Restare, partire, tornare: leggere la mobilità sarda prima che diventi destino
Staying, leaving, returning: reading Sardinian mobility before it becomes destiny
In Sardegna (ma in fondo anche in tanti altri territori in Europa), ci sono espressioni che usiamo da così tanto tempo da rischiare di non sentirle più. Spopolamento, emigrazione, ritorno, fuga dei talenti/giovani/cervelli, paesi che si svuotano, competenze che non tornano, famiglie divise tra chi è rimasto, chi è andato via, chi vorrebbe rientrare ma non sa come, chi è arrivato e non trova ancora il proprio posto. Tutte espressioni che raccontano fenomeni reali. Ma quando una parola viene ripetuta troppo a lungo senza essere interrogata, può trasformarsi in una formula e, si sa, le formule anche quando nascono per spiegare, a volte finiscono per nascondere, posticipare, rinviare.
Il rapporto Restare, partire, tornare: intenzioni e condizioni, nato dall’indagine CRENoS–NODI sulla mobilità da e verso la Sardegna, prova a non limitarsi a osservare i flussi, ma ad ascoltare le intenzioni. Quindi non più (o non tanto) contare chi parte e chi arriva, ma chiedersi cosa muove o trattiene le persone prima che una decisione diventi un dato statistico. E, allo stesso tempo, non soltanto registrare gli effetti, ma capire le condizioni che rendono immaginabile una scelta diversa.
La survey, costruita da CRENoS e NODI, ha raccolto 1.005 risposte: 544 da persone residenti in Sardegna e 461 da persone che vivono fuori dall’Isola ma mantengono, a vario titolo, un legame con essa. Il rapporto analizza intenzioni di partenza, possibilità di rientro, legame con la Sardegna, fattori di mobilità e willingness to pay per vivere o tornare nell’Isola. Già questa impostazione voleva far emergere come la Sardegna non venga vissuta soltanto attraverso chi c’è fisicamente, ma anche attraverso chi continua a far parte del suo campo relazionale, affettivo, professionale o immaginativo pur vivendo altrove (i cosiddetti “diversamente presenti”).
Questa scelta non è secondaria, perché una delle maggiori risorse inespresse della Sardegna è proprio quella parte di Sardegna che non coincide più, o non coincide ancora, con la residenza anagrafica:
persone nate nell’Isola e oggi altrove;
persone cresciute fuori ma legate a famiglie, luoghi, memorie e desideri sardi;
persone non sarde che hanno scelto o vorrebbero scegliere la Sardegna come luogo di vita, lavoro, ricerca, impresa, cura;
e persone che non rientrano facilmente nelle categorie tradizionali, ma che potrebbero essere decisive se la Sardegna imparasse a riconoscerle non come eccezioni, ma come parte del proprio capitale umano e sociale.
Il punto di partenza del rapporto è una lacuna. Sappiamo molto, o almeno pensiamo di sapere molto, sui flussi migratori da e verso la Sardegna. Sappiamo quanti partono, quanti rientrano, quali territori perdono popolazione, quali fasce d’età sono più mobili, quali traiettorie si consolidano nel tempo… Ma sappiamo molto meno delle intenzioni, delle preferenze e delle condizioni che precedono queste scelte. Sappiamo poco:
di chi resterebbe se alcune opportunità fossero diverse;
di chi tornerebbe se trovasse lavoro qualificato, servizi adeguati, reti professionali, scuole, trasporti, riconoscimento;
di chi partirebbe non perché non ama la Sardegna, ma perché non vede spazio;
di chi vive altrove e continua a immaginare un rientro, ma lo percepisce come un salto nel vuoto.
In questo spazio tra desiderio e possibilità si colloca la survey. Non volevamo offrire risposte definitive, né produrre l’ennesima narrazione consolatoria sul ritorno. Piuttosto, volevamo aprire una porta e portare dentro il dibattito pubblico una dimensione spesso trascurata: le persone non si muovono soltanto perché spinte da necessità economiche astratte, ma perché valutano insiemi complessi di condizioni. Il lavoro conta, naturalmente, ma contano anche la qualità della vita, la famiglia, i legami sociali, l’accesso ai servizi, la possibilità di crescere professionalmente, la fiducia nel contesto, la percezione che un territorio sappia accogliere competenze, aspirazioni e differenze.
