La vera sfida comincia quando finiscono i convegni
C’è una cosa che in Italia sappiamo fare piuttosto bene: riunirci per discutere del futuro dei piccoli paesi. Siamo anche diventati abbastanza bravi a individuare i problemi, a immaginare soluzioni e a sottoscrivere documenti programmatici. Più complicato, evidentemente, è fare in modo che tutto questo cambi qualcosa nella vita delle persone che quei territori li abitano davvero.
È con questa curiosità, e con una certa prudenza, che vale la pena guardare alla Carta di Erice, sottoscritta simbolicamente l’11 ottobre al termine del Sicily B-Fest, iniziativa della rete siciliana dei Borghi più belli d’Italia. Venticinque comuni hanno avviato un percorso comune per affrontare spopolamento, difficoltà economiche e progressiva perdita di servizi.
La notizia non è soltanto la firma. Secondo il resoconto pubblicato dal Comune di Erice il 12 ottobre, il testo definitivo dovrebbe essere completato entro dieci giorni e successivamente sottoposto alle amministrazioni della rete. Dunque, per ora, siamo davanti a un impegno politico e programmatico, non a un piano operativo già approvato e finanziato.
Non soltanto parole: alcune esperienze esistono già
Durante gli incontri sono state presentate iniziative che meritano attenzione. A Troina si è parlato di 4.000 ettari restituiti alla collettività e affidati a un’impresa agro-silvo-pastorale. Nelle Madonie sono state illustrate esperienze di associazioni fondiarie, attraverso le quali proprietari diversi possono coordinare la gestione di terreni altrimenti difficili da valorizzare.
A Buccheri, il progetto IDDE punta sulle competenze e sulle attività produttive femminili. Sono stati richiamati anche interventi di recupero degli immobili nei centri storici, progetti che collegano scuole e territori e iniziative rivolte ai nomadi digitali, come BorghiVivi.
Sono esempi concreti, almeno nella loro impostazione, perché cercano di intervenire su risorse, attività economiche e bisogni riconoscibili. Non sappiamo però, dal solo resoconto dell’evento, quanti posti di lavoro abbiano generato, quali risultati economici abbiano raggiunto o quante persone abbiano contribuito a trattenere nei territori. E questa differenza conta.
La domanda che manca troppo spesso
Per chi vive in uno di questi comuni, la questione è meno astratta di quanto possa apparire nei documenti istituzionali. La strada per raggiungere l’ospedale migliorerà? Sarà possibile utilizzare un trasporto pubblico affidabile? Una famiglia potrà continuare a mandare i figli a scuola senza organizzare ogni giornata come una spedizione? Ci saranno opportunità per lavorare, aprire un’attività o semplicemente non essere costretti ad andarsene?
Sono domande che dovrebbero precedere qualsiasi campagna per attrarre nuovi abitanti.
Perché un turista, un acquirente immobiliare, un nomade digitale e un residente stabile non sono la stessa cosa. Possono tutti contribuire all’economia locale, ma soltanto alcuni costruiscono una presenza continuativa. E anche chi trasferisce formalmente la residenza non necessariamente trova le condizioni per restare a lungo.
Una Carta che merita di essere misurata
La Carta di Erice potrebbe diventare davvero utile se i venticinque comuni decidessero di condividere non soltanto principi, ma obiettivi misurabili: quali servizi migliorare, quali immobili recuperare, quali attività sostenere, con quali risorse e in quali tempi.
Sarebbe interessante anche conoscere i risultati delle esperienze già presentate, distinguendo le iniziative avviate da quelle ancora da progettare. Non tutto dipende dai sindaci: sanità, trasporti e molte politiche economiche richiedono decisioni regionali e nazionali. Ma una rete di amministrazioni può certamente documentare i bisogni e chiedere interventi verificabili.
La Carta non va bocciata prima di nascere. Le idee illustrate hanno una loro concretezza e il tentativo di coordinarle è positivo. Sarebbe però un peccato se, fra qualche mese, l’unico risultato facilmente consultabile fosse il comunicato della firma.
La Carta di Erice non ha bisogno di un altro applauso. Ha bisogno di diventare qualcosa che un abitante possa riconoscere nella propria vita quotidiana. Possibilmente prima del prossimo convegno.



