Italy is attractive, yes. But for whom?
Italia attrattiva, sì. Ma per chi?
Un dato che vale più di molte narrazioni
Negli ultimi giorni è circolata una testimonianza interessante raccolta a Torino, basata sull’esperienza concreta di chi lavora ogni giorno con stranieri che scelgono di trasferirsi in Italia. Il quadro che emerge è semplice e, proprio per questo, rilevante: la maggior parte di chi arriva stabilmente non è giovane, né particolarmente inserito nel mercato del lavoro. Sono soprattutto persone in pensione, spesso provenienti dal Nord Europa, attratte dalla qualità della vita, dal paesaggio e da un costo della vita percepito come sostenibile.
Esistono anche studenti internazionali, lavoratori legati a multinazionali e una quota di professionisti digitali. Ma restano una minoranza. Il flusso principale è composto da chi ha già concluso il proprio percorso lavorativo e sceglie l’Italia come luogo in cui vivere una fase più lenta, più semplice, più piacevole della propria vita.
Non è un’anomalia. È un’indicazione.
L’Italia attrae per quello che è (e per come funziona)
Dire che l’Italia attrae è quasi banale. È uno dei Paesi più desiderati al mondo, e non da oggi. Ma l’attrattività, da sola, dice poco se non si guarda alla sua direzione.
Un Paese non attrae in modo neutro. Attrae in modo coerente con ciò che è, con ciò che comunica e con ciò che rende concretamente possibile nella vita quotidiana.
L’Italia è percepita - e in larga parte è - come un luogo dove vivere bene. Dove il tempo ha un altro ritmo, dove la qualità della vita è centrale, dove il contesto estetico e culturale ha un peso reale. È una proposta fortissima, ma è anche una proposta molto specifica.
Se un Paese si presenta, e funziona, come ideale per vivere bene dopo aver lavorato altrove, è inevitabile che attragga persone che hanno già completato il proprio percorso professionale.
Se a questo si aggiungono politiche fiscali che rendono particolarmente conveniente trasferirsi in Italia nella fase della pensione, il risultato non è sorprendente. È perfettamente allineato.
Il punto, quindi, non è criticare chi arriva.
Il punto è comprendere perché arrivano proprio loro.
Il nodo: chi non arriva (e perché)
La domanda più interessante non è chi sceglie l’Italia, ma chi non la sceglie.
Perché i giovani altamente qualificati arrivano in misura limitata?
Perché i professionisti in età produttiva, pur interessati, spesso non si stabiliscono?
Perché chi potrebbe lavorare dall’Italia, spesso non lo fa - o lo fa solo temporaneamente?
La risposta non è ideologica. È operativa.
L’Italia, fuori dalle grandi città, resta un Paese dove lavorare è più complesso che vivere. E questo squilibrio pesa.
Non si tratta solo di connessione internet o di qualche spazio di coworking. Si tratta di un sistema complessivo che, oggi, non è ancora progettato per sostenere in modo diffuso il lavoro contemporaneo sui territori.
Mancano continuità nei servizi, semplicità nei processi, ecosistemi professionali distribuiti. E senza questi elementi, anche il luogo più affascinante resta una scelta fragile per chi deve costruire una vita attiva.
L’equivoco della bellezza
C’è un altro punto che merita di essere chiarito, perché attraversa molte narrazioni sull’Italia: l’idea che la bellezza sia sufficiente.
Non lo è mai stata.
Un territorio può essere straordinario, ma restare marginale se non è anche facile da vivere, accessibile, connesso e inserito in un contesto economico funzionante.
La verità è che, in molti casi, vivere nei territori italiani richiede ancora un livello di adattamento che pochi sono disposti ad accettare nel lungo periodo. E questo spiega perché, anche quando c’è interesse, la scelta si ferma spesso alla seconda casa o a una presenza temporanea.
Nel frattempo, le città continuano ad attrarre e a concentrarsi, mentre i territori restano sullo sfondo, raccontati come opportunità ma vissuti ancora come eccezione.
Il rischio di una specializzazione implicita
Se si osserva il fenomeno senza pregiudizi, emerge un rischio piuttosto chiaro: che l’Italia si stia specializzando, di fatto, come destinazione per una fase specifica della vita.
Una fase legittima, importante, ma non sufficiente a sostenere un sistema nel lungo periodo.
Un’attrattività concentrata su profili non attivi dal punto di vista produttivo rischia di non generare continuità, di non alimentare il tessuto economico e di non contribuire alla rigenerazione dei territori in modo strutturale.
Non è un problema immediato. È un problema di traiettoria.
Cambiare il paradigma
È qui che diventa necessario spostare il piano della discussione. Non si tratta di aumentare l’attrattività dell’Italia, ma di cambiarne la qualità.
Nel nostro lavoro con ITS ITALY, questo significa partire da un presupposto molto concreto: vivere in un territorio non può essere una scelta secondaria, né un compromesso.
Significa selezionare contesti dove la qualità della vita si accompagni a una reale possibilità di lavorare. Dove i servizi siano accessibili, dove la quotidianità sia semplice, dove esista una rete - anche minima - di persone che condividono lo stesso approccio.
Significa anche accompagnare chi arriva, non solo nel trovare una casa, ma nel costruire una presenza. Nel capire come muoversi, come lavorare, come integrarsi.
I dati che osserviamo dopo alcuni anni di attività vanno in una direzione diversa rispetto a quella descritta nella testimonianza iniziale: chi sceglie di trasferirsi attraverso questi percorsi è spesso in piena età produttiva, con un’età media tra i 42 e i 45 anni, piccoli nuclei familiari o professionisti che non stanno cercando una pausa, ma una nuova fase.
