Ho seguito a distanza le dirette di due dei tre giorni del Madonie Nomad Residency, il festival organizzato a Castelbuono dal 4 al 6 settembre intorno al lavoro remoto, al nomadismo digitale, alle community e allo sviluppo dei territori.
Mi è dispiaciuto non essere lì. Un evento di questo tipo non vive soltanto sul palco: contano le conversazioni nelle pause, gli incontri casuali, le reazioni della sala e ciò che continua quando il microfono viene spento. La diretta restituisce inevitabilmente solo una parte dell’esperienza.
Quello che ho potuto seguire, però, è stato sufficiente per riconoscere il merito principale dell’iniziativa: mettere nella stessa conversazione prospettive che spesso vengono trattate separatamente.
Il lavoro da remoto, l’attrazione di nuovi abitanti, il diritto di chi è nato in un territorio a non doverlo lasciare, la funzione dei coliving, il ruolo delle community, il racconto mediatico dei borghi e la possibilità che una presenza temporanea produca effetti duraturi.
Molti di questi temi mi sono inevitabilmente familiari. Sono gli stessi sui quali stiamo lavorando con Nomag Media, Smart Working Magazine e soprattutto ITS ITALY/ITS Journal da tanti anni. Proprio per questo ho provato, prima di tutto, ad ascoltare.
Coliving, community e nuove libertà professionali
Il pomeriggio di sabato 5 settembre ha messo al centro il rapporto fra nuove forme di lavoro e nuove forme di appartenenza.
Marco Traina ha affrontato il tema dei coliving e delle comunità nei territori italiani. Il coliving, in questa lettura, non è semplicemente un alloggio con una scrivania e una cucina condivisa. Può diventare un’infrastruttura sociale: un luogo che riduce l’isolamento, facilita gli incontri e permette di arrivare in un territorio senza esservi completamente soli.
Ilaria Foresti ha allargato il ragionamento al rapporto tra community, lavoro digitale e libertà professionale. Il lavoro remoto non cambia soltanto il luogo dal quale lavoriamo: modifica il modo in cui costruiamo reti, identità e appartenenze. La libertà di scegliere dove vivere può essere molto concreta, ma richiede relazioni capaci di sostenerla.
Ignacio Correia ha portato nel programma il cambiamento prodotto dall’intelligenza artificiale. Le organizzazioni AI-first non riguardano soltanto l’adozione di nuovi strumenti: cambiano il modo in cui vengono prese le decisioni, organizzata la conoscenza e distribuito il lavoro.
Se il lavoro diventa sempre meno legato a una sede centrale, luoghi finora considerati periferici possono teoricamente entrare in una nuova geografia professionale.
Il panel dedicato alla Sicilia come possibile “acceleratore diffuso” ha collegato questa trasformazione a startup, università, finanza e attori dell’innovazione. L’idea è che un territorio non debba necessariamente concentrare tutto in un unico hub: può costruire una rete di competenze, spazi e opportunità distribuite.
Perché accada, però, servono soggetti capaci di accompagnare le imprese, accesso al capitale e collegamenti reali tra le iniziative locali. Altrimenti l’acceleratore rimane molto diffuso e poco accelerante.
L’incontro tra Pegah Moshir Pour e Sebastiana Cutugno ha introdotto una domanda ancora più ampia: chi possiede davvero il diritto di scegliere dove vivere?
La mobilità professionale può essere una forma di libertà, ma non è distribuita in modo uguale. Passaporti, reddito, genere, provenienza, diritti digitali e possibilità di lavorare online determinano chi può trasformare la mobilità in una scelta e chi, invece, la subisce.
Nel complesso, il sabato ha proposto un’idea riconoscibile: la libertà geografica non è soltanto tecnologia. Ha bisogno di luoghi nei quali arrivare, reti alle quali collegarsi e condizioni sociali che rendano la scelta praticabile.
Dall’attrazione dei visitatori all’arrivo di nuovi abitanti
Il programma conclusivo di domenica 6 settembre si è concentrato più direttamente sul rapporto tra nomadismo digitale e trasformazione territoriale.
Alberto Mattei, presidente dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali, ha spostato il discorso dal nomadismo in sé all’attrattività dei territori.
Il punto non è soltanto convincere qualcuno a trascorrere qualche giorno in un luogo, ma creare condizioni che rendano possibile una permanenza più lunga. Significa andare oltre la promozione turistica e considerare remote worker e professionisti mobili anche come potenziali abitanti temporanei o, in alcuni casi, permanenti.