È qui che l’indagine, secondo noi, diventa particolarmente rilevante perché costringe a superare due semplificazioni opposte.
La prima è quella secondo cui partire sarebbe sempre una sconfitta.
La seconda è quella secondo cui tornare sarebbe sempre una scelta romantica.
In realtà, partire può essere una forma di crescita, esplorazione, libertà, apprendimento. E tornare, se non sostenuto da condizioni reali, può trasformarsi in frustrazione. Allo stesso modo, restare non è necessariamente immobilismo, e arrivare non è automaticamente integrazione. Ogni verbo (restare, partire, tornare, arrivare) contiene dentro di sé una pluralità di storie, vincoli e possibilità.
Per NODI, questo rapporto si inserisce in un percorso iniziato quasi cinque anni fa da un’intuizione molto semplice: la Sardegna non ha soltanto bisogno di “trattenere” (che brutta parola) persone, ma di riconnettere persone. Persone tra loro, persone con luoghi, competenze con bisogni, esperienze maturate fuori con opportunità ancora da costruire dentro, chi resta con chi parte, chi torna con chi arriva.
Da questa intuizione è nato un movimento dinamico, informale, fluido, costruito più sulle connessioni che sulle strutture, più sulla fiducia che sui ruoli, più sulla capacità di attivare conversazioni e collaborazioni che sulla necessità di rappresentare una categoria.
NODI non è nato come risposta tecnica allo spopolamento. È nato, piuttosto, come tentativo di cambiare il modo in cui guardiamo al capitale umano della Sardegna. Per troppo tempo la discussione pubblica ha oscillato tra nostalgia ed emergenza.
Da un lato, la retorica della “terra che chiama”, delle radici, del ritorno come dovere morale.
Dall’altro, la fotografia spesso cupa di un’Isola che perde giovani, popolazione, competenze, futuro.
Entrambe le narrazioni contengono pezzi di verità, ma nessuna delle due basta perché le persone non tornano solo perché vengono “chiamate”, e non restano solo perché viene detto loro che dovrebbero farlo.
Le persone restano, partono, tornano o arrivano quando vedono condizioni credibili per costruire una vita.
Queste sono forse alcune delle domande più serie che la Sardegna (ma in realtà l’Italia) deve porsi oggi: che cosa rende credibile un futuro qui? Non soltanto desiderabile o poeticamente evocabile, ma concretamente credibile. Quali lavori? Quali carriere? Quali ecosistemi professionali? Quali scuole? Quali servizi? Quali connessioni fisiche e digitali? Quale apertura verso chi porta competenze diverse, lingue diverse, esperienze diverse, persino modi diversi di intendere l’appartenenza? Quale capacità di riconoscere che il futuro di un territorio non si costruisce chiedendo alle persone di adattarsi a ciò che già esiste, ma trasformando il contesto in modo che più persone possano contribuire?
Pensiamo che il valore del rapporto CRENoS–NODI stia anche in questo, nel riportare la conversazione sulle condizioni.
Non basta dire che le persone vogliono tornare, che molte non vogliono partire, o celebrare il legame con la Sardegna come se il legame, da solo, potesse compensare salari bassi, opportunità limitate, servizi fragili, carenza di fiducia o difficoltà di accesso alle reti locali. Il legame è una risorsa potentissima, ma non può essere abusato. Non può diventare l’alibi per chiedere alle persone di rinunciare a ciò che altrove hanno trovato: autonomia, crescita, riconoscimento, stabilità, possibilità.
Allo stesso tempo, il rapporto suggerisce che il legame con la Sardegna non è un dettaglio sentimentale da liquidare come nostalgia.
È un’infrastruttura invisibile.
È ciò che mantiene aperta una possibilità (anche quando le traiettorie di vita hanno portato altrove).
