La ricchezza che deve ancora arrivare. Un'economia basata sulla successione.
Italy’s Economy Is Growing While Waiting for the Grandparents to Die
Non è esattamente un piano industriale, ma in assenza di salari, mobilità sociale e case accessibili pare che ci siamo organizzati con quello che avevamo: il patrimonio delle generazioni precedenti
Per molti anni ci siamo detti che l’Italia era un Paese ricco, anche se cresceva poco, pagava male il lavoro, mandava all’estero una parte dei giovani più istruiti e mostrava una certa difficoltà, diciamo così, nel trasformare il benessere accumulato nel secolo scorso in qualche prospettiva per quello successivo. Ricco, però. Ricco perché le famiglie possedevano case, risparmi, terreni, titoli di Stato, libretti postali e quell’insieme di beni, talvolta modesti presi singolarmente ma piuttosto consistente quando li si osservava tutti insieme, che permetteva di guardare ai dati stagnanti con la serenità di chi non sta producendo molto reddito ma sa di avere ancora un appartamento da qualche parte.
Ora la Banca d’Italia ci informa che quella ricchezza non serve soltanto quando viene effettivamente trasferita. Comincia a funzionare prima, quando è ancora un’aspettativa, una promessa non formalizzata, una casa nella quale vivono tuttora persone che, peraltro, godono generalmente di buona salute e non sembrano avere alcuna fretta di collaborare alla pianificazione finanziaria dei discendenti.
Secondo lo studio La ricchezza che deve ancora arrivare, pubblicato nella collana Questioni di economia e finanza, le famiglie che prevedono di ricevere un’eredità consumano più delle altre, risparmiano meno, ricorrono più facilmente al credito al consumo e destinano una quota maggiore della propria ricchezza alle attività finanziarie. L’analisi utilizza i dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane del 2014, l’unica edizione contenente domande specifiche sulle eredità ricevute e attese, e individua associazioni statistiche, non rapporti automatici di causa ed effetto: precisazione indispensabile, perché la ricerca economica è una cosa seria e non sostiene, come potremmo essere tentati di fare noi, che gli italiani abbiano già cominciato a ordinare la cucina nuova osservando con malcelata impazienza il certificato anagrafico dei nonni.
I numeri, tuttavia, hanno una loro eloquenza. A parità di caratteristiche osservabili, i consumi delle famiglie che si aspettano un lascito risultano superiori di circa il 7%, il risparmio inferiore di circa il 17% e la spesa per beni non durevoli più alta del 6%; aumenta inoltre la probabilità di acquistare beni durevoli, di utilizzare credito al consumo e di detenere investimenti finanziari, il cui ammontare è superiore di circa il 20%. Nelle famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 30 anni cresce anche la probabilità che i giovani continuino a studiare o partecipino a percorsi di formazione.
La scoperta, in termini scientifici, non è particolarmente misteriosa. Se una persona ritiene probabile che in futuro riceverà una casa, del denaro o altri beni, può considerare meno necessario accumulare oggi tutto ciò che le servirà domani; può spendere qualcosa in più, investire con maggiore propensione al rischio o finanziare un percorso di studi più lungo. È il normale funzionamento delle aspettative patrimoniali, soltanto che applicato all’Italia assume immediatamente un significato più vasto e meno rassicurante, perché si inserisce in un Paese nel quale il patrimonio familiare non rappresenta più soltanto un vantaggio aggiuntivo, ma tende a diventare il principale correttivo privato di salari insufficienti, welfare incompleto, carriere intermittenti e prezzi immobiliari spesso incompatibili con i redditi di chi dovrebbe acquistare gli immobili.
Abbiamo insomma trascorso anni a discutere di come riattivare l’ascensore sociale, salvo poi scoprire che l’unico ascensore che continua a funzionare con una certa regolarità è quello condominiale della casa dei nonni.
Non bisogna commettere l’errore, abbastanza comodo e tipicamente italiano, di trasformare tutto questo in un processo morale a chi eredita. Le famiglie aiutano i figli perché è naturale che lo facciano e, in molti casi, perché se non lo facessero nessun altro avrebbe intenzione di occuparsene. Non è sospetto che un genitore anticipi la caparra per un mutuo, consenta a un figlio di abitare gratuitamente in un appartamento o sostenga economicamente un periodo di formazione; è semmai notevole che questi interventi siano diventati così determinanti da modificare, ancora prima di concretizzarsi, il modo in cui intere famiglie consumano, risparmiano, investono e progettano il futuro.