Nel presentare il proprio intervento, Mattei aveva formulato con precisione la domanda di partenza: che cosa accadrebbe se i territori smettessero di puntare soltanto su turisti e visitatori e provassero ad attrarre persone disposte a viverli e a lavorarci per un periodo, senza pretendere che si trasferiscano subito e per sempre?
È una distinzione importante.
Tra il turista e il residente permanente esiste un’intera gamma di presenze: soggiorni di alcune settimane, permanenze stagionali, residenze professionali, ritorni ripetuti. Presenze che le politiche territoriali tendono ancora a leggere male, soprattutto quando cercano di sistemare tutti dentro una delle due caselle disponibili: turista o residente.
Il valore di queste presenze non si esaurisce necessariamente nella spesa per l’alloggio o la ristorazione. Professionisti mobili possono portare competenze, relazioni e punti di vista; possono lavorare con persone del luogo, far circolare informazioni e collegare il territorio a reti esterne.
Perché ciò avvenga, tuttavia, devono sentirsi parte del contesto che li accoglie e non semplicemente clienti di un pacchetto destinazione.
Da qui il passaggio dal marketing all’ecosistema.
L’Italia parte da un vantaggio evidente: non deve inventare il desiderio che suscita. Cultura, paesaggio, stile di vita e riconoscibilità internazionale esercitano già una forte attrazione. Ma una destinazione desiderata non è automaticamente un luogo nel quale sia facile abitare e lavorare.
Servono informazioni comprensibili, alloggi adeguati anche fuori dalla logica della vacanza, connessioni affidabili, spazi di lavoro, servizi, occasioni di incontro e una regia capace di tenere insieme chi arriva e chi già vive sul posto.
La cornice proposta da Mattei colloca quindi il nomadismo digitale dentro una trasformazione più ampia del rapporto fra lavoro, mobilità e appartenenza.
Mobilità e radicamento non sono necessariamente opposti. Una persona può conservare libertà di movimento e, nello stesso tempo, stabilire con un luogo un rapporto più lungo, ricorrente e responsabile.
L’abitante temporaneo non è ancora un nuovo residente, ma non è neppure soltanto un turista. È una possibilità intermedia che merita strumenti specifici e, soprattutto, criteri con cui valutarne l’impatto.
Il diritto di restare
Carmelo Traina ha portato una prospettiva complementare: il diritto di restare.
Prima ancora di attrarre qualcuno da fuori, un territorio deve rendere possibile vivere, lavorare e progettare per chi vi è già nato o vorrebbe tornarvi. Il lavoro remoto può ampliare questa possibilità, consentendo di vivere nelle aree interne senza dipendere esclusivamente dal mercato occupazionale locale.
Il titolo del suo intervento - Il diritto di restare: territori, lavoro e nuove possibilità - rovescia una retorica molto radicata.
Restare non dovrebbe significare non avere alternative, accontentarsi o trasformare l’attaccamento alla propria terra in sacrificio. Dovrebbe essere una scelta praticabile e dignitosa. E una scelta esiste davvero soltanto quando partire e restare sono entrambe possibilità reali.
Traina arrivava a Castelbuono con l’esperienza di Patto per Restare, un percorso nato dal lavoro civico di associazioni, spazi culturali, giovani rientrati, fondazioni e gruppi territoriali.
Il Patto per il diritto di restare ha riunito 45 organizzazioni siciliane, tentando di portare esperienze locali spesso isolate dentro una rete regionale.
Il passaggio politico è rilevante: non limitarsi a celebrare le singole storie di chi “ce l’ha fatta” tornando al Sud, ma chiedere quali condizioni collettive consentano a molti altri di non essere costretti ad andare via.
In questo quadro, il lavoro è centrale ma non sufficiente.
Il diritto di restare riguarda opportunità professionali, servizi, abitazioni, istruzione, mobilità e possibilità di partecipare alle decisioni sul futuro del proprio territorio. Un collegamento veloce può permettere a qualcuno di lavorare da remoto; da solo non rende desiderabile una vita, non sostiene una famiglia e non ricostruisce la fiducia nelle istituzioni.
La prospettiva di Traina rimette così il tema dell’attrazione nella giusta tensione.
Un territorio non può misurare la propria apertura soltanto contando quante persone riesce a chiamare da fuori. Deve domandarsi anche quante persone mette nella condizione di restare, quante possono tornare e quante iniziative locali riescono a trasformarsi da eccezioni eroiche in possibilità normali.