È ciò che fa sì che una persona continui a leggere notizie sull’Isola, a immaginare un progetto, a cercare connessioni, a pensare “forse un giorno…”.
Ma affinché quel “forse” diventi scelta, servono condizioni e le condizioni non sono soltanto individuali ma collettive, istituzionali, economiche, culturali.
L’indagine che abbiamo svolto nasce quindi dall’incontro tra due prospettive complementari.
Da una parte, CRENoS, con la sua capacità di ricerca, analisi economica e lettura dei dati.
Dall’altra, NODI, con la sua esperienza di comunità, ascolto, connessione e attivazione di persone legate alla Sardegna in modi diversi.
È un incontro importante perché mostra che la conoscenza sui territori non nasce solo nei luoghi formalmente deputati alla ricerca, né solo nell’attivismo civico o nelle reti informali. Nasce quando questi e altri mondi imparano a parlarsi. Quando la ricerca incontra domande emerse dal basso e quando una comunità porta intuizioni, relazioni e accesso a vissuti che spesso sfuggono alle categorie tradizionali. E anche quando i dati non servono a chiudere una discussione, ma ad aprirla meglio.
Anche il “come” della survey conta. Il fatto di rivolgersi sia a persone residenti in Sardegna sia a persone fuori dall’Isola ci ha permesso di evitare una lettura parziale. La mobilità, infatti, non riguarda solo chi se ne va.
Riguarda anche chi resta e valuta se partire;
Chi è fuori e valuta se rientrare;
Chi è arrivato (o vorrebbe arrivare) e cerca un modo per appartenere.
Riguarda famiglie, imprese, università, amministrazioni, scuole, comunità locali; riguarda il modo in cui un territorio si percepisce e viene percepito; riguarda, soprattutto, il passaggio da una Sardegna intesa come luogo di origine a una Sardegna intesa come ecosistema di possibilità.
Questo passaggio è fondamentale, perché se continuiamo a pensare la Sardegna solo come luogo da cui si parte o a cui si torna, rischiamo di ridurre la mobilità a una questione biografica. Invece la mobilità è una questione sistemica.
Dice qualcosa sulla capacità di un territorio di generare opportunità, assorbire competenze, valorizzare differenze, creare fiducia, facilitare collaborazione.
Dice qualcosa sulla qualità delle istituzioni, ma anche sulla qualità delle reti informali.
Dice qualcosa sul mercato del lavoro, ma anche sull’immaginario collettivo.
E dice qualcosa su ciò che un territorio offre, ma anche su ciò che un territorio permette di costruire.
In questo senso, il rapporto non riguarda soltanto la Sardegna che perde o recupera popolazione ma anche la Sardegna che vuole capire che tipo di relazione intende avere con le proprie persone, ovunque esse si trovino. Per molto tempo, il rapporto con la diaspora o con chi vive fuori è stato spesso episodico, simbolico, legato alla nostalgia, alla rappresentanza, all’orgoglio identitario o a forme di valorizzazione culturale importanti ma non sufficienti.
Oggi serve un salto di qualità. Serve passare da una relazione affettiva a una relazione anche progettuale. Da “non dimenticatevi di noi” a “costruiamo insieme condizioni perché il legame diventi capacità trasformativa”. Da “tornate, per favore!” a “vediamo cosa deve cambiare perché tornare, restare o contribuire da lontano siano opzioni reali”.
Questo è uno dei terreni su cui NODI ha provato a lavorare fin dall’inizio. Non con grandi budget o con strutture complesse, e non aspettando che qualcun altro definisse il nostro perimetro dell’azione. Ma creando spazi di conversazione, occasioni di incontro, reti tra persone, collaborazioni tra chi aveva esperienze diverse e spesso non si sarebbe mai incrociato.
In questo lavoro, l’obiettivo non era semplicemente “fare networking” (parola ormai consumata e spesso ridotta a scambio di contatti). L’obiettivo era (ed è tutt’ora) costruire infrastruttura civica: fiducia tra persone che non si conoscono ancora, collaborazione tra chi non si deve nulla, disponibilità a contribuire non solo quando esiste un ritorno immediato e individuale, ma quando il beneficio riguarda un ecosistema più ampio.