Il problema non è l’eredità. Il problema è tutto ciò che l’eredità sta sostituendo.
Sta sostituendo aumenti salariali che non arrivano, una politica abitativa che esiste soprattutto nei convegni, strumenti di finanziamento accessibili a chi non possiede già garanzie e una mobilità sociale che dovrebbe consentire alle persone di migliorare la propria condizione attraverso il lavoro, l’istruzione e l’iniziativa economica, anziché attraverso la favorevole collocazione nell’albero genealogico. Il patrimonio di famiglia è diventato contemporaneamente deposito cauzionale, fondo pensione, capitale iniziale per l’impresa, assicurazione contro la disoccupazione, sostegno agli studi e, quando la fortuna assiste, abitazione principale.
Naturalmente questa forma di welfare funziona molto bene, purché si appartenga a una famiglia in grado di fornirla.
Perché esistono due persone che sulla carta guadagnano lo stesso stipendio, pagano le stesse imposte e appartengono perfino alla stessa categoria statistica, ma conducono vite economicamente molto diverse. La prima vive in affitto sapendo che prima o poi riceverà un appartamento, oppure che potrà venderlo e utilizzare il ricavato per acquistare altrove; la seconda vive in affitto sapendo che non riceverà nulla e che, con ogni probabilità, dovrà invece sostenere genitori anziani con pensioni modeste. Il reddito mensile è identico, ma una delle due può spendere, rischiare, aspettare l’occasione giusta e tollerare un periodo di incertezza, mentre l’altra deve costruire da sola anche il proprio margine di sicurezza.
È in questa differenza, molto più che nella caricatura del nipote che attende impaziente la successione, che lo studio della Banca d’Italia diventa politicamente interessante. Gli stessi autori osservano che le aspettative di eredità sono più diffuse tra le famiglie già economicamente avvantaggiate e che, influenzando le decisioni molto prima del trasferimento effettivo, possono contribuire ad amplificare le disuguaglianze. Non si eredita soltanto una casa: si eredita in anticipo la possibilità di assumere rischi.
Chi dispone di una protezione patrimoniale futura può accettare un lavoro interessante ma inizialmente poco remunerato, proseguire gli studi, trasferirsi in una città costosa, avviare un’attività, investire una parte maggiore dei propri risparmi o attendere senza panico che si presenti una buona opportunità. Chi non dispone di quella protezione deve essere più prudente, e la prudenza, benché venga normalmente celebrata come una virtù, produce raramente grandi avanzamenti economici. Serve soprattutto a evitare di precipitare.
Il risultato è che la ricchezza familiare non si limita a trasferirsi da una generazione all’altra nel momento della successione, ma lavora per anni sotto forma di aspettativa, influenzando le opportunità, la propensione al rischio e perfino il livello di istruzione dei discendenti. È un capitale che non compare ancora sul conto corrente, ma è già presente nelle decisioni; e poiché non tutte le famiglie ne dispongono, anche l’attesa diventa un privilegio.
C’è poi un dettaglio che rende il modello ancora più perfettamente italiano. In un Paese molto longevo, le eredità arrivano spesso quando chi le riceve è già adulto da parecchio tempo, talvolta vicino alla pensione e comunque oltre quella fase della vita nella quale una casa, un capitale iniziale o una maggiore sicurezza economica avrebbero potuto cambiare davvero le decisioni su figli, lavoro e impresa. Per decenni la ricchezza resta così immobilizzata - termine particolarmente adatto, considerato che una parte rilevante è appunto immobiliare - mentre le generazioni successive vivono la fase più delicata della propria vita economica aspettando che il patrimonio compia lentamente il proprio viaggio anagrafico.
Non abbiamo quindi creato un sistema particolarmente efficiente per trasferire opportunità ai giovani. Abbiamo creato un sistema nel quale i giovani diventano meno giovani aspettando di riceverle.
Il paradosso è che questa struttura continua a essere descritta come solidità delle famiglie italiane, e in parte lo è davvero. Ma è anche il modo con cui una società poco dinamica nasconde la propria immobilità: non riesce a produrre abbastanza reddito nuovo, però distribuisce gradualmente quello accumulato in passato; non rende accessibile la casa attraverso il lavoro, però prima o poi trasferisce quella già acquistata da qualcun altro; non offre capitale a chi vuole costruire un’impresa, però consente a una parte dei futuri imprenditori di utilizzare i risparmi dei genitori; non garantisce sicurezza economica, ma confida nel fatto che molte famiglie ne abbiano conservata abbastanza per conto proprio.
