Garantire un servizio pubblico a diecimila persone concentrate in un quartiere urbano non costa necessariamente quanto offrirlo a diecimila persone distribuite tra piccoli comuni, frazioni e territori montani. Le prestazioni possono essere identiche, ma cambiano le distanze, i tempi di percorrenza, la disponibilità di personale e le infrastrutture necessarie per raggiungere gli utenti. È una differenza che i sistemi di finanziamento pubblico devono affrontare, se vogliono garantire diritti effettivamente uguali.
La questione è tornata al centro del dibattito il 25 ottobre, quando la Basilicata ha annunciato la propria adesione all’iniziativa promossa dal presidente dell’Abruzzo, Marco Marsilio, e sostenuta da dieci Regioni. Come riportato dall’ANSA, la proposta prevede una quota di riequilibrio strutturale pari all’1,5% del Fondo sanitario indistinto, da distribuire considerando cinque parametri: invecchiamento, presenza di aree interne, declino demografico, bassa densità abitativa e deprivazione economico-sociale.
L’assessore lucano alla Salute, Cosimo Latronico, ha ricordato che, secondo i dati richiamati dalla Regione, il 78% della popolazione della Basilicata vive in aree classificate interne. Un elemento che rende più complessa l’organizzazione di servizi sanitari accessibili e continuativi.
Il sistema attuale, tuttavia, non ignora completamente queste differenze. Secondo la documentazione della Camera dei deputati, il 98,5% delle risorse ordinarie viene distribuito considerando popolazione residente e consumi sanitari per età; lo 0,75% tiene conto della mortalità sotto i 75 anni e un ulteriore 0,75% di indicatori di deprivazione. Nel riparto 2025, inoltre, la quota premiale ha considerato anche densità abitativa ed estensione territoriale.
La domanda, dunque, non è se il territorio debba entrare nei criteri di finanziamento, ma quanto debba pesare e quali costi aggiuntivi sia effettivamente in grado di spiegare.
Un ambulatorio, un servizio di assistenza domiciliare o un trasporto sanitario possono richiedere investimenti proporzionalmente maggiori dove gli abitanti sono pochi e distanti. Ma riconoscere questi costi non significa finanziare qualsiasi struttura indipendentemente dai risultati. Occorrono indicatori trasparenti, verifiche sulla qualità delle prestazioni e soluzioni organizzative capaci di evitare sia l’abbandono dei territori sia la duplicazione inefficiente dei servizi.
La discussione riguarda anche scuole, trasporti e assistenza sociale. Se il finanziamento viene valutato esclusivamente sul numero degli utenti, i territori meno popolati rischiano di apparire strutturalmente inefficienti, anche quando stanno sostenendo il costo necessario per mantenere accessibili servizi essenziali.
Esiste però un’altra questione: modificare la distribuzione di risorse date può avvantaggiare alcuni territori riducendo quelle disponibili per altri. Per questo occorre distinguere il riequilibrio dei criteri dall’eventuale aumento del finanziamento complessivo.
La proposta delle Regioni non è ancora una riforma approvata. Ha però il merito di riportare l’attenzione su un principio che dovrebbe guidare ogni politica territoriale: l’uguaglianza dei diritti non si misura soltanto dalle risorse assegnate, ma dalla possibilità concreta delle persone di accedere ai servizi. E questa possibilità ha costi differenti, che devono essere conosciuti, giustificati e misurati.