Attrarre e restare non sono comunque obiettivi contrapposti.
Possono rafforzarsi a vicenda se gli strumenti costruiti per i nuovi arrivati migliorano anche la vita dei residenti: connessioni, spazi di lavoro, abitazioni disponibili, servizi e occasioni professionali.
Il rischio, al contrario, è costruire un’offerta parallela destinata soltanto a chi arriva con maggiore reddito e libertà.
In quel caso avremmo creato una destinazione più efficiente, non necessariamente un territorio più abitabile.
Possono davvero contribuire alle comunità locali?
La tavola rotonda moderata da Nino Amadore ha riunito Alessandro Ficile, Dina Ravera, Marco Traina, Elena Militello, Aldijana Bunjak, Gonçalo Hall e Carmelo Traina intorno alla domanda più diretta dell’intero festival: i nomadi digitali possono davvero contribuire allo sviluppo delle comunità locali?
Le diverse prospettive hanno collegato l’accoglienza alle politiche territoriali, il turismo alle permanenze più lunghe, i coliving alle relazioni sociali e le esperienze internazionali alla possibilità di costruire iniziative anche in Italia.
Il punto comune è che la presenza dei remote worker non diventa automaticamente rigenerazione.
Occorrono una regia locale, relazioni con la comunità, continuità e meccanismi che permettano al valore generato di rimanere almeno in parte nel territorio.
Sebastiana Cutugno ha poi affrontato il ruolo del racconto. I media contribuiscono a costruire l’immagine di un luogo e possono amplificare opportunità, ma anche consolidare stereotipi.
Raccontare le aree interne oltre le semplificazioni significa evitare sia la narrazione del territorio irrimediabilmente marginale sia quella opposta del borgo perfetto, autentico e naturalmente pronto ad accogliere chiunque.
La giornata si è conclusa con il Manifesto Madonie 2026–2028, pensato per portare il progetto dal festival a un modello territoriale. L’obiettivo dichiarato è dare continuità all’esperienza, collegando accoglienza, lavoro distribuito, community e sviluppo locale.
Questa è un’agenda ampia e, in molti punti, condivisibile.
La mia lettura: cominciamo dalle parole
Il primo passo è non usare come sinonimi fenomeni che non lo sono.
Lavoro remoto, nomadismo digitale, turismo lento, residenza temporanea, trasferimento stabile, ritorno e ripopolamento descrivono comportamenti differenti. Possono trovarsi lungo lo stesso percorso, ma non è detto che una persona lo percorra per intero.
Un remote worker può lavorare da casa propria senza muoversi. Un nomade digitale può fermarsi tre settimane e non tornare mai più. Un expat può vivere per anni nello stesso luogo. Un proprietario straniero può usare la casa soltanto nei mesi estivi. Un italiano può tornare nel paese d’origine lavorando per un’azienda di Milano. Un immigrato può stabilirsi con la propria famiglia perché ha trovato un lavoro locale e un’abitazione accessibile.
Sono tutte presenze. Ma producono effetti diversi.
Dire che un territorio ha attratto cento partecipanti a un evento non equivale a dire che abbia attratto cento abitanti.
Dire che una community possiede migliaia di iscritti non significa che migliaia di persone si incontrino, viaggino o scelgano la stessa destinazione.
Dire che un borgo è diventato conosciuto non significa che abbia invertito lo spopolamento.
Non è una disputa terminologica. Se non distinguiamo i fenomeni, non possiamo misurarli e finiamo per attribuire a un progetto risultati che non aveva ancora la possibilità di produrre.
Il richiamo non è certo agli organizzatori (anzi, il contrario), quanto ai media che con queste cose bisticciano a prescindere.
La “tribe” conta, ma non sempre viene prima del luogo
Il tema delle community emerso sabato è particolarmente interessante perché i primi risultati della nostra ricerca (che pubblicheremo tra pochi giorni) raccontano una realtà meno semplice dello stereotipo.
Nella mappatura realizzata da NOMAG abbiamo trovato reti nazionali con oltre 6.000 iscritti, community più piccole con più di 500 membri e gruppi Meetup locali che vanno da poche decine a oltre un migliaio di adesioni. Ma l’iscrizione a una piattaforma, la partecipazione a un incontro e l’appartenenza a una rete stabile sono tre misure differenti.
Una community online può offrire informazioni e contatti. Un gathering locale crea incontri. Un coliving permette una convivenza temporanea. Una rete professionale può produrre collaborazioni che continuano a distanza.
