L’Italia ha un rapporto piuttosto curioso con il talento. Da una parte lamenta la mancanza di lavoratori e cerca nuove braccia per sostenere un’economia che invecchia. Dall’altra continua a perdere giovani qualificati che cercano opportunità all’estero e fatica a riconoscere pienamente le competenze di molte persone che arrivano da altri Paesi. Le braccia servono, naturalmente. Ma sarebbe interessante ricordarsi che, generalmente, sono attaccate a persone che hanno anche una testa, una formazione, delle ambizioni e magari un’esperienza professionale che potrebbe tornare utile.
Il nuovo Rapporto 2026 sull’economia dell’immigrazione, presentato il 13 ottobre al CNEL dalla Fondazione Leone Moressa, offre numeri significativi. Gli occupati di origine immigrata sono 2,6 milioni, pari al 10,7% del totale, e generano 197 miliardi di euro di valore aggiunto. Gli imprenditori nati all’estero sono quasi 796.000, cresciuti del 21,3% nell’ultimo decennio, mentre quelli nati in Italia sono diminuiti del 5,2%.
Eppure il rapporto segnala una forte concentrazione del lavoro straniero nelle occupazioni meno qualificate, con difficoltà particolarmente marcate per le donne. Il problema, quindi, non è soltanto quante persone riusciamo ad attirare, ma quale spazio offriamo loro una volta arrivate.
Un Paese che cerca lavoratori, ma non sempre riconosce le competenze
Agricoltura, edilizia e ristorazione hanno un bisogno concreto di personale. Non c’è nulla di sbagliato nel riconoscerlo, né nel valorizzare professioni manuali indispensabili. Il problema nasce quando la necessità di coprire determinati posti diventa il principale criterio con cui guardiamo alle persone provenienti dall’estero.
Un titolo di studio difficile da riconoscere, una carriera professionale che deve ricominciare da zero, un mercato poco accessibile senza conoscenze locali: sono ostacoli che possono ridurre il contributo di chi arriva, indipendentemente dalla sua disponibilità a lavorare.
Non tutti gli immigrati sono professionisti sovraqualificati, naturalmente, e il rapporto non misura le esperienze di ogni categoria di expat. Ma il suo messaggio riguarda anche chi sta valutando di trasferirsi in Italia: trovare un’occupazione non significa necessariamente trovare un’opportunità all’altezza delle proprie competenze.
E intanto i talenti italiani partono
Qui emerge un paradosso che meriterebbe maggiore attenzione. Mentre il Paese cerca lavoratori all’estero, molti giovani italiani, compresi laureati e professionisti qualificati, decidono di costruire altrove il proprio futuro.
Non partono tutti per le stesse ragioni. C’è chi cerca stipendi migliori, chi desidera un ambiente più internazionale, chi vuole fare ricerca, crescere professionalmente o semplicemente lavorare in un’organizzazione dove responsabilità e risultati vengano riconosciuti.
Sarebbe semplicistico sostenere che l’emigrazione giovanile e il sottoutilizzo delle competenze straniere siano lo stesso fenomeno. Ma è difficile non vedere una questione comune: quanto è capace il sistema italiano di riconoscere, utilizzare e premiare il talento, indipendentemente dalla sua provenienza?
Se fatichiamo a trattenere quello che abbiamo formato e a valorizzare quello che arriva, forse il problema non si risolve soltanto aumentando il numero degli ingressi.
Per chi sceglie l’Italia, la vera prova comincia dopo il trasferimento
L’Italia continua a essere una destinazione desiderabile. Qualità della vita, cultura, paesaggio e relazioni sociali rappresentano motivazioni importanti per chi decide di trasferirsi. Per alcuni professionisti il lavoro da remoto rende questa scelta più semplice; per altri l’obiettivo è costruire qui una nuova attività o una carriera.
Ma vivere in Italia è diverso dal trascorrervi qualche mese. Significa confrontarsi con procedure amministrative, fiscalità, accesso ai servizi, reti professionali e possibilità di crescita. Il fascino iniziale può convincere a partire; le condizioni concrete determinano se vale la pena restare.
È una distinzione importante anche per i piccoli comuni che vogliono attrarre nuovi abitanti. Contare trasferimenti, acquisti immobiliari o presenze temporanee non basta a dimostrare che una comunità stia tornando a crescere. Bisogna capire chi si stabilisce davvero, quali attività sviluppa e quali condizioni trova per costruire una vita sostenibile.
Il rapporto Moressa non è uno studio sugli expat e non sarebbe corretto presentarlo come tale. Ma invita a una riflessione che riguarda direttamente chi sceglie l’Italia: un Paese non diventa attrattivo soltanto perché qualcuno desidera viverci. Lo diventa quando sa offrire opportunità proporzionate alle competenze e alle aspirazioni delle persone.
Forse dovremmo smettere di ragionare soltanto su quante braccia ci servono e cominciare a domandarci quanti talenti stiamo lasciando andare, sia attraverso le frontiere in uscita sia attraverso le opportunità mancate di chi entra.
Perché convincere qualcuno a venire in Italia può essere relativamente facile. Offrirgli buone ragioni per restare, e magari convincere qualche giovane italiano a non partire, è una sfida decisamente più impegnativa.
Per approfondire: il rapporto tra aspettative, vita quotidiana e scelta di restare è anche al centro di RELOCALS – Risultati preliminari, pubblicato nella collana NOMAG Research Books con ITS ITALY e We the Italians. La ricerca riguarda una categoria specifica di persone trasferite dall’estero che raccontano l’Italia attraverso la propria esperienza. L’abstract è disponibile gratuitamente, mentre il rapporto completo è accessibile agli abbonati ed è disponibile anche su Amazon.



