Due interventi particolarmente concreti mi hanno spinto a tornare su una questione che, da anni, affrontiamo lavorando direttamente nei territori: come creare opportunità reali, invece di continuare a raccontare borghi da cartolina.
Devo cominciare con un’ammissione: mi ero perso Città by Future4Cities. E me ne scuso, perché è proprio il genere di conversazione che, per il lavoro che facciamo, avrei dovuto seguire da tempo. Ho recuperato una puntata del 4 maggio 2025, Che futuro hanno i piccoli paesi?, condotta da Paolo Bovio e Stefano Daelli, e sono rimasto particolarmente colpito dai contributi di Luisa Corazza, docente all’Università del Molise e direttrice del Centro di Ricerca Aree Interne e Appennini, e di Silvia Spinelli, che si occupa di progettazione e sviluppo territoriale nelle aree montane. Della professoressa Corazza ho apprezzato soprattutto la concretezza: quella capacità, tutt’altro che scontata, di affrontare questioni complesse senza allontanarsi dalle condizioni nelle quali le persone devono effettivamente vivere e lavorare.
È stato un ascolto piacevole e utile, che mi ha fatto tornare su una convinzione maturata in anni di lavoro nei piccoli comuni italiani: abbiamo finito per confondere troppo spesso la valorizzazione di un territorio con la sua promozione. La seconda produce immagini, racconti, campagne di comunicazione e, qualche volta, risultati turistici apprezzabili. La prima dovrebbe produrre condizioni di vita migliori e opportunità economiche. Non sono la stessa cosa, e l’una non porta automaticamente all’altra.
Visto da una città, soprattutto attraverso lo schermo di un telefono, un borgo italiano può essere irresistibile. La piazzetta, i vicoli, la casa di pietra, la signora seduta davanti alla porta, magari un tramonto ben riuscito. Su Instagram funziona magnificamente. Ma proviamo a rimanerci anche il martedì mattina di novembre, quando il negozio di alimentari ha chiuso, il medico riceve in un altro comune, l’autobus passa troppo presto o troppo tardi e per qualsiasi necessità bisogna usare l’automobile. Il paese è sempre bellissimo, ma abitare un luogo è un’esperienza diversa dal fotografarlo.
Non è nemmeno corretto immaginare che chi vive in queste comunità chieda particolari privilegi oppure desideri essere convinto a restare. Molti vorrebbero semplicemente poter scegliere, senza partire da una posizione di svantaggio. Il problema non è trattenere le persone nei piccoli comuni: è permettere a chi ci vive, a chi vorrebbe tornarci e a chi potrebbe trasferirvisi di giocarsela alla pari. Significa poter costruire un’impresa, lavorare, formare una famiglia, accedere a un’istruzione adeguata, curarsi e partecipare alla vita economica e sociale senza dover pagare continuamente un prezzo aggiuntivo per il luogo nel quale si è scelto di abitare.
Naturalmente, giocarsela alla pari non significa pretendere che un paese di trecento abitanti abbia gli stessi servizi, nello stesso edificio e con gli stessi orari, di una città di trecentomila. Significa invece progettare accessi equivalenti alle opportunità, organizzando i servizi in modo coerente con i territori: collegamenti affidabili, reti tra comuni, soluzioni digitali che funzionino davvero, presìdi di prossimità, condizioni ragionevoli per chi apre e mantiene un’attività. È una sfida amministrativa ed economica più complessa, e certamente meno fotogenica, di un’inaugurazione o di un bando dal titolo accattivante.
Prendiamo proprio le case a un euro, una delle iniziative italiane più conosciute nel mondo. Non penso affatto che siano state tutte inutili: in alcuni contesti hanno generato attenzione, recuperi immobiliari e nuove relazioni con persone provenienti dall’estero. Ma una casa venduta non equivale a una casa ristrutturata, una casa ristrutturata non equivale a una nuova residenza e un nuovo residente, da solo, non garantisce la sopravvivenza dei servizi locali. Sono passaggi distinti, che andrebbero misurati prima di parlare di successo. Il prezzo simbolico è un ottimo titolo per un giornale; molto meno convincente è considerarlo una politica di sviluppo territoriale.
È anche per questa ragione che abbiamo realizzato Il vero effetto delle case a 1 euro, secondo volume dei NOMAG Research Books. Volevamo capire cosa succedesse dopo l’annuncio, distinguendo l’interesse iniziale dalle operazioni realmente avviate, dai recuperi effettuati e dai cambiamenti riscontrabili nei paesi coinvolti. È una distinzione che conosce bene chiunque abbia accompagnato concretamente un acquisto o una ristrutturazione, ma che scompare con sorprendente facilità quando la storia diventa una campagna promozionale.
D’altronde, il nostro interesse per questi temi non è nato a tavolino. Con ITS ITALY lavoriamo da anni con persone che si trasferiscono, cercano immobili, tentano di avviare attività, cambiano Paese o provano a costruire una vita diversa. Abbiamo incontrato migliaia di individui, osservato scelte, ostacoli, entusiasmi e ripensamenti. A un certo punto ci siamo accorti che, oltre a svolgere il nostro lavoro, stavamo accumulando informazioni sulle quali era difficile trovare riscontri sufficientemente specifici nelle statistiche disponibili. Abbiamo cominciato quindi a raccoglierle e a organizzarle.
