Qui Ortigia (Siracusa)
Perché i digital nomad possono essere (se governati) una leva di ripartenza urbana
Il contesto: cosa dice La Sicilia (oggi)
Nell’edizione del 6 febbraio 2026 de La Sicilia, Arturo Linguanti — presidente dell’Associazione Territorio Protagonista Siracusa 2016 — firma un articolo che rompe un tabù: il problema di Siracusa non è la mancanza di turismo, ma l’eccesso di turismo sbagliato.
Il quadro è netto. Siracusa vive una contraddizione evidente: un’offerta culturale di livello mondiale che poggia su una struttura urbana fragile, con servizi essenziali carenti, periferie abbandonate e un centro storico — Ortigia — trasformato in un set stagionale più che in un quartiere abitato.
Fin qui, nulla di nuovo. Lo spunto davvero interessante arriva dopo.
Il passaggio chiave: non turisti, ma residenti temporanei
Linguanti introduce una distinzione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico: non tutti i “non residenti” sono uguali.
Nel suo ragionamento, i digital nomad non vengono messi sullo stesso piano dei turisti mordi e fuggi. Anzi, diventano una possibile leva di riequilibrio, se inseriti in una strategia chiara.
La proposta è esplicita: trasformare parte delle case vacanza oggi vuote in hub abitativi per lavoro remoto, giovani coppie, nuove forme di residenza temporanea, con canoni regolati e infrastrutture adeguate. Non consumo rapido dello spazio urbano, ma presenza continuativa, uso quotidiano dei servizi, relazione con il territorio.
È una presa di posizione non banale, soprattutto su un quotidiano locale. E merita di essere messa nel giusto contesto.
Cosa dice l’articolo (e cosa non dice)
L’articolo non idealizza i digital nomad, né li propone come soluzione magica. Li colloca però in un punto preciso: tra il residente stabile e il turista occasionale.
Una figura che può contribuire a:
riportare vita quotidiana nei centri storici svuotati
sostenere servizi di prossimità tutto l’anno
giustificare investimenti in infrastrutture (trasporti, connettività, spazi pubblici)
creare una domanda abitativa più stabile e meno speculativa
Allo stesso tempo, Linguanti è chiaro su un punto che spesso viene rimosso: senza regole, anche i digital nomad diventano parte del problema. Se entrano nello stesso circuito degli affitti brevi, se spingono i prezzi verso l’alto, se restano una narrazione di marketing, il risultato non cambia.
La nostra esperienza sul campo
Qui vale la pena fermarsi un attimo e uscire dalla teoria.
In ITS Journal — e più in generale nell’esperienza di ITS Italy — questa distinzione la vediamo da anni, sul campo, in contesti molto diversi tra loro.
Funziona solo quando:
il lavoro remoto è inserito in un disegno urbano e sociale, non promosso come moda
l’offerta abitativa è ibrida, regolata, pensata per periodi medio-lunghi
i comuni investono prima in servizi per chi vive, non in eventi per chi passa
il racconto lascia spazio alla realtà quotidiana, non solo alla cartolina
Non funziona quando i nomad vengono usati come foglia di fico per continuare a spingere lo stesso modello estrattivo: prezzi alti, bassa qualità, zero comunità.
La vera linea di frattura
Il punto, allora, non è “turismo sì / turismo no” o “digital nomad sì / digital nomad no”.
La vera linea di frattura è un’altra: abitare vs consumare.
Una città che accetta di essere solo consumata — anche da visitatori col laptop — smette di essere una città. Una città che torna a interrogarsi su chi la abita, anche solo per alcuni mesi l’anno, torna a essere una Polis.
In questo senso, l’articolo di La Sicilia è interessante non perché offre una soluzione pronta, ma perché sposta il fuoco del dibattito: dalla quantità di presenze alla qualità della permanenza.
Una discussione che va aperta
Siracusa è solo un caso emblematico. Lo stesso schema si ripete in decine di città italiane: centri storici svuotati, periferie invisibili, turismo che cresce e qualità della vita che scende.
Mettere i digital nomad non come fine, ma come mezzo — uno degli strumenti possibili per riportare residenza, lavoro e servizi — è una provocazione sana. Ma richiede coraggio politico, regole chiare e molta meno retorica.
La domanda finale resta la stessa, ed è più attuale che mai:
vogliamo città vive, o città visitabili?



