La montagna non è uno screensaver
Ci sono luoghi che chiedono di ritrovare la fatica, il senso del limite e il rispetto per chi, quando noi ce ne andiamo, resta lì a prendersene cura.
Ci sono articoli che meritano di essere rilanciati non perché raccontano una curiosità estiva, non perché fotografano l’ennesimo episodio di overtourism (la cui viralità è quasi più fastidiosa del fatto stesso) e neppure perché ci offrono un pretesto per indignarci cinque minuti davanti a una coda assurda a 2.300 metri, ma perché riescono a mettere a fuoco qualcosa di molto più profondo, e l’articolo di Elisa Cozzarini pubblicato su VITA il 17 agosto, dentro la serie La montagna disincantata, appartiene esattamente a questa categoria. Il titolo originale è «Dolomiti, contro l’overtourism c’è solo la fatica», e vale la pena leggerlo tutto perché parla sì di Sorapiss, Tre Cime, Cortina, rifugi, acqua che comincia a scarseggiare, permafrost che si degrada, sentieri affollati e persino macchinine telecomandate portate in quota, ma soprattutto parla di una cosa che abbiamo progressivamente eliminato dal nostro rapporto con i luoghi: il limite.
Nel frattempo la vicenda dei krapfen del Friedrich August, a 2.300 metri, è diventata talmente grottesca da finire anche sul Guardian, che oggi, 19 agosto, racconta le code create dai video degli influencer, le persone arrivate all’alba, quelle che avrebbero persino campeggiato per essere sicure di trovare il dolce prima che finisse e il paradosso di un prodotto preparato da decenni diventato improvvisamente una destinazione internazionale perché l’algoritmo ha deciso che, per qualche giorno, bisognava essere tutti lì. L’articolo è questo: “Tourists on pastry quest overrun scenic spot in Italian mountains”. È una storia divertente, perfetta per i giornali e abbastanza surreale da sembrare una caricatura, ma se la leggiamo soltanto come la storia di centinaia di persone in fila per un krapfen abbiamo capito pochissimo, perché il krapfen è soltanto il sintomo più fotogenico di un problema assai più interessante.
Lo dico da goloso convinto, quindi senza alcuna superiorità gastronomica: mettetemi davanti un krapfen fatto bene, uno strudel serio o degli strauben caldi con la marmellata e non sarò certo io a sostenere che la purezza della montagna richieda digiuno e acqua di sorgente. Il punto è un altro, e proprio per questo l’articolo di Cozzarini mi ha colpito. Abbiamo cominciato a pretendere che il paesaggio, la vista, il rifugio, il lago, il cibo, il silenzio e possibilmente anche quella sensazione di eroica comunione con la natura ci vengano consegnati senza che il luogo ci chieda più niente in cambio: possibilmente arrivando vicino in macchina, possibilmente con una funivia, possibilmente senza freddo, senza pioggia, senza troppa strada e soprattutto senza la minima possibilità che la montagna, a un certo punto, ci dica semplicemente no.
È qui che entrano le parole di Francesco Abbruscato, presidente del Cai Veneto, riportate da VITA: la montagna deve restare aperta a tutti, dice, ma non per tutti, deve tornare a essere faticosa e bisogna camminare per raggiungere la meta. È una provocazione, naturalmente, e sarebbe sciocco trasformarla in una teoria secondo cui le Dolomiti dovrebbero diventare una riserva per alpinisti allenati, perché esistono bambini, anziani, persone con disabilità e mille forme diverse di accessibilità che una società civile deve garantire. Ma dietro quella provocazione c’è una verità che trovo molto più interessante di qualunque discussione sulla quantità ideale di turisti: alcune cose hanno valore anche perché non sono immediatamente disponibili, perché richiedono tempo, attenzione, adattamento e qualche volta perfino la capacità di rinunciare.
Io su questo divento un purista parecchio intransigente, proprio perché non sono un alpinista (anche se adoro le camminate di diverse ore) e non mi interessa fingere di esserlo. Adoro quei luoghi soprattutto quando le seggiovie sono chiuse, il tempo è freddo e magari ingrato, quando non fa particolarmente figo essere lì e quando una buona parte di quelli che in agosto sembrano improvvisamente innamorati della montagna scopre di avere altri programmi. È in quei momenti che riesco ad avere almeno un assaggio di cosa significhi non semplicemente visitare un posto, ma immaginare di viverci davvero, che è poi quello che spero un giorno di poter fare: non andarci a riposare quando il meteo è perfetto, ma viverci e lavorarci, esserci a novembre, quando piove, quando qualcosa si rompe, quando una strada va liberata, quando un tetto va controllato, quando un servizio deve continuare a funzionare anche se i clienti sono pochi e quando il paesaggio smette di essere un prodotto turistico e torna a essere semplicemente il luogo in cui qualcuno conduce la propria vita.