Questa distinzione è cruciale, perché il futuro della Sardegna non dipenderà soltanto dalla capacità di attrarre investimenti, turisti, nomadi digitali, professionisti o rientri qualificati ma:
dalla capacità di orchestrare energie diverse senza ridurle a iniziative isolate;
dalla capacità di creare ponti tra competenze e territori, tra università e comunità;
locali, tra imprese e persone formate altrove, tra amministrazioni e cittadinanza attiva, tra chi ha conoscenze tecniche e chi conosce profondamente i luoghi;
dalla capacità di passare da un approccio frammentato a un approccio ecosistemico.
Questa indagine va quindi letta non come punto di arrivo, ma come strumento di lavoro. I dati servono a rendere più precise le domande. Chi vuole partire, e perché? Chi vorrebbe restare, ma a quali condizioni? Chi immagina un rientro, e cosa lo renderebbe possibile? Quale peso hanno lavoro, famiglia, qualità della vita, servizi, fiducia, costo della vita, reti professionali, prospettive per i figli? Quali trade-off sono disposte ad accettare le persone pur di vivere in Sardegna? E quali invece non possono o non vogliono più accettare?
Queste domande sono scomode perché spostano la responsabilità dal piano individuale a quello collettivo.
È più facile dire che i giovani partono perché non hanno pazienza, che chi vive fuori non vuole davvero tornare, che chi arriva non capisce il territorio, che chi resta si accontenta, che chi rientra pretende troppo. È più difficile riconoscere che molte scelte individuali sono risposte razionali a condizioni sistemiche. Ed è ancora più difficile accettare che cambiare queste condizioni richiede lavoro lungo, coordinato, multidisciplinare, spesso poco visibile, raramente riconducibile al merito di un singolo attore.
Ma noi pensiamo che sia proprio qui che si giochi la partita. Se vogliamo parlare seriamente di futuro della Sardegna, dobbiamo smettere di cercare scorciatoie narrative.
Non basterà dire che la qualità della vita è alta se poi le opportunità professionali sono troppo limitate.
Non basterà parlare di “borghi” e aree interne se non affrontiamo mobilità, servizi, scuole, sanità, connessioni, lavoro qualificato.
Non basterà celebrare il rientro dei talenti se non esistono contesti capaci di assorbirli e valorizzarli.
Non basterà attrarre persone dall’esterno se non costruiamo comunità realmente aperte, capaci di includere senza chiedere assimilazione totale.
Non basterà parlare di innovazione se continuiamo a trattarla come settore e non come metodo.
Il tema della willingness to pay per vivere o tornare in Sardegna è particolarmente interessante proprio perché costringe a rendere espliciti i compromessi. Quanto vale, per una persona, vivere in un luogo a cui si sente legata? Quanto può compensare la qualità della vita rispetto a minori opportunità economiche? Fino a che punto il legame familiare o territoriale può bilanciare una perdita di reddito, una minore crescita professionale o servizi meno accessibili? E quando invece il costo personale diventa troppo alto?
Domande di questo tipo aiutano a superare l’idea generica secondo cui “tutti vorrebbero tornare se potessero”. Forse molti vorrebbero, ma quel “se potessero” è il vero oggetto politico, economico e sociale della discussione.
Il rapporto invita quindi a guardare alla mobilità non come fatalità, ma come campo di intervento. Le intenzioni non sono destino ma segnali. Sono informazioni preziose su ciò che potrebbe accadere se alcune condizioni cambiassero. In questo senso, ascoltare le intenzioni significa guadagnare tempo. Significa intervenire:
prima che una partenza diventi definitiva,
prima che un rientro venga abbandonato,
prima che un legame si indebolisca,
prima che una persona smetta di considerare la Sardegna come possibilità.
Significa passare da una politica della rincorsa a una politica dell’anticipazione.
