Il margine bianco dell’identità italiana
Mio nonno Giovanni non è mai partito.
Viveva in campagna, in una casa con le finestre basse e il glicine che ogni primavera cercava di entrare dentro. D’estate, quando il calore del giorno finalmente cedeva, si portavano le sedie fuori.
Sotto il cielo stellato, con i grilli e il vento tra gli alberi, si cantava. Nessun microfono. Nessuna telecamera. Solo la voce - la sua, quella degli altri - e le canzoni che conoscevano tutti.
Giovanni non si chiedeva se era il momento giusto. Se piaceva. Se era abbastanza.
Cantava perché era vivo. E bastava.
Ho iniziato a scrivere una newsletter che si chiama Il Margine Bianco - Newsletter italiana di storytelling
Prende il nome dallo spazio bianco di una pagina - quello che nessuno riempie, che i tipografi proteggono come fosse sacro. Non è vuoto. È respiro. È quello spazio che permette alle parole di esistere senza soffocarsi.
Ho scelto questo nome perché mi sono accorto che quel margine manca ovunque. Nelle giornate di lavoro, nelle conversazioni, nei profili LinkedIn ottimizzati fino all’ultimo pixel. Tutto è riempito.
Tutto è ottimizzato. Non c’è spazio per il silenzio.
Sono italiano. Lavoro nel digitale. E vivo ogni giorno la tensione tra due culture che faticano a parlarsi.
Da una parte il mondo digitale - veloce, misurabile, scalabile. Dall’altra la cultura in cui sono cresciuto - quella del pranzo come momento di ritrovo, della conversazione che non ha un ordine del giorno, del caffè che si prende lentamente anche quando si ha fretta.
Per anni ho pensato che questa tensione fosse un difetto. Che dovessi scegliere - essere più veloce, più efficiente, più globale.
Poi ho guardato mio figlio raccogliere la sabbia al mare.
Aveva due anni. Era la prima volta che vedeva il mare davvero - non in fotografia, non in un video.
Davanti a lui. Grande, rumoroso, sempre in movimento ed indifferente alla sua piccolezza.
Si è avvicinato all’acqua ridendo, si è ritirato quando l’onda lo ha raggiunto, è tornato. Ancora e ancora. Come se stesse imparando le regole di un gioco antichissimo. Poi si è seduto sulla sabbia e ha iniziato a raccoglierla tra le mani. Piano. Con cura. Come se ogni granello valesse qualcosa.
In quel momento ho smesso di pensare alla tensione.
Forse quella lentezza non era un ostacolo. Era una competenza. Quella di dare peso alle cose. Di non trattare tutto con la stessa urgenza. Di saper stare in un momento senza già pensare al prossimo.
Non so se questa sia una caratteristica italiana o solo mia. Non ho dati, non ho ricerche. Ho solo l’esperienza di chi prova ogni giorno a costruire qualcosa di autentico in un mondo che premia la velocità.
Quello che so è questo: le cose che restano - le storie, le relazioni, i brand che ti rimangono dentro - non nascono dall’ottimizzazione. Nascono dal margine bianco. Da quello spazio che qualcuno ha avuto il coraggio di non riempire.
Giovanni lo sapeva già. Cantava sotto le stelle senza ambizione performativa, guidato solo dall’allegria e dallo scorrere della vita nelle vene.
Noi abbiamo i podcast, i reel, le stories. Loro avevano la voce. E bastava.
Forse è lì che si nasconde il vantaggio che non sappiamo di avere.
O forse è solo una domanda che vale la pena farsi.
Riccardo D'Uggento scrive Il Margine Bianco - Newsletter italiana di storytelling autentico, paternità e vita intenzionale.
ilmarginebianco.substack.com