Ed è proprio qui, secondo me, che sta la parte meno raccontata e più importante di tutta questa storia. Noi arriviamo e troviamo il sentiero, il prato, il bosco, il rifugio, la fontana, la staccionata, la strada pulita, il paese in ordine, i balconi curati, i pascoli, i cartelli, i muri, le baite, gli impianti e possibilmente anche il krapfen ancora caldo, e tutto questo ci appare talmente naturale da sembrare quasi spontaneo, come se durante l’autunno fossero le Dolomiti stesse a fare manutenzione alle Dolomiti. Invece, quando le nostre orde sono ripartite, quando le code sono finite e l’algoritmo ha spostato l’attenzione altrove, qualcuno rimane lì, silenziosamente, a rimettere a posto, riparare, pulire, tagliare, sistemare, controllare, spalare, mantenere e far funzionare un territorio che noi torneremo l’anno successivo a trovare magnifico, spesso senza neppure domandarci per un istante chi abbia fatto in modo che restasse tale.
Questa, almeno per me, è una delle cose più affascinanti di molte comunità di montagna: una cura quasi ostinata del luogo che non vorrei romanticizzare, perché anche lì esistono speculazioni, brutte costruzioni, interessi economici, amministrazioni discutibili e persone felicissime di avere più clienti possibile, ma che resta comunque visibile in una maniera che, purtroppo, non posso dire di ritrovare con la stessa continuità in tutto il territorio italiano. In molti di quei paesi e di quelle valli si percepisce ancora l’idea che ciò che sta fuori dalla porta di casa non sia semplicemente “spazio pubblico”, e quindi affare di qualcun altro, ma parte dell’ambiente nel quale si vive: se qualcosa si rompe prima o poi qualcuno lo aggiusta, se qualcosa va curato qualcuno se ne occupa, non sempre perché glielo ordina un regolamento o perché arriveranno dei turisti, ma perché quello è il posto in cui si abita.
Per questo mi convince poco anche la retorica automatica secondo cui il turismo sarebbe di per sé la salvezza della montagna. Certo che il turismo porta denaro, lavoro, ristoranti, alberghi, impianti, attività economiche e possibilità che senza visitatori probabilmente non esisterebbero, e sarebbe ridicolo negarlo; ma un territorio non è salvo perché è pieno ad agosto. Abbruscato lo dice con chiarezza nell’articolo di VITA quando mette in discussione proprio l’idea che il turismo mordi e fuggi basti a fermare lo spopolamento, ricordando che per vivere in montagna servono collegamenti, scuole, ospedali e servizi, perché se gli abitanti se ne vanno il luogo può anche rimanere pienissimo di visitatori e contemporaneamente svuotarsi di tutto ciò che lo rende una comunità.
Ed è forse questo il paradosso più interessante: possiamo avere una montagna piena di persone e vuota di abitanti, piena di fotografie e vuota di servizi, piena in agosto e semivuota a novembre, piena di attività che servono chi arriva per poche ore e sempre meno capace di sostenere chi deve starci dodici mesi. A quel punto non abbiamo salvato un territorio, abbiamo semplicemente costruito un prodotto turistico molto efficiente sopra un luogo che rischia di perdere la propria vita quotidiana, e allora anche il dibattito sull’overtourism diventa quasi secondario, perché il problema vero non è quanti turisti arrivano, ma quale rapporto costruiamo tra chi passa e chi resta.
Per questo continuo a tornare alla parola fatica, che non significa soltanto fare più chilometri a piedi. Significa accettare che non tutto sia immediatamente disponibile, che qualche volta il rifugio sia pieno, che qualcosa sia finito, che un sentiero possa essere chiuso, che il meteo possa cambiare, che si possa dover tornare indietro, che non ogni posto bello debba essere geolocalizzato e consegnato all’algoritmo affinché la settimana successiva ci vadano altre quattromila persone. Significa soprattutto ricordarsi che noi ce ne andiamo, mentre qualcun altro resta: noi abbiamo fatto il weekend, abbiamo camminato, mangiato, parcheggiato, consumato acqua, prodotto reddito e inevitabilmente anche usura; loro il lunedì mattina sono ancora lì, e continueranno a prendersi cura del posto durante tutti quei mesi nei quali noi non lo consideriamo abbastanza interessante da fotografare.
Quindi sì, andiamo pure a mangiare il krapfen, e io probabilmente ne prenderò due. Ma magari arriviamoci davvero, guardiamo anche dove siamo, impariamo qualcosa del luogo, accettiamo che una volta possa essere finito e soprattutto, mentre facciamo il nostro selfie come se dopo mezz’ora dal Passo Sella fossimo appena tornati da una spedizione con Messner, proviamo almeno per un momento a spostare lo sguardo da ciò che abbiamo davanti a chi rende possibile che tutto quello esista ancora.
Perché forse la parte più importante della fotografia è proprio quella che normalmente lasciamo fuori dall’inquadratura: quelli che, quando noi siamo già tornati a casa, restano lì a rimettere a posto tutto.
Da leggere: Elisa Cozzarini, «Dolomiti, contro l’overtourism c’è solo la fatica», VITA, 17 agosto 2026
E qui il rilancio internazionale del caso dei krapfen: Angela Giuffrida, “Tourists on pastry quest overrun scenic spot in Italian mountains”, The Guardian, 19 agosto 2026




