L’Italia perde persone e guadagna convegni
Italiani all'estero: di noi si parla molto. Con noi, quasi mai.
In questi giorni è accaduto di nuovo, come accade puntualmente tre o quattro volte ogni anno, appena viene pubblicato qualche nuovo dato sulla diaspora italiana, sul saldo migratorio, sui giovani che se ne vanno, su quelli che tornano, sul lavoro che in Italia viene pagato poco o non viene pagato affatto, magari con la consolazione che “fa curriculum”, espressione evidentemente coniata da qualcuno che riesce a pagare il conto del supermercato in prestigio professionale.
Per qualche giorno i numeri occupano giornali, televisioni e social network; ci si straccia le vesti, si annuncia per l’ennesima volta la morte del Paese, si accusa il governo di turno oppure, quando il governo di turno è il proprio, quelli che lo hanno preceduto, risalendo se necessario fino a Giolitti. Una parte politica presenta le partenze come la prova definitiva dell’incapacità italiana di offrire un futuro ai propri cittadini, l’altra ridimensiona il fenomeno, contesta i dati, ricorda che la mobilità internazionale è normale e che non tutti gli iscritti all’AIRE sono giovani laureati appena fuggiti da un laboratorio in rovina. Il dibattito potrebbe perfino essere utile, se non durasse quasi sempre il tempo necessario a trasformare le persone in argomenti, gli argomenti in slogan e gli slogan in un’altra occasione per accusarsi reciprocamente.
Oltre i numeri, e possibilmente fuori dall’inquadratura, ci siamo però noi: quelli che sono partiti, quelli che stanno pensando di farlo, quelli che stanno tornando e quelli che vorrebbero tornare ma non hanno ancora capito se in Italia esista davvero un posto per la persona che sono diventati. Ci sono quelli che hanno trovato una vita migliore, quelli che hanno trovato soltanto uno stipendio migliore e quelli che, con notevole spirito di adattamento, sono riusciti a trovare un costo della vita ancora più alto. Ci sono quelli che hanno avuto successo, quelli che hanno fallito, quelli che non saprebbero neppure dire se la propria esperienza sia stata un successo o un fallimento e quelli che, dopo trent’anni fuori, continuano a rispondere alla domanda «quando torni?» con la stessa precisione con cui un governo italiano risponde alla domanda «che cosa intendete fare per gli italiani all’estero?». Quello che non si capisce bene è se, oltre a essere l’oggetto o l’arma del litigio politico e sociale, importiamo davvero qualcosa come persone e come cittadini, perché l’impressione, forse ingenerosa ma alimentata da una certa costanza dei fatti, è che per Roma — e temo che il discorso valga abbastanza trasversalmente, quale che sia il colore politico momentaneamente ospitato nei palazzi — siamo soprattutto un danno collaterale o, più cinicamente, un problema in meno da gestire.
Chi parte, infatti, smette almeno in parte di pesare sul mercato del lavoro italiano, non reclama più uno stipendio dignitoso, non cerca una casa a Milano o a Roma, non protesta perché dopo dieci anni di esperienza gli viene proposto uno stage, non chiede un asilo nido né pretende di capire come mettere al mondo un figlio senza ricorrere a un piano industriale e a un finanziamento europeo. Se poi all’estero riesce bene, può essere recuperato e presentato come ambasciatore dell’eccellenza italiana nel mondo, possibilmente durante un ricevimento con prosecco e tartine; se invece le cose vanno male, il problema rimane abbastanza lontano da non disturbare.
Per chi è rimasto, invece, oscilliamo spesso tra il «beato te che sei andato via» e il «ormai se n’è andato, che cosa vuole ancora dall’Italia?», due reazioni apparentemente opposte che conducono allo stesso risultato: la persona scompare e rimane soltanto il personaggio, fortunato o ingrato, vincente o sconfitto, cervello sottratto alla patria o cittadino che della patria dovrebbe ormai disinteressarsi.
Di queste cose scrivo da anni, forse fino alla nausea e con una frequenza che potrebbe cominciare a preoccupare anche me, inducendo i lettori più affezionati a organizzare un intervento. Lo faccio in modo personale, e senza molti peli sulla lingua, con Esco quando voglio; da tempo, però, cerchiamo di farlo anche con un taglio diverso attraverso ITS Journal, la nostra piattaforma aperta a chi questo passo lo ha compiuto, a chi sta tornando e anche a chi, da straniero, stranamente e contro ogni previsione televisiva decide di venire a vivere nel nostro Paese. Non lo facciamo per dimostrare che partire sia sempre giusto o che restare sia sempre sbagliato, né per celebrare l’emigrato come un eroe, un “cervello”, un talento incompreso, un traditore o un ingrato; proviamo a dare voce a chi vive questo fenomeno come persona, cioè come qualcuno che cerca semplicemente di realizzare il proprio destino e di stare meglio, che sia nel proprio Paese, dall’altra parte del mondo o spostandosi più volte durante la vita, ma certamente senza rassegnarsi a restare fermo a guardare.
