Italy Is Attracting Remote Workers. But Perhaps It’s Time to Stop Calling Everyone “Digital Nomads”.
L’Italia piace ai remote worker. Ma forse è il momento di smettere di chiamarli tutti “digital nomad”.
L’ultimo articolo di Idealista fotografa un trend reale, ma continua a semplificare una trasformazione molto più strutturale di quanto sembri.
Negli ultimi giorni Idealista ha pubblicato un articolo dedicato alle città italiane che starebbero emergendo come nuove destinazioni per remote worker nel 2026. Bologna, Lecce, Palermo, Bari, Trento, Cagliari. Luoghi sempre più scelti – secondo la testata – da professionisti internazionali che lavorano da remoto e che preferiscono evitare grandi metropoli come Milano o Roma in favore di contesti più accessibili, vivibili e meglio bilanciati.
Nel merito, la tesi non è affatto sbagliata.
Chi osserva da tempo questo settore sa bene che la crescita di interesse verso città secondarie, capoluoghi regionali e destinazioni meno congestionate è reale. È una dinamica che noi stessi raccontiamo da tempo su ITS Journal, e che vediamo concretamente attraverso i progetti che seguiamo sul territorio.
Ciò che però continua a lasciare perplessi è la modalità con cui questo fenomeno viene spesso raccontato.
Perché ogni volta che il tema emerge, tutto viene inevitabilmente inserito sotto la grande e comoda etichetta del digital nomadism. Una definizione immediata, efficace dal punto di vista comunicativo, ma sempre meno aderente alla realtà.
La verità è che molti dei soggetti oggi attratti dall’Italia non sono, in senso stretto, digital nomads.
Non si tratta necessariamente di lavoratori ultra-flessibili che cambiano Paese ogni pochi mesi inseguendo mete temporanee e lifestyle esotici. Sempre più spesso si parla invece di professionisti strutturati, imprenditori, consulenti, famiglie internazionali o coppie con redditi stabili che stanno cercando non semplicemente una base temporanea, ma un luogo in cui costruire una quotidianità sostenibile.
In altre parole: più che nomadi, si tratta di persone in fase di relocation.
Ed è un distinguo tutt’altro che secondario.
Perché un vero digital nomad, per definizione, tende raramente a comprare casa. Predilige flessibilità, velocità di spostamento, reversibilità delle scelte. Chi invece valuta un acquisto immobiliare, affronta lavori di ristrutturazione o si inserisce stabilmente in un territorio sta compiendo una scelta diversa: non sta sperimentando una mobilità temporanea, sta progettando un trasferimento di vita.
Ed è qui che la narrazione spesso si semplifica troppo.
Perché dire che “l’Italia attira remote workers” è corretto. Ma lascia intendere che basti una buona connessione Wi-Fi, qualche coworking ben fotografato e un centro storico suggestivo per rendere un luogo automaticamente attrattivo.
La realtà, come spesso accade, è più complessa.
Uno dei principali ostacoli che oggi incontrano coloro che desiderano trasferirsi stabilmente in molte città italiane – comprese alcune di quelle citate nell’articolo – riguarda proprio il mercato abitativo.
Più che la domanda, il vero limite resta l’offerta.
In numerose località esiste ancora una forte carenza di stock abitativo qualitativo pensato per un pubblico internazionale o comunque per residenti con aspettative contemporanee. Trovare immobili in buono stato, arredati in modo adeguato, gestiti professionalmente e disponibili per permanenze medio-lunghe non è sempre semplice. Spesso, anzi, è uno dei primi grandi problemi che emergono nel momento in cui si passa dalla teoria alla concreta pianificazione di un trasferimento.
È anche per questo che molti scelgono, laddove possibile, di acquistare direttamente e ristrutturare. Oppure si affidano a operatori, sviluppatori e progetti di rigenerazione già strutturati, capaci di offrire soluzioni abitative pronte o percorsi accompagnati.
Da questo punto di vista, anche il ruolo avuto negli ultimi anni dalle piattaforme di short-term rental merita una riflessione meno ideologica.
Pur avendo certamente generato squilibri in alcuni contesti urbani, piattaforme come Airbnb hanno anche contribuito a riportare sul mercato immobili inutilizzati, incentivare ristrutturazioni e dimostrare concretamente l’esistenza di una domanda internazionale prima spesso solo ipotizzata. In molti casi hanno rappresentato il primo passo verso una valorizzazione più ampia di interi territori.
Naturalmente, il punto non è sostenere che ogni destinazione italiana oggi citata nei ranking sia automaticamente pronta ad accogliere nuovi residenti internazionali senza criticità.
Al contrario.
