Is Italian Citizenship No Longer Forever? Italy’s New Battle Over Ancestry and National Identity
La cittadinanza italiana non è più infinita? Il nuovo scontro sullo ius sanguinis riapre il dibattito tra identità, diaspora e futuro del Paese
Due famiglie americane hanno portato davanti alla Cassazione la contestata riforma che limita la trasmissione della cittadinanza italiana per discendenza oltre la seconda generazione. Una battaglia legale che va ben oltre il diritto: riguarda il rapporto dell’Italia con milioni di discendenti sparsi nel mondo e la sua idea stessa di appartenenza.
Per oltre un secolo, l’Italia ha coltivato una delle interpretazioni più estese al mondo del principio dello ius sanguinis: se avevi sangue italiano nelle vene, spesso anche molto indietro nell’albero genealogico, potevi rivendicare il diritto alla cittadinanza.
Era un principio quasi romantico.
L’idea che l’italianità non fosse solo un fatto burocratico, ma qualcosa che attraversa il tempo, le generazioni, la memoria familiare.
Poi, nel 2025, qualcosa è cambiato.
Con una riforma voluta dal governo di Giorgia Meloni, l’Italia ha deciso di mettere un freno a quel sistema, restringendo drasticamente la possibilità di ottenere la cittadinanza per discendenza e limitandola, di fatto, ai soli casi entro due generazioni dirette. Una svolta epocale che ha modificato un principio che per decenni aveva consentito a milioni di persone, soprattutto tra Stati Uniti, Argentina e Brasile, di mantenere un legame giuridico con il Paese dei propri avi.
Ora quella scelta è finita nuovamente sotto esame.
Due famiglie statunitensi, insieme ad altri ricorrenti venezuelani, hanno infatti portato il caso davanti alla Corte di Cassazione sostenendo che la norma non possa essere applicata retroattivamente e che chi era già nato prima della riforma debba poter continuare a esercitare il proprio diritto secondo le vecchie regole. Una decisione è attesa nelle prossime settimane e potrebbe ridefinire, ancora una volta, il perimetro di chi può dirsi italiano.
Ma la questione, in realtà, va molto oltre il tecnicismo giuridico.
Perché questo dibattito tocca un nervo profondissimo della storia nazionale.
Tra il 1877 e il 1914, oltre 14 milioni di italiani lasciarono il Paese, diretti soprattutto verso le Americhe.
Fu una delle più grandi diaspore della storia moderna europea. Interi paesi del Sud e del Nord si svuotarono, mentre comunità italiane prendevano forma a New York, Buenos Aires, São Paulo, Melbourne, Toronto.
Per generazioni, quei discendenti hanno mantenuto cognomi, tradizioni, dialetti, ricette, feste patronali e spesso un senso identitario fortissimo verso un’Italia magari mai vissuta, ma sempre raccontata.
Ed è proprio qui che nasce il nodo.
Per alcuni, restringere la cittadinanza significa semplicemente aggiornare un sistema ormai insostenibile, che aveva trasformato i consolati italiani in mezzo mondo in uffici genealogici sovraccarichi, con pratiche lunghe anni e un numero crescente di richieste spesso motivate più dal valore pratico del passaporto europeo che da un reale legame culturale.
Per altri, invece, significa rompere un patto storico con la diaspora.
Dire a milioni di persone: grazie per aver mantenuto viva la memoria dell’Italia, ma ora quella porta si chiude.
La verità, probabilmente, sta nel mezzo.
Perché è difficile negare che negli ultimi anni il sistema fosse diventato, in alcuni casi, quasi industriale: agenzie specializzate, pacchetti “chiavi in mano”, turismo genealogico finalizzato all’ottenimento del passaporto, interi business costruiti attorno alla cittadinanza italiana come strumento di mobilità internazionale.
Ma è anche vero che ridurre tutto a “passport shopping” rischia di banalizzare una realtà molto più complessa.
Molti di quei richiedenti non stanno semplicemente cercando un documento.
Stanno cercando una riconnessione. Una radice. Una forma di ritorno simbolico.