Sono funzioni diverse e dovremmo misurarle separatamente.
Il nostro campione è inoltre più maturo di quanto suggerisca l’immagine del giovane nomade con lo zaino. La fascia più numerosa è quella tra 35 e 44 anni; complessivamente, il 58% ha tra 35 e 54 anni. Soltanto il 5% ha tra 18 e 24 anni.
Parliamo spesso di professionisti che possiedono già le proprie reti: colleghi, clienti, amicizie, settori professionali e community internazionali.
Per molti di loro la tribe non sembra essere la ragione principale per scegliere una destinazione. Scelgono prima l’Italia - o uno specifico luogo italiano - e cercano poi connessioni che rendano più semplice e piacevole la permanenza.
La community, quindi, non perde importanza. Cambia posizione. Non è necessariamente il prodotto che attira. Può essere l’infrastruttura che accoglie. Non deve creare il desiderio di Italia; deve aiutare a trasformarlo in un’esperienza che funzioni.
Forse i territori italiani devono preoccuparsi un po’ meno di inventare una “nomad lifestyle” e un po’ di più di far funzionare la vita ordinaria. Poi devono rendere facile incontrarsi.
È meno sexy di una tribe. Ma è utile anche a chi nel territorio vive già.
Il Wi-Fi è una condizione, non un piano demografico
Il lavoro remoto può ampliare enormemente le possibilità di restare, tornare o scegliere un’area interna.
Ma la possibilità tecnica di lavorare da un luogo non coincide con la possibilità di costruirvi una vita.
Servono trasporti, case abitabili, servizi sanitari, scuole, procedure comprensibili, spazi di socialità e opportunità anche per i familiari.
Una buona connessione rende possibile lavorare. Non crea da sola tutto il resto.
Un territorio difficile per i residenti non diventa automaticamente semplice perché il nuovo arrivato fattura all’estero. Può diventare più sopportabile per chi possiede maggiore reddito, libertà e possibilità di andarsene.
Non è la stessa cosa.
Le politiche rivolte ai remote worker hanno senso soprattutto quando costruiscono infrastrutture che rimangono disponibili anche per la popolazione locale.
Altrimenti rischiano di produrre un’accoglienza a due velocità: una per chi arriva e una per chi prova a restare.
Il problema del ripopolamento è il denominatore
Quando si parla di ripopolamento, il problema principale è quasi sempre il denominatore.
Un paese perde centinaia o migliaia di abitanti nell’arco di decenni. Poi arrivano venti persone per una residency, cinque comprano una casa, tre trasferiscono formalmente la residenza e il racconto diventa quello del “paese rinato”. Ripeto, la mia critica è allo storytelling di media e politici, non certo a chi ‘fa’.
Non perché i piccoli risultati non contino, ma perché smettiamo di dire rispetto a quale fenomeno li stiamo misurando.
Un paese, in questo senso, assomiglia a una scuola.
Il nomade digitale è come il bambino che arriva dall’estero per alcuni mesi. Porta una lingua diversa, incuriosisce gli altri, fa circolare esperienze e apre una finestra sul mondo. La classe è migliore perché c’è anche lui.
Un expat o un nuovo residente più stabile può essere il bambino che rimane più a lungo: la famiglia ha risorse, partecipa e magari offre tempo, competenze e relazioni.
Anche questo può fare una grande differenza.
Ma la classe rimane aperta se ha venti bambini, non due.
E molto spesso a tenerla aperta sono famiglie assai meno raccontabili: italiani che non se ne sono andati, persone tornate, lavoratori immigrati, bambini nati in Italia senza cittadinanza e famiglie arrivate per l’agricoltura, la manifattura, l’assistenza o semplicemente perché hanno trovato una casa che potevano permettersi.
Il nomade può arricchire la scuola.
La famiglia immigrata, molto meno glamour su Instagram, può contribuire a impedirne la chiusura.
Non è una gara morale tra categorie. È un invito a non chiedere a poche persone mobili e relativamente privilegiate di risolvere, almeno nel racconto, un problema demografico di tutt’altra scala.
I nomadi digitali non devono necessariamente ripopolare per essere utili. Non possono farlo.
Possono riattivare spazi, distribuire consumi fuori stagione, creare connessioni, portare competenze, generare collaborazioni e cambiare la percezione di un luogo.
Sono risultati reali e sufficientemente interessanti da non dover essere travestiti da inversione demografica.