Il vero tema è comprendere che la trasformazione in corso richiede strumenti, visione, pianificazione e infrastrutture adeguate. Perché attrarre remote worker – o meglio, nuovi residenti economicamente mobili – non significa soltanto comparire in un articolo internazionale. Significa costruire ecosistemi abitativi, servizi, accoglienza e opportunità realmente sostenibili.
In definitiva, dunque, l’articolo di Idealista coglie un cambiamento autentico, ma lo racconta forse con categorie che iniziano a stare strette.
L’Italia non sta semplicemente diventando una meta per digital nomads.
Sta diventando, sempre più chiaramente, una destinazione di relocation per professionisti e famiglie che lavorano in modo flessibile e cercano una nuova qualità della vita.
E capire questa differenza sarà fondamentale per leggere correttamente il mercato dei prossimi anni.
Italy Is Attracting Remote Workers. But Perhaps It’s Time to Stop Calling Everyone “Digital Nomads”.
Idealista’s latest article captures a real trend, but still simplifies a transformation that is becoming far more structural than many realise.
In recent days Idealista published an article highlighting several Italian cities said to be emerging as remote work destinations in 2026. Bologna, Lecce, Palermo, Bari, Trento and Cagliari were all listed as increasingly attractive alternatives to traditional hubs such as Milan or Rome for professionals working remotely.
At its core, the premise is not incorrect.
Anyone observing this sector closely knows that interest in secondary cities, regional capitals and less congested destinations has been growing steadily for some time. It is a shift we have discussed regularly at ITS Journal and one we continue to witness directly through the projects we support across Italy.
What remains questionable, however, is the way this phenomenon is still often framed.
Because whenever the subject arises, everything is quickly grouped under the broad and convenient label of digital nomadism. It is an easy and effective term from a communications perspective, but one that increasingly fails to reflect reality.
The truth is that many of the individuals currently looking toward Italy are not, strictly speaking, digital nomads.
They are not necessarily ultra-mobile workers changing country every few months in search of temporary bases and lifestyle-driven experiences. Increasingly, they are structured professionals, entrepreneurs, consultants, international families or couples with stable income streams who are seeking not simply a temporary destination, but a place in which to build a sustainable day-to-day life.
In other words, they are not merely nomads. They are relocators.
And that distinction matters.
Because a true digital nomad, by nature, rarely buys property. Flexibility, reversibility and mobility are central to that model. Someone purchasing real estate, renovating a property, or embedding themselves in a local community is making a very different decision: they are not experimenting with temporary mobility, they are planning a life transition.
And this is where the conversation often becomes oversimplified.
Because saying that “Italy is attracting remote workers” is accurate. But it can imply that a strong Wi-Fi connection, a few coworking spaces and an attractive historic centre are enough to make a destination relocation-ready.
The reality, as often happens, is more nuanced.
One of the biggest obstacles facing many prospective movers today – including in several of the cities mentioned in Idealista’s article – is the housing market itself.
More than demand, the real bottleneck remains supply.
Across many Italian destinations, there is still a shortage of quality housing stock suited to international residents or to professionals with contemporary expectations. Finding well-finished, properly furnished, professionally managed accommodation available for medium or long-term stays remains a challenge in many otherwise attractive markets. Indeed, it is often one of the first major difficulties people encounter when moving from aspirational interest to practical relocation planning.
This is also why many eventually choose, where possible, to purchase and renovate directly. Others rely on specialist operators, developers or regeneration-led initiatives capable of offering move-in-ready solutions or guided pathways into local markets.
From this perspective, even the role of short-term rental platforms deserves a more balanced reflection.
While platforms such as Airbnb have certainly created distortions in some urban contexts, they have also helped reactivate dormant housing stock, incentivise renovation, and demonstrate the existence of international demand in areas where this had often only been theoretical. In many cases, they represented the first stage of wider territorial revitalisation.
Naturally, none of this is to suggest that every Italian destination now appearing in rankings is automatically ready to welcome new international residents without challenge.
Quite the opposite.
The real point is that the transformation currently underway requires strategy, planning, infrastructure and long-term vision. Because attracting remote workers – or more accurately, economically mobile residents – is not simply a matter of appearing in an international ranking. It means creating housing ecosystems, services, hospitality structures and sustainable local opportunities capable of supporting real settlement.
Ultimately, Idealista’s article identifies a genuine trend, but perhaps describes it through categories that are becoming increasingly outdated.
Italy is not simply becoming a destination for digital nomads.
It is becoming, more clearly each year, a relocation destination for professionals and families with flexible working models seeking a different quality of life.
And understanding that distinction will be crucial to interpreting the market in the years ahead.