Persone che vogliono vivere meglio, ma anche continuare a lavorare e, in molti casi, contribuire attivamente al contesto in cui arrivano.
La direzione conta più dell’attrattività
L’Italia non ha un problema di attrattività. Ha un problema di direzione.
Se un Paese è perfetto per chi ha finito di lavorare, attirerà chi ha finito di lavorare. È una dinamica semplice, quasi inevitabile.
Se invece costruisce condizioni credibili per vivere e lavorare allo stesso tempo, allora inizierà ad attrarre anche chi è nel pieno della propria vita professionale.
La differenza non sta nella comunicazione, ma nella struttura.
E, soprattutto, nella coerenza tra ciò che si promette e ciò che si rende possibile.
Perché alla fine la scelta di trasferirsi non è mai romantica come viene raccontata. È sempre profondamente pratica.
E i Paesi, come le persone, vengono scelti per quello che permettono di fare. Non solo per quello che sono.
Italy is attractive, yes. But for whom?
A data point that says more than many narratives
In recent days, an interesting insight has circulated from Turin, based on the direct experience of professionals who work daily with foreigners choosing to relocate to Italy. The picture that emerges is simple and, precisely for that reason, relevant: most of those who move permanently are not young, nor actively engaged in the labour market. They are mainly retirees, often from Northern Europe, attracted by quality of life, landscape, and a relatively affordable cost of living.
There are also international students, employees linked to multinational companies, and a growing number of digital professionals. But they remain a minority. The main flow consists of people who have already completed their working life and choose Italy as the place to enjoy a slower, simpler, more pleasant phase of life.
This is not an anomaly. It is a signal.
Italy attracts for what it is (and how it works)
Saying that Italy is attractive is almost obvious. It has long been one of the most desired countries in the world. But attractiveness alone says very little unless we understand its direction.
A country does not attract neutrally. It attracts in a way that is consistent with what it is, how it presents itself, and what it actually makes possible in everyday life.
Italy is perceived — and largely is — as a place where one can live well. Where time moves differently, where quality of life matters, where cultural and aesthetic context has real weight. It is a powerful proposition, but also a very specific one.
If a country presents itself, and functions, as ideal for living well after having worked elsewhere, it is inevitable that it will attract people who have already completed their professional journey.
If, in addition, fiscal policies make it particularly advantageous to move to Italy during retirement, the outcome is not surprising. It is perfectly aligned.
The point, therefore, is not to criticise who arrives.
The point is to understand why it is them.
The real issue: who is not coming (and why)
The more interesting question is not who chooses Italy, but who does not.
Why are highly skilled young people arriving only in limited numbers?
Why do professionals in their productive years, despite being interested, often choose not to settle?
Why do those who could work from Italy often do so only temporarily?
The answer is not ideological. It is operational.
Outside major cities, Italy remains a country where working is more complex than living. And this imbalance matters.
It is not just about internet connectivity or coworking spaces. It is about a broader system that is not yet designed to support distributed, modern work across territories.
There is inconsistency in services, complexity in processes, and a lack of widespread professional ecosystems. Without these elements, even the most beautiful place remains a fragile choice for those who need to build an active life.
The illusion of beauty
There is another point worth addressing, because it underpins much of the narrative around Italy: the idea that beauty is enough.
It never has been.
A place can be extraordinary, yet remain marginal if it is not also easy to live in, accessible, connected, and embedded in a functioning economic context.
The truth is that, in many cases, living in Italian territories still requires a level of adaptation that few are willing to sustain over time. This explains why, even when interest exists, the decision often stops at buying a second home or maintaining a temporary presence.
Meanwhile, cities continue to attract and concentrate activity, while territories remain in the background — often celebrated, but rarely fully chosen.
The risk of an implicit specialisation
Looking at the phenomenon without bias, a clear risk emerges: that Italy is, in practice, specialising as a destination for a specific phase of life.
A legitimate and valuable phase, but not sufficient to sustain a system in the long term.
An attractiveness concentrated on non-productive profiles risks failing to generate continuity, weakening the economic fabric, and limiting the structural regeneration of territories.
This is not an immediate problem. It is a directional one.
Changing the paradigm
This is where the discussion needs to shift. The goal is not to increase Italy’s attractiveness, but to change its nature.
In our work with ITS ITALY , this means starting from a very concrete assumption: living in a small town cannot be a secondary choice or a compromise.
It means selecting places where quality of life is matched by a real ability to work. Where services are accessible, daily life is smooth, and there is at least a minimal network of like-minded people.
It also means supporting those who relocate not only in finding a home, but in building a presence — understanding how to navigate, how to work, how to integrate.
After several years of activity, the profile we observe differs significantly from the one described earlier: those relocating through these pathways are often in their productive years, with an average age between 42 and 45, small families or professionals who are not “winding down”, but starting a new phase.
People who seek a better life, but also want to continue working and, in many cases, contribute actively to the communities they join.
Direction matters more than attractiveness
Italy does not have an attractiveness problem. It has a direction problem.
If a country is perfect for those who have finished working, it will attract those who have finished working. It is a simple, almost inevitable dynamic.
If, instead, it builds credible conditions to live and work at the same time, it will begin to attract those who are in the middle of their professional lives.
The difference does not lie in communication, but in structure.
And, above all, in the consistency between what is promised and what is actually possible.
Because, in the end, relocation is never as romantic as it is often portrayed. It is always deeply practical.
And countries, like people, are chosen for what they allow you to do — not only for what they are.




