Il nuovo rapporto CNEL sui giovani expat non racconta soltanto perché tanti italiani scelgono di vivere e lavorare all’estero. Mette soprattutto in evidenza un problema meno discusso: rispetto agli altri Paesi avanzati, l’Italia riesce ad attrarre pochissimi giovani dall’estero. Ed è forse questo il dato che cambia maggiormente il modo in cui dovremmo parlare di mobilità, talenti e attrattività del Paese.
Il titolo del nuovo rapporto CNEL, Giovani Expat. Come farli tornare, porta inevitabilmente l’attenzione sul rientro degli italiani che hanno lasciato il Paese. È una questione importante, soprattutto perché la nuova emigrazione è molto diversa da quella delle generazioni precedenti: dal 2011 al 2024 il saldo migratorio dei giovani italiani è stato negativo per 441 mila persone, poco meno del 5% dell’intera popolazione giovane residente nel 2025, e tra coloro che partono la presenza di laureati è cresciuta sensibilmente. Ma il rapporto contiene un’altra informazione, forse ancora più significativa: l’Italia non soltanto perde giovani italiani, ma attrae pochissimi giovani provenienti dagli stessi Paesi verso i quali gli italiani emigrano. Secondo i dati ISTAT riportati dal CNEL, per ogni giovane cittadino di un altro Paese avanzato che arriva in Italia, nove giovani italiani fanno il percorso inverso. Utilizzando Eurostat il rapporto sale addirittura a 14,5 a uno, anche se lo stesso CNEL precisa che questi ultimi dati sono meno rigorosi e meno omogenei di quelli ISTAT.
Questo passaggio è importante perché distingue l’emigrazione dalla normale mobilità internazionale. In molti Paesi europei i giovani partono, ma altri giovani arrivano. Il risultato è una circolazione relativamente equilibrata di studenti, professionisti e lavoratori qualificati. Il CNEL prova a misurarla attraverso l’Indice Sintetico dei Flussi Migratori, confrontando i movimenti tra Paesi avanzati. Belgio, Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Svezia si collocano intorno a valori di equilibrio; Svizzera, Regno Unito e Austria attraggono più giovani di quanti ne cedano. L’Italia è invece nettamente fuori scala: partecipa ai flussi considerati per il 26,9% come Paese di provenienza e soltanto per l’1,9% come Paese di destinazione. L’indice italiano arriva così a 14,5, contro valori generalmente vicini a uno negli altri grandi Paesi europei.
Questo non significa che l’Italia non riceva giovani dall’estero. Al contrario, l’immigrazione ha già avuto un ruolo decisivo nel contenere il calo della popolazione giovane italiana. Nel 2025 gli stranieri rappresentavano ufficialmente il 13,3% dei residenti tra 18 e 34 anni; includendo chi ha successivamente acquisito la cittadinanza italiana, il CNEL stima che i giovani di origine straniera possano essere circa il 19,5%, quindi quasi uno su cinque. Il punto del rapporto è però un altro: se vogliamo misurare quanto l’Italia sia competitiva come destinazione, non basta guardare al saldo migratorio complessivo. Occorre domandarsi quante persone la scelgano quando hanno realisticamente a disposizione alternative con livelli di reddito, servizi, istruzione e opportunità professionali comparabili. È questo confronto “tra pari” che mette in evidenza la debolezza italiana. Il CNEL formula in alcuni passaggi questa distinzione in termini che possono risultare discutibili, soprattutto quando sembra attribuire un diverso valore all’immigrazione a seconda della provenienza; ciò che resta utile dal punto di vista analitico è però la distinzione tra contributo demografico dell’immigrazione e capacità di competere nel mercato internazionale dei talenti.