Tutto questo articolo nasce, in realtà, dalla rilettura di Quello che gli emigranti non dicono. Riflessioni per cambiare il racconto della diaspora italiana degli anni 2000, un contributo collettivo realizzato da NOMIT – The Italian Network of Melbourne e pubblicato nel 2021, nella sezione “Fonti” del numero 62 di Altreitalie. Non si tratta di un blog estemporaneo o di una delle numerose piattaforme che nascono, discutono animatamente per sei mesi e poi si trasferiscono nel grande cimitero digitale delle ottime intenzioni: Altreitalie. Rivista internazionale di studi sulle migrazioni italiane nel mondo è una pubblicazione scientifica semestrale, sottoposta a peer review e nata nel 1989, mentre il Centro Altreitalie svolge attività di studio, ricerca e divulgazione sulle migrazioni italiane e sulle comunità di origine italiana nel mondo. Istituito nel 2005 presso la Fondazione Giovanni Agnelli e dal 2009 inserito in Globus et Locus, il Centro rappresenta uno dei luoghi nei quali l’emigrazione viene osservata come fenomeno storico, sociale e umano, anziché soltanto come titolo da utilizzare quando escono nuovi dati.
Il paper parte dall’esperienza australiana, letteralmente dall’altra parte del mondo, e gli autori chiariscono fin dall’inizio di non voler trasformare il proprio percorso in una rappresentazione universale dell’emigrazione italiana, perché ogni esperienza dipende dall’età, dalla condizione sociale, dal Paese di destinazione, dalle ragioni della partenza e da una quantità di circostanze che mal si prestano alle semplificazioni. Chiedono però di cambiare un racconto che in Italia è stato contemporaneamente strumentalizzato e banalizzato, costringendo chi non ha trovato la terra promessa a nascondere difficoltà e frustrazioni e facendo credere che, poiché emigrare è una scelta individuale, il rapporto tra chi parte e le istituzioni possa interrompersi al controllo passaporti. Riletto oggi, il testo non sembra appartenere a un’altra stagione e continua a smontare quasi tutte le formule che utilizziamo ancora per parlare di chi parte: è certamente un merito per chi lo ha scritto, un po’ meno per il Paese che nel frattempo ha continuato a ripetere le medesime discussioni.
Il primo bersaglio è la formula dei “cervelli in fuga”, apparentemente elogiativa ma in realtà classista, riduttiva e perfino controproducente. A partire non sono soltanto scienziati, ricercatori, medici, ingegneri o professionisti eccezionali, ma anche infermieri, camerieri, muratori, panettieri, piccoli imprenditori, lavoratori comuni, studenti ancora alla ricerca della propria strada e persone che chiedono alla vita non una cattedra a Harvard, ma uno stipendio sufficiente a pagare l’affitto senza dover scegliere quali pasti saltare. Chiamare “cervelli” soltanto alcuni di loro significa stabilire implicitamente quali partenze meritino attenzione e quali possano rimanere ai margini; parlare di “fuga”, inoltre, trasforma un percorso spesso circolare, incerto e reversibile in un gesto definitivo, quasi che una mattina si oltrepassasse il confine dopo aver lasciato le chiavi della cittadinanza sul tavolo. Non parte soltanto il cervello, ricorda il paper: partono il corpo, gli affetti, le paure, le responsabilità e la parte meno facilmente esibibile della vita di una persona, mentre qualche volta si ritorna non perché si sia fallito, ma perché anche il ritorno può essere una tappa del percorso.