E in un’Italia che oggi discute continuamente di spopolamento, crisi demografica e necessità di attrarre nuove energie, il tema assume una sfumatura quasi paradossale: mentre alcune aree del Paese si svuotano, milioni di persone all’estero chiedono di essere riconosciute come parte di quella stessa comunità nazionale.
La vera domanda, allora, forse non è solo chi abbia diritto alla cittadinanza.
La vera domanda è: che cosa vuole essere oggi l’Italia?
Una nazione chiusa in una definizione strettamente territoriale della propria identità?
O un Paese capace di vedere nella propria diaspora globale non un peso amministrativo, ma una rete strategica, culturale, economica e persino demografica?
Perché il futuro di molti Paesi europei passerà anche da qui: dalla capacità di ridefinire il concetto di appartenenza in un mondo dove identità, mobilità e radici sono sempre meno lineari.
La sentenza della Cassazione, quando arriverà, non deciderà soltanto una questione di diritto.
Dirà molto anche su come l’Italia intende guardare a sé stessa — e a chi, da generazioni, continua ancora a guardarla da lontano chiamandola casa.
Two American families have taken Italy’s citizenship-by-descent restrictions to the country’s highest court, reigniting a debate that goes far beyond bureaucracy: who gets to belong to Italy, and what does being Italian even mean in 2026?
For more than a century, Italy maintained one of the broadest interpretations of jus sanguinis in the world: if Italian blood ran through your family tree, no matter how far back, there was often a pathway to citizenship.
It was almost romantic in nature.
The idea that being Italian was not simply a bureaucratic status, but something passed through memory, heritage, and generations.
Then, in 2025, that changed.
Under reforms introduced by Giorgia Meloni’s government, Italy sharply restricted citizenship-by-descent claims, effectively limiting them to descendants no further removed than two generations. It was a historic shift, ending a long-standing framework that had allowed millions—particularly in the United States, Argentina, and Brazil—to maintain a legal bond with the homeland of their ancestors.
Now, that decision is once again under scrutiny.
Two U.S. families, alongside claimants from Venezuela, have challenged the law before Italy’s Supreme Court, arguing that the reform should not apply retroactively and that those born before the law came into force should still be judged under the previous framework. A ruling is expected in the coming weeks and could once again reshape who qualifies as Italian in the eyes of the law.
But in truth, this debate goes far beyond legal technicalities.
Because it touches one of the deepest questions in modern Italian history.
Between 1877 and 1914, more than 14 million Italians emigrated abroad, in one of the largest migration waves in European history. Entire towns emptied as families sought new opportunities across North and South America, Australia, and beyond.
For generations, their descendants preserved surnames, traditions, dialects, recipes, patron-saint festivals, and often an intense emotional connection to an Italy they may never have lived in—but always grew up hearing about.
And that is where the real tension lies.
For some, restricting citizenship is simply a practical necessity.
Italy’s consulates had become overwhelmed by enormous backlogs, while the process itself increasingly turned into an industry: agencies, consultants, genealogy services, and “passport tourism” packages helping applicants secure an EU passport through distant ancestry.
For others, however, the reform feels like something much bigger.
It feels like Italy severing a historic bond with its diaspora.
A message to millions saying: thank you for preserving the memory of Italy—but the door is no longer open.
The truth, as often happens, likely lies somewhere in between.
Because while the system had undeniably become overstretched, reducing every applicant to “passport shopping” oversimplifies reality.
Many are not just seeking a travel document.
They are seeking reconnection. Identity. Belonging. A symbolic return to family roots.
And in a country constantly debating depopulation, demographic decline, and how to attract new people into shrinking communities, the irony is hard to miss: while parts of Italy are emptying, millions abroad are still asking to be recognised as part of the same national family.
So perhaps the real question is not simply who qualifies for citizenship.
The real question is: what does Italy want to be?
A nation defined only by geography and borders?
Or a country willing to see its global diaspora as a cultural, economic, and strategic extension of itself?
Because the Cassation Court’s decision, when it arrives, will do more than interpret a law.
It will say something profound about how Italy sees itself—and about whether those who still call it home from afar are truly still welcome.