È una soluzione che presenta un unico difetto: funziona sempre meno bene a ogni passaggio generazionale, soprattutto quando il patrimonio deve essere diviso tra più eredi, quando è costituito da immobili difficili da vendere, quando i costi di assistenza assorbono una parte crescente dei risparmi o, più semplicemente, quando la famiglia non possiede nulla da trasferire. E soprattutto non è una politica economica, benché abbiamo cominciato a utilizzarla come se lo fosse.
Alla fine, il titolo dello studio - La ricchezza che deve ancora arrivare - contiene già tutta l’Italia contemporanea: un Paese che continua ad avere una quantità considerevole di ricchezza, ma quasi sempre nel posto sbagliato, nella forma sbagliata o nella generazione precedente.
Nel frattempo chiediamo ai più giovani di studiare, lavorare, innovare, fare impresa, sostenere la natalità, comprare casa, finanziare autonomamente la pensione e possibilmente consumare abbastanza da mantenere in movimento l’economia. Poi, davanti alla modesta difficoltà di fare tutte queste cose con ciò che guadagnano, li rassicuriamo ricordando che un giorno qualcosa potrebbe arrivare.
Non sappiamo esattamente quando, perché dipende da una serie di circostanze sulle quali sarebbe inelegante fare previsioni.
Ma l’importante, come sempre, è avere un piano.
Italy’s Economy Is Growing While Waiting for the Grandparents to Die
It is not exactly an industrial strategy, but in the absence of decent wages, social mobility and affordable housing, Italy has learned to make do with what it still has: the wealth accumulated by previous generations
For years, Italians have been told that theirs is a wealthy country, even though it grows slowly, pays work rather poorly, sends a significant share of its best-educated young people abroad and has shown a certain difficulty — to put it mildly — in turning the prosperity accumulated during the twentieth century into credible prospects for the twenty-first.
Still, wealthy.
Wealthy because Italian families own homes, savings, land, government bonds, postal accounts and that assorted collection of assets which, although sometimes fairly modest when considered individually, becomes rather impressive when added together. This has allowed the country to look at stagnant growth figures with the relative serenity of someone who may not be generating much income but knows there is still an apartment somewhere in the family.
The Bank of Italy has now informed us that this wealth does not begin to matter only when it is actually transferred. It starts working earlier, while it is still merely expected: an informal promise, a future succession, a property currently occupied by people who, incidentally, are often in perfectly good health and appear to be in no particular hurry to cooperate with their descendants’ financial planning.
According to a Bank of Italy study entitled The Wealth Yet to Come, households expecting an inheritance consume more, save less, make greater use of consumer credit and hold more financial investments than comparable households without the same expectation. The analysis is based on the 2014 Survey on Household Income and Wealth, the only edition containing specific questions on expected inheritances, and identifies statistical associations rather than automatic causal relationships.
That distinction is essential, because economic research is a serious discipline and does not claim, as we might be tempted to do, that Italians have started ordering new kitchens while glancing impatiently at their grandparents’ birth certificates.
The figures are nonetheless eloquent. After controlling for observable characteristics, households expecting an inheritance consume around 7 per cent more and save approximately 17 per cent less. Spending on non-durable goods is about 6 per cent higher, while the likelihood of purchasing durable goods also increases. These households are more likely to use consumer credit and hold financial investments worth roughly 20 per cent more. In households with at least one member aged between 16 and 30, young people are also more likely to continue studying or participate in training.
The underlying economic logic is not particularly mysterious. When people believe they are likely to receive a house, money or other assets in the future, they may feel less need to accumulate everything they will need tomorrow through savings made today. They can spend more, accept a higher level of financial risk or support a longer period of education.
This is simply how expectations of future wealth affect present behaviour.
In Italy, however, the finding immediately acquires a broader and less reassuring meaning, because it emerges in a country where family wealth is no longer merely an additional advantage. It is becoming the main private remedy for inadequate wages, incomplete welfare, intermittent careers and property prices that are frequently incompatible with the incomes of those theoretically expected to buy those properties.