Un altro merito del testo è quello di smontare la categoria geografica più fantasiosa del racconto italiano: “l’estero”, questo immenso Paese senza confini nel quale convivrebbero, sotto un’unica amministrazione efficiente e meritocratica, la Svizzera, l’Australia, la Germania, gli Stati Uniti, Dubai e qualsiasi territorio situato oltre Ventimiglia. Trasferirsi a Parigi non equivale a costruirsi una vita a Melbourne, così come lavorare a Bruxelles non è la stessa cosa che dipendere da un visto temporaneo in Australia, negli Stati Uniti o in un Paese del Golfo. All’interno dello spazio europeo esistono libertà di movimento e una base di diritti sociali che spesso comprendiamo davvero soltanto quando ne usciamo; fuori dall’Europa diventano determinanti il visto, il riconoscimento dei titoli di studio, l’accesso alla sanità, il diritto di cambiare lavoro, la possibilità di rimanere nel Paese e, in alcuni casi, la dipendenza quasi assoluta da uno specifico datore di lavoro. La distanza geografica non determina soltanto quante ore servano per tornare a casa, ma modifica il rapporto con l’Italia, con la propria identità e con la possibilità concreta di essere presenti quando la vita familiare lo richiede.
Anche il mito della meritocrazia, secondo il quale in Italia il talento verrebbe ignorato mentre all’estero sarebbe immediatamente riconosciuto da un funzionario sorridente all’arrivo in aeroporto, si scontra con una realtà fatta di referenze, relazioni, esperienza locale, padronanza della lingua, differenze culturali e status migratorio. Esistono camerieri italiani diventati manager di ristorante, certamente, ma esistono anche molti laureati italiani rimasti camerieri assai più a lungo di quanto avessero previsto, perché i titoli di studio non vengono sempre riconosciuti, i percorsi professionali non sono automaticamente trasferibili e il lavoratore straniero non compete necessariamente alle stesse condizioni di quello locale. Il successo esiste e deve essere raccontato, ma trasformarlo nell’unica esperienza degna di attenzione produce una forma di pubblicità ingannevole che non prepara chi sta per partire e condanna chi incontra difficoltà a considerarsi l’unico responsabile di un insuccesso che, molto spesso, dipende anche dal contesto.
La parte più forte del paper, tuttavia, non riguarda i salari, i visti o le carriere, ma ciò che accade alla persona quando la partenza smette di essere un’avventura e diventa vita quotidiana. Emigrare significa modificare il rapporto con la famiglia, con gli amici, con la lingua e con il proprio Paese; significa non partecipare più alla quotidianità delle persone che si sono lasciate, assistere a distanza alle malattie, alle separazioni, alla crescita dei nipoti e all’invecchiamento dei genitori, scoprendo che la tecnologia permette di vedersi ogni giorno ma non ha ancora inventato un’applicazione capace di sostituire una presenza. Anche una migrazione professionalmente riuscita può convivere con la solitudine, la malinconia, la precarietà e la sensazione di non appartenere più completamente a nessun luogo; a un certo punto l’avventura finisce, la novità diventa normalità e ciò che inizialmente sembrava soltanto nuovo può cominciare a sembrare estraneo. Il paper chiede perciò di raccontare anche chi non ce l’ha fatta, chi è tornato più povero o più confuso di quando era partito e chi, pur avendo avuto successo, continua a pagare il prezzo umano della distanza, perché dietro la retorica delle eccellenze esiste una diaspora di straordinaria normalità, composta soprattutto da persone che cercavano stabilità e hanno continuato a cercarla oltre i confini.
Anche il ritorno andrebbe liberato dalla rappresentazione un po’ infantile che lo considera automaticamente una resa. Si può tornare perché all’estero non è andata bene, naturalmente, e non si capisce perché questa possibilità debba essere nascosta come una colpa; si può però tornare anche per ragioni familiari, perché è cambiata una fase della vita, perché si vuole avviare un progetto o perché l’Italia, dopo essere stata il luogo dal quale partire, può diventare la destinazione successiva. Al contrario, si può rimanere all’estero senza essere necessariamente felici, realizzati o definitivamente riconciliati con il Paese nel quale si vive. La mobilità contemporanea non procede più lungo una strada obbligatoriamente a senso unico, ma attraverso partenze, ritorni, nuovi spostamenti e identità che si sovrappongono; continuare a classificare le persone in “rimasti”, “fuggiti” e “rientrati” significa applicare categorie statiche a vite che statiche non sono più.
La provocazione positiva potrebbe allora essere questa: invece di chiederci soltanto come impedire agli italiani di partire, proviamo a capire come consentire loro di muoversi senza scomparire. Non tutti devono restare in Italia, non tutti vogliono farlo e non sarebbe neppure auspicabile trasformare il Paese in un luogo nel quale nessuno parte, perché la mobilità internazionale può produrre crescita, conoscenza, relazioni, investimenti e nuove prospettive; il problema non è la partenza, ma l’abbandono, cioè partire senza informazioni adeguate, senza strumenti di tutela, senza una rete istituzionale e senza che esista un rapporto strutturato con il Paese di origine. Una politica seria dovrebbe accompagnare le diverse fasi della mobilità, preparando chi parte, sostenendo chi si trova all’estero e rendendo possibile l’eventuale rientro senza trattare chi torna come uno straniero particolarmente complicato, colpevole di aver imparato qualcosa altrove e di volerlo perfino utilizzare in Italia.