Dal festival al modello: la conversione territoriale
Un evento può attrarre. Una residency può prolungare la permanenza. Un coliving può facilitare le relazioni. Una community può ridurre l’isolamento. Una campagna editoriale può cambiare l’immagine di una destinazione.
Ma tra ciascuno di questi passaggi e il successivo esiste una dispersione.
Quanti partecipanti chiedono di fermarsi? Quanti trovano un alloggio adeguato? Quanti ritornano entro un anno? Quanti acquistano o affittano a lungo termine? Quanti lavorano con professionisti o imprese locali? Quanti coinvolgono la propria azienda? Quanti diventano residenti, anche temporanei? Quanti se ne vanno perché la quotidianità è più complicata della promessa?
Questa è la conversione territoriale.
Non si misura con il numero complessivo degli iscritti a una community, con la copertura mediatica o con le presenze accumulate durante un festival.
Si misura seguendo le persone nel tempo.
Per questo il Manifesto Madonie 2026–2028 è interessante se viene letto nel tempo verbale corretto.
È un programma, non ancora un risultato. È un’ipotesi da verificare, non la certificazione che l’esperimento abbia già funzionato. Un utilissimo punto di partenza.
Un manifesto scritto alla fine della prima edizione può indicare che cosa si vuole costruire. Le evidenze cominciano dopo, quando gli ospiti hanno disfatto - o rifatto - le valigie.
I progetti territoriali più credibili dovrebbero avere il coraggio di dire: questo è ciò che abbiamo tentato; questi sono i dati di partenza; questi sono gli indicatori che seguiremo; tra dodici e ventiquattro mesi vi diremo che cosa è rimasto.
Non è una diminuzione dell’ambizione. Mi sembra che questo messaggio sia passato al termine dell’evento… e non era da dare per scontato.
Tre ricerche per cominciare a misurare
È precisamente da queste domande che nasce il lavoro di NOMAG Research, che presenteremo il 24 settembre al Centro Studi Americani di Roma.
Non pretendiamo di dire l’ultima parola. Al contrario! Stiamo cercando di costruire una base un po’ più solida per pronunciare le prime.
La prima ricerca, Digital Nomads and Italy, guarda alla domanda: chi sono le persone internazionali interessate a vivere e lavorare dall’Italia, quali luoghi cercano, quanto vogliono fermarsi, di quali servizi hanno bisogno e che cosa impedisce loro di trasformare un desiderio in una scelta concreta.
Sono state invitate 1.500 persone della rete internazionale costruita da NOMAG. Abbiamo raccolto 1.056 risposte, delle quali 981 complete e 75 parziali.
Non è un campione rappresentativo dell’intera popolazione mondiale dei nomadi digitali - e non lo presenteremo come tale - ma è abbastanza ampio per mettere alla prova parecchie assunzioni.
La seconda ricerca, Debunking the One Euro House Effect, parte dalla più potente promessa immobiliare costruita sui borghi italiani.
Non per stabilire se le case a un euro siano “belle” o “brutte”, ma per chiedere che cosa abbiano prodotto davvero: quante operazioni, quanti immobili recuperati, quanti residenti, quale impatto sul mercato e quale distanza esista tra la copertura mediatica e i risultati demografici.
La terza, Relocals, guarda a chi l’Italia l’ha già scelta e la racconta vivendoci.
Non soltanto al momento dell’innamoramento, ma a ciò che accade dopo: la casa, la burocrazia, il lavoro, l’integrazione, le reti locali, le frizioni e il modo in cui l’esperienza reale modifica la narrazione iniziale.
Le tre ricerche osservano momenti diversi dello stesso viaggio: il desiderio di venire, le politiche e le promesse utilizzate per attrarre, la vita dopo l’arrivo.
In mezzo c’è ciò che ci interessa davvero: la conversione.
Da follower a partecipante. Da partecipante a ospite. Da ospite ad abitante temporaneo. Da abitante temporaneo a persona che ritorna, investe, collabora o rimane.
Non tutti devono percorrere l’intera strada. Ma se vogliamo parlare di impatto territoriale dobbiamo almeno sapere quanti compiono ciascun passaggio.
Madonie Nomad Residency ha avuto il merito di mettere molte delle domande giuste sul palco e di riunire esperienze che valeva la pena ascoltare.
Il modo migliore per esserle grati non è sostenere che possediamo già tutte le risposte.
È cominciare a misurarle. Partendo dall’evidenza che qualcosa si sta muovendo a livello locale.