Italy has spent years discussing how to restart social mobility, only to discover that the only lift still operating with any reliability is the one in the grandparents’ apartment block.
It would be convenient, and characteristically Italian, to turn all this into a moral indictment of people who inherit. That would also be wrong. Families help their children because doing so is natural and, in many cases, because nobody else appears particularly interested in helping them.
There is nothing suspicious about parents contributing towards a mortgage deposit, allowing a son or daughter to live rent-free in a family property or supporting a period of further education. What is remarkable is that these forms of assistance have become so decisive that they influence how entire households consume, save, invest and plan their futures long before the wealth is actually transferred.
The problem is not inheritance.
The problem is everything inheritance is being asked to replace.
It is replacing salary growth that never arrives, a housing policy that largely exists in conference speeches, access to finance for people who do not already own collateral and a system of social mobility that ought to allow individuals to improve their position through work, education and enterprise rather than through fortunate placement within a family tree.
Family wealth has become, simultaneously, a rental deposit, a pension fund, startup capital, unemployment insurance, a university fund and, for the fortunate, a primary residence.
This form of welfare works extremely well, provided one belongs to a family capable of providing it.
Two people may earn the same salary, pay the same taxes and even belong to the same statistical income group, while living in entirely different economic realities. One rents a flat knowing that sooner or later a property will be inherited, sold or used to buy somewhere else. The other rents knowing that nothing will arrive and that, quite possibly, money will instead need to flow in the opposite direction to support ageing parents with limited pensions.
Their monthly income is identical, but one can spend, wait, take risks and tolerate periods of uncertainty, while the other must construct every margin of safety from scratch.
This difference, rather than the caricature of the impatient grandchild waiting for the succession, is what makes the Bank of Italy study politically significant. The researchers themselves note that expectations of inheritance are more widespread among families that are already economically better off and may therefore contribute to widening inequality.
An inheritance does not merely transfer property.
It transfers, in advance, the ability to take risks.
Someone protected by future family wealth may accept an interesting but poorly paid job, remain in education for longer, move to an expensive city, start a business, invest more aggressively or wait for the right opportunity without panicking. Someone without that protection must be more cautious, and caution, although regularly praised as a virtue, rarely produces dramatic economic advancement. Its principal function is to prevent a fall.
Family wealth therefore does not begin passing from one generation to the next only at the moment of death. It operates for years in the form of expectation, shaping opportunities, attitudes towards risk and even educational choices. It is capital that has not yet appeared in the bank account but is already present in decisions.
And because not every family possesses it, even waiting becomes a privilege.
There is also a final detail that makes this model almost perfectly Italian. In a country with high life expectancy, inheritances often arrive when the recipients have already been adults for several decades, sometimes when they are approaching retirement and well beyond the stage of life at which a home, some startup capital or greater financial security might have transformed decisions about children, work or entrepreneurship.
For decades, wealth remains immobilised — a particularly appropriate word given how much of it is held in property — while younger generations pass through the most economically delicate years of their lives waiting for capital to complete its slow demographic journey.
Italy has not created an efficient system for transferring opportunity to younger people.
It has created a system in which younger people become less young while waiting to receive it.
The paradox is that this structure continues to be described as the strength of the Italian family, and to some extent it is. But it is also how a relatively static society conceals its immobility. It fails to produce sufficient new income, but gradually distributes wealth accumulated in the past. It does not make housing affordable through work, but eventually transfers properties already bought by somebody else. It does not provide capital to people starting businesses, but allows some future entrepreneurs to use their parents’ savings. It does not offer economic security, but relies on families having preserved enough security privately.
This arrangement has only one small defect: it works less effectively with every generational transfer, particularly when property must be divided among several heirs, when the assets are difficult to sell, when care costs absorb an increasing share of savings or when the family simply has nothing to pass on.
Most importantly, it is not an economic policy, even though Italy has started using it as one.
The title of the Bank of Italy study, The Wealth Yet to Come, already contains much of contemporary Italy: a country that still possesses considerable wealth, but almost always in the wrong place, in the wrong form or in the previous generation.
Meanwhile, younger Italians are asked to study, work, innovate, start companies, have children, buy homes, finance their own retirement and, ideally, consume enough to keep the economy moving. When the numbers fail to add up, they are reassured that something may eventually arrive.
Nobody can say exactly when, because that depends on a range of circumstances about which it would be inelegant to make forecasts.
But the important thing, as always, is to have a plan.


