Quello che non si vede negli occhi di mia madre
Di Riccardo D’Uggento — Il Margine Bianco
Mia madre si chiama Audrey.
È nata in Birmania - oggi Myanmar - in una di quelle famiglie di una volta: sette figli, umiltà, sacrifici, un’unione tra fratelli e sorelle che in Italia fatichiamo anche solo a immaginare.
Quando mi racconta la sua infanzia, i ricordi che sceglie sono sempre quelli di luce: correre a piedi nudi sotto la pioggia monsonica. Ammirare le pagode dorate all’alba. Gli scherzi tra fratelli e sorelle in una casa piccola e piena.
Non mi racconta mai la dittatura. Non me la descrive. La intravedo solo negli occhi - in quel momento preciso in cui il racconto si ferma, come se certe cose non avessero ancora trovato le parole giuste per uscire.
I suoi genitori hanno capito prima degli altri che non c’era futuro in quell’inferno.
Fuggire da Rangoon non era semplice. Non lo è mai, quando lasci tutto quello che conosci per un posto che non sai ancora nominare. Ma loro lo hanno fatto - gradualmente, un figlio alla volta, grazie all’aiuto di una comunità di salesiani dal cuore enorme che ha teso la mano quando nessun altro lo faceva.
La destinazione era l’Italia. Un paese sconosciuto. Una lingua - e una grammatica - del tutto nuova.
Mia madre aveva davanti a sé una scelta che non era davvero una scelta: imparare a vivere daccapo, o non vivere del tutto.
Ha scelto di imparare.
Ha studiato l’italiano con quella determinazione silenziosa che hanno solo le persone che sanno davvero cosa significa non avere alternative. Poi l’università. Poi la medicina - come tutti i suoi fratelli e sorelle, ognuno per la propria strada, tutti con lo stesso punto di partenza e la stessa voglia ostinata di arrivare.
Sono diventati tutti medici.
Non me lo ha mai detto come un vanto. Me lo ha detto come un fatto - con quella stessa semplicità con cui mi raccontava i piedi nudi sulla terra rossa di Rangoon. Come se le due cose fossero ugualmente normali, ugualmente parte della stessa storia.
Non sono mai stato in Myanmar.
Arrivano poche notizie da quel paese, e quasi nessuna di quelle che arrivano è buona. Ho imparato quello che so dalla voce di mia madre, dai suoi silenzi, dai gesti che fa quando pensa che nessuno la stia guardando.
Ho imparato che il rispetto verso l’altro non si insegna con le parole. Si trasmette con il modo in cui stai al mondo - con quell’umiltà e quel cuore aperto che appartengono a chi ha visto il peggio e ha scelto comunque di fidarsi del futuro.
Penso spesso a quello che non vediamo quando guardiamo una persona venuta da lontano.
Non vediamo la casa lasciata indietro. Non vediamo la lingua che hanno dovuto smettere di usare ogni giorno. Non vediamo i morti che non hanno potuto salutare, le abitudini abbandonate, le feste celebrate in modo sbagliato per anni finché non hanno imparato quelle nuove.
Vediamo solo l’accento. Il nome difficile da pronunciare. La faccia che non assomiglia alle nostre.
Mia madre ha un nome inglese - Audrey - dato da genitori che avevano già capito, prima ancora di partire, che i loro figli avrebbero dovuto muoversi in un mondo più grande di quello in cui erano nati.
Aveva già in quel nome un’intenzione.
Non so raccontare la Birmania. Non ho le parole giuste, non ho i ricordi diretti, non ho vissuto quello che ha vissuto lei.
So solo che ogni volta che qualcuno mi parla di chi viene da lontano come se fosse un problema da risolvere, penso a mia madre che corre a piedi nudi sotto la pioggia di Rangoon.
E penso che quella bambina - quella stessa bambina - è diventata una persona che ha attraversato mezzo mondo, imparato una lingua impossibile, costruito una famiglia, e mi ha insegnato, senza mai dirlo esplicitamente, che la gentilezza non è debolezza.
È la forma più coraggiosa di intelligenza che esista.
Riccardo D'Uggento scrive Il Margine Bianco, una newsletter settimanale su paternità, storytelling e vita intenzionale.
ilmarginebianco.substack.com