Dovrebbe anche spiegare prima della partenza che cosa siano l’AIRE, i COMITES, il CGIE, i patronati, la rete consolare e gli strumenti di assistenza disponibili, invece di confidare nel fatto che il cittadino li scopra quando perde il lavoro, scade il visto, si ammala o deve affrontare un’emergenza familiare. Il paper osserva come gli organismi di rappresentanza siano spesso sconosciuti ai nuovi emigrati e poco permeabili alle loro esigenze, nonostante per chi vive fuori dallo spazio europeo possano costituire uno dei pochi canali di dialogo politico con l’Italia; al tempo stesso riconosce il valore delle strutture diplomatiche e culturali e propone un loro maggiore coinvolgimento nella costruzione di reti, opportunità e rapporti tra i territori esteri e il Paese di origine. La scelta del singolo, in altre parole, non cancella la responsabilità della politica e delle istituzioni, perché lasciare ciascun emigrato solo davanti al proprio percorso non riduce il costo dell’esodo, ma lo aumenta umanamente, economicamente e socialmente.
Nel frattempo, mentre discutiamo per l’ennesima volta di quanti italiani se ne vadano e di quanto ci costi perderli, il testo della nuova legge elettorale approvato dalla Camera il 16 luglio 2026, e ora passato all’esame del Senato, interviene anche sulla Circoscrizione Estero, riducendo le quattro ripartizioni attuali a due per la Camera — Europa ed extra Unione europea — e a un’unica area mondiale per il Senato. La riforma non è ancora definitiva, ma la direzione scelta è sufficientemente chiara e ha il curioso merito di trasformare in architettura elettorale la vecchia abitudine italiana di considerare “l’estero” un unico luogo abbastanza indistinto.
Attualmente la Circoscrizione Estero elegge dodici parlamentari, otto deputati e quattro senatori, distribuiti tra Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale e la già non piccolissima area composta da Africa, Asia, Oceania e Antartide. Al 31 dicembre 2025, nell’elenco aggiornato previsto dalla legge sul voto all’estero risultavano 6.630.284 cittadini italiani residenti fuori dal Paese: 3.523.854 in Europa, 2.189.525 in America meridionale, 578.615 in America settentrionale e centrale e 338.290 nel resto del mondo. Significa, facendo una media inevitabilmente rozza ma piuttosto eloquente, oltre mezzo milione di cittadini per ogni parlamentare eletto all’estero; se il testo fosse approvato senza modifiche, per il Senato Buenos Aires, Londra, New York, Johannesburg, Dubai, Singapore e Melbourne diventerebbero politicamente un’unica ripartizione, con candidati chiamati a rappresentare territori, comunità, problemi e interessi che evidentemente da Roma devono sembrare molto simili, purché osservati da una distanza adeguata.
Non si tratta soltanto di una questione tecnica, perché la geografia della rappresentanza determina la possibilità concreta di conoscere le comunità e mantenere un rapporto con gli elettori; ampliarla fino a comprendere il pianeta intero rischia di rendere quella rappresentanza ancora più astratta, più costosa da esercitare seriamente e più facilmente riducibile a una presenza simbolica. È una scelta che appare particolarmente coerente con l’atteggiamento generale verso gli italiani all’estero: ci si preoccupa moltissimo di loro quando diventano l’occasione per organizzare un convegno sulla fuga dei cervelli, celebrare qualche eccellenza che ha avuto la cortesia di avere successo lontano da casa o accusare un’altra parte politica di averli costretti a partire; per qualche ora vengono invitati a raccontare quanto l’Italia manchi loro, quanto siano bravi e quanto sarebbe importante costruire finalmente un rapporto con le comunità italiane nel mondo, poi si spengono le luci, si smontano i pannelli, si raccolgono le bottiglie d’acqua dal tavolo dei relatori e il circo cambia città.
Noi, invece, restiamo qui, da qualche parte nel mondo, ancora italiani anche quando l’Italia sembra ricordarsi di noi soprattutto per spiegare, possibilmente a qualcun altro, perché ce ne siamo andati.


