferiori, è il settore in cui il numero degli imprenditori nati all’estero è cresciuto maggiormente nell’ultimo decennio, +56,1%.
La distribuzione territoriale è molto diseguale: il 58,1% degli stranieri residenti vive ancora nel Nord, il 24,2% nel Centro e soltanto il 17,7% nel Mezzogiorno; mentre al Nord la popolazione nel 2025 è cresciuta del 2,2 per mille, il Mezzogiorno ha perso il 3,1 per mille. Anche la mobilità interna continua a favorire nettamente il Centro-Nord: nel solo 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 45mila residenti verso il resto del Paese e tra il 2019 e il 2025 ha perso un saldo netto di 150mila laureati italiani tra 25 e 34 anni.
Ma proprio questa complessità mi sembra la parte più interessante. Stiamo continuando a discutere lo spopolamento come se il Paese fosse fermo e semplicemente svuotato da una perdita progressiva di abitanti, mentre in realtà sotto il dato nazionale stanno avvenendo contemporaneamente almeno quattro movimenti: gli italiani fanno sempre meno figli e invecchiano; una parte continua a lasciare il Paese; milioni di persone cambiano comune e molto spesso rimangono nella stessa provincia; centinaia di migliaia di nuovi residenti arrivano ogni anno dall’estero e una componente significativa degli stranieri non soltanto lavora, ma apre imprese e costruisce progressivamente il proprio radicamento economico sul territorio.
L’esperienza di ITS Italy mi suggerisce inoltre che, soprattutto per quella parte di mobilità internazionale che ho definito “per scelta”, la provincia italiana potrebbe avere caratteristiche oggi molto più competitive di quelle che avevamo immaginato soltanto dieci anni fa. Una persona che può decidere dove vivere non confronta necessariamente Grosseto con Milano o Lecce con Roma; confronta costo della casa, qualità della vita, distanza dall’aeroporto, assistenza sanitaria, connessione internet, sicurezza, possibilità di muoversi, clima, servizi, vita sociale e facilità con cui può entrare davvero nella comunità. E spesso un piccolo centro a venti o trenta minuti da una città offre una combinazione che la città stessa non può più offrire allo stesso prezzo.
Naturalmente una casa economica non basta, e anche questa è una cosa che abbiamo imparato sul campo. Se mancano mobilità, servizi, alloggi temporanei, informazioni comprensibili, interlocutori locali e la possibilità di sperimentare il territorio prima di una decisione definitiva, un potenziale residente rimane un turista, un proprietario occasionale o semplicemente sceglie un altro posto. Ma se quei pezzi esistono, l’immobile sottoutilizzato può tornare abitato, il nuovo residente può diventare consumatore locale, contribuente, lavoratore o imprenditore e, dopo qualche anno, smettere persino di percepirsi come straniero.
Per questo leggerei i dati pubblicati oggi non come una storia sulla fuga dalle città e neppure come una storia sull’immigrazione, prese separatamente. Raccontano piuttosto una trasformazione della geografia italiana: gli italiani invecchiano e cambiano indirizzo, mentre una parte crescente della popolazione che impedisce al Paese di diminuire arriva da fuori e comincia a sua volta a scegliere dove vivere, lavorare e fare impresa.
Ed è forse quest’ultima scelta che territori e piccoli comuni dovrebbero iniziare a studiare molto più seriamente. Per anni abbiamo speso energie e risorse per convincere qualcuno a venire per un weekend, aumentare le presenze turistiche o vendere una casa vuota. I dati demografici suggeriscono una domanda diversa e probabilmente molto più importante: che cosa deve avere un territorio perché una persona che potrebbe vivere altrove decida non soltanto di arrivare, ma di rimanere?