Non voglio presentare questo percorso come una ricerca accademica. Ha limiti metodologici, campioni legati alle persone con cui entriamo in contatto e domande che dovranno essere approfondite. E sarebbe scorretto attribuire a quei campioni la rappresentatività dell’intero Paese. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare un patrimonio di osservazioni perché nasce dal lavoro quotidiano e non da un dipartimento universitario. A volte, per individuare una domanda che vale la pena studiare, bisogna cominciare sporcandosi le mani.
È da questa esperienza che sono nati anche gli altri due volumi dei NOMAG Research Books, raccolti e presentati su ITS Journal. Digital Nomad: finalmente anche in Italia… almeno per un po’ parte da 1.056 risposte e prova a comprendere chi sceglie la mobilità professionale e quale posto possa occupare l’Italia nei suoi progetti. La libertà di lavorare da remoto può cambiare le prospettive di un territorio, ma non basta dichiararsi una destinazione per nomadi digitali: occorre che chi arriva trovi condizioni adeguate per lavorare e vivere.
Con RELOCALS – Risultati preliminari abbiamo iniziato invece a osservare il rapporto tra le persone che si trasferiscono in Italia e i luoghi nei quali si stabiliscono. Nel nostro primo gruppo esplorativo, il 64,1% dei partecipanti ha dichiarato di non aver immaginato inizialmente di fermarsi così a lungo. È un’indicazione interessante, pur con tutti i limiti di un’indagine preliminare: le scelte di vita si trasformano dopo l’arrivo, attraverso il lavoro, le relazioni, le difficoltà e le possibilità che si incontrano. E questo processo merita di essere compreso, non soltanto celebrato quando produce una bella storia.
C’è poi una quarta pubblicazione, diversa dalle tre ricerche, che forse esprime ancora più direttamente il problema dei piccoli comuni. Si chiama Empori di paese. Contro la desertificazione commerciale nei piccoli centri ed è nata osservando che cosa succede quando una comunità perde anche l’ultimo negozio. Un piccolo esercizio commerciale non è soltanto il luogo nel quale comprare pane o latte. Può essere il punto di accesso a informazioni, consegne, servizi e relazioni. La proposta che abbiamo elaborato è quella di un emporio contemporaneo e polifunzionale, capace di mettere insieme diverse attività per rendere sostenibile una presenza economica che, da sola, faticherebbe a sopravvivere. Non stiamo raccontando un modello già collaudato ovunque; stiamo proponendo una soluzione da verificare nei luoghi dove potrebbe servire.
Da queste esperienze ricavo alcuni spunti molto pratici. Innanzitutto, bisognerebbe valutare le politiche territoriali per ciò che producono a distanza di anni, non per il numero di adesioni o per l’attenzione mediatica ricevuta al momento del lancio. In secondo luogo, servirebbe considerare insieme casa, lavoro e servizi, perché il successo di un intervento su uno solo di questi elementi può essere annullato dall’assenza degli altri. Infine, occorrerebbe dare maggiore attenzione alla sostenibilità delle piccole attività economiche: non possiamo chiedere al commerciante, all’artigiano o al professionista di mantenere vivo un paese per senso del dovere, accettando condizioni nelle quali un’attività analoga, altrove, non potrebbe ragionevolmente sopravvivere.
Un contributo potrebbe arrivare anche da un diverso modo di concepire gli incentivi pubblici. Invece di moltiplicare iniziative simboliche e contributi frammentati, si potrebbe intervenire sui costi strutturali che impediscono alle persone e alle imprese di operare in questi territori. Penso alla mobilità, alla connettività effettiva, all’accesso ai servizi, alla possibilità di condividere spazi e funzioni tra più attività, alla continuità delle condizioni offerte. Una misura straordinaria può attirare l’attenzione; un contesto nel quale diventa ragionevole investire consente invece di costruire un futuro.
Per questo ho trovato stimolante la conversazione proposta da Città, e in particolare gli interventi di Luisa Corazza e Silvia Spinelli. Non perché ci consegnino una formula risolutiva, ma perché riportano la discussione vicino a ciò che rende possibile, o impossibile, una vita nei territori. Le competenze di chi studia questi fenomeni e le osservazioni di chi ci lavora quotidianamente dovrebbero incontrarsi molto più spesso. Le nostre ricerche, con i loro dati e i loro limiti dichiarati, sono a disposizione di chi vorrà approfondirle, discuterle o utilizzarle per formulare nuove domande.
I piccoli comuni italiani non hanno bisogno di essere descritti come piccoli paradisi da salvare, né di essere trattati come luoghi inevitabilmente destinati al declino. Sono comunità diverse, ciascuna con risorse e problemi propri, nelle quali vivono persone che dovrebbero avere la stessa dignità di scelta di chi abita altrove. Quando discutiamo del loro futuro, forse dovremmo partire da qui: non chiedere che cosa possiamo inventarci per convincere qualcuno a restare, ma che cosa gli manca oggi per potersela giocare alla pari.
Perché a quel punto non servirebbe più convincerlo. Potrebbe decidere da sé.
E, tornando al punto da cui sono partito, devo davvero recuperare qualche altra puntata di Città. Aver scoperto così tardi questa conversazione è stata una mia distrazione. Per fortuna, le buone riflessioni non hanno una data di scadenza.