Le risposte dei giovani intervistati aiutano a capire perché. Il rapporto non descrive un’Italia respinta per la sua qualità della vita. Le ragioni più forti della partenza sono il livello delle retribuzioni, una cultura del lavoro percepita come arretrata e la scarsa valorizzazione delle competenze. Seguono gli investimenti insufficienti in ricerca e innovazione, la scarsità di opportunità professionali, la precarietà e, con maggiore intensità soprattutto per chi proviene dal Mezzogiorno, burocrazia, clientelismo e raccomandazioni. Il CNEL insiste quindi molto sulla responsabilità delle imprese: salari e produttività dipendono anche dalle condizioni generali del sistema economico, ma organizzazione del lavoro, attribuzione delle responsabilità, riconoscimento delle competenze, valutazione delle prestazioni e possibilità di carriera dipendono in larga parte dalle aziende e dalla loro governance. In altre parole, l’Italia continua a possedere molte delle caratteristiche che possono renderla desiderabile come luogo in cui vivere, ma fatica molto di più a trasformarle in una proposta professionale competitiva.
Questo è probabilmente il punto più interessante per chi, come ITS Journal, osserva non soltanto chi lascia l’Italia ma anche chi prova a sceglierla. L’attrazione internazionale non può essere ridotta a una politica fiscale, a un visto o a una campagna di promozione territoriale. Il rapporto dedica spazio sia al Plan de Retorno spagnolo sia all’esperienza dell’Emilia-Romagna con it-ER, e in entrambi i casi ciò che emerge è l’importanza di un sistema che accompagni concretamente una persona: opportunità di lavoro, informazioni, assistenza al trasferimento, servizi per la famiglia, accesso alla formazione, semplificazione amministrativa e inserimento nel territorio. Il caso emiliano-romagnolo è particolarmente interessante perché allarga l’obiettivo oltre il rientro dei connazionali e comprende esplicitamente anche talenti stranieri e persone provenienti da altre regioni. Il passaggio dalle politiche di “ritorno” alle politiche di “attrattività” è sostanziale: non si tratta più soltanto di recuperare chi è partito, ma di creare condizioni abbastanza competitive da essere scelte anche da chi non ha alcun legame precedente con l’Italia.
Questa prospettiva riguarda direttamente anche città medie, piccoli comuni e aree interne. In molti territori italiani il dibattito sull’attrazione di nuovi residenti tende ancora a concentrarsi sul costo degli immobili, sulla disponibilità di case vuote o sulla qualità della vita. Sono elementi importanti, ma non sufficienti. Una casa economica non crea da sola una destinazione, così come un incentivo fiscale non crea automaticamente una comunità internazionale. Per trasformare una preferenza per l’Italia in un trasferimento reale servono lavoro, connettività, servizi, accesso semplice all’abitazione, capacità amministrativa e reti locali in grado di facilitare l’inserimento. Questo vale per il giovane italiano che considera il rientro, per il lavoratore straniero che già vive nel Paese e per il professionista internazionale che potrebbe scegliere tra Italia, Spagna, Francia o Portogallo. In questo senso, il rapporto CNEL offre un quadro che va molto oltre il tema tradizionale della “fuga dei cervelli”: costringe a chiedersi quanto il Paese sia effettivamente preparato a ricevere persone mobili e qualificate.
C’è infine un dato che rende il quadro meno definitivo di quanto potrebbe sembrare. La maggioranza dei giovani expat intervistati non considera irreversibile la propria partenza. Alla domanda su dove immaginino di vivere tra cinque anni, il 31,3% risponde sicuramente all’estero e appena il 6,1% sicuramente in Italia, ma il 62,7% dichiara che vivrà dove troverà le migliori opportunità. La scelta, quindi, rimane aperta. È forse questo il modo più utile di leggere l’intero rapporto: il problema italiano non consiste nel fatto che i giovani siano diventati troppo mobili, ma nel fatto che la mobilità funziona in maniera fortemente asimmetrica. Perché possa diventare una vera circolazione di persone, esperienze e competenze, l’Italia deve riuscire non soltanto a riportare indietro una parte di chi è partito, ma anche a diventare una destinazione credibile per chi potrebbe arrivare per la prima volta.