Naturalmente, nessuna survey può esaurire la complessità del tema. Non può rappresentare ogni storia, ogni territorio, ogni generazione, ogni professione, ogni forma di appartenenza. Non può sostituire analisi longitudinali, politiche pubbliche, progettazione territoriale, ascolto qualitativo, sperimentazione concreta. Ma può:
creare una base comune da cui partire
rendere visibili sfumature che spesso restano nascoste
aiutare istituzioni, comunità, imprese, università e società civile a discutere meno per impressioni e più a partire da evidenze
e soprattutto legittimare domande che molte persone si pongono da anni in modo individuale, ma che raramente trovano spazio in una conversazione collettiva strutturata.
Per NODI, il significato del rapporto è anche dimostrare che una comunità nata dal basso può contribuire a produrre conoscenza utile. Non soltanto eventi, conversazioni, post, incontri, reti informali ma anche domande di ricerca, raccolta di dati, collaborazione con Regione, università e altri stakeholder, restituzione pubblica.
Questo è un passaggio importante perché conferma che l’infrastruttura civica non è alternativa alla conoscenza scientifica, così come la ricerca non è alternativa all’attivazione sociale. Al contrario, quando si incontrano, possono rafforzarsi a vicenda.
In fondo, ciò che stiamo costruendo con NODI è un modo diverso di intendere il legame con la Sardegna. Un legame meno proprietario e più generativo; meno chiuso sulla provenienza e più aperto al contributo; meno concentrato sul “chi sei” e più interessato a “cosa possiamo costruire insieme”. Un legame che non chiede alle persone di scegliere una volta per tutte tra dentro e fuori, restare e partire, appartenenza e mobilità. Perché molte vite contemporanee non funzionano più così.
Si può essere profondamente legati a un luogo e vivere altrove.
Si può contribuire da lontano.
Si può arrivare da fuori e prendersi cura di un territorio.
Si può tornare dopo anni e sentirsi allo stesso tempo parte e stranieri.
Si può restare e avere bisogno di nuove reti per non sentirsi isolati.
La Sardegna ha bisogno di imparare a leggere queste traiettorie non come anomalie, ma come risorse. Ha bisogno di strumenti per trasformare i legami dispersi in capacità collettiva. Ha bisogno di fiducia nel sistema e la fiducia non si ricostruisce soltanto dichiarandola ma creando occasioni in cui persone diverse possano incontrarsi, riconoscersi, collaborare e produrre valore condiviso. Si ricostruisce rendendo credibile l’idea che contribuire non sia ingenuo, che restare non sia rassegnazione, che partire non sia tradimento, che tornare non sia regressione, che arrivare non sia invasione.
Infine, con questo rapporto volevamo ricordare (e ricordarci) che dietro ogni movimento c’è una domanda di possibilità.
Chi parte spesso chiede possibilità che non trova.
Chi resta chiede che la propria scelta non venga data per scontata.
Chi torna chiede condizioni per non dover sacrificare troppo.
Chi arriva chiede spazi per essere incluso e contribuire.
Chi vive fuori chiede che il proprio legame non venga ridotto a nostalgia.
E la Sardegna, se vuole affrontare seriamente il proprio futuro, deve imparare ad ascoltare tutte queste domande insieme.
Non si tratta di convincere tutti a restare, né di riportare tutti indietro. Sarebbe irrealistico e, forse, neppure desiderabile. Si tratta di ampliare il campo delle scelte possibili e fare in modo che:
partire sia una scelta e non una necessità;
restare sia un progetto e non un ripiego;
tornare sia praticabile e non eroico;
arrivare sia un processo di integrazione reciproca e non una parentesi;
contribuire alla Sardegna non dipenda soltanto da dove si vive, ma da come si viene messi nelle condizioni di partecipare.
Questa, forse, è la sfida più grande. Non trattenere persone dentro un perimetro, ma costruire un ecosistema abbastanza vivo, aperto e credibile da permettere a più persone di immaginarsi parte del suo futuro. Con questa indagine non pretendiamo di risolvere questa sfida, ma vogliamo continuare ad offrire un punto di partenza concreto per affrontarla con più precisione, meno retorica e più responsabilità.
Prima che una persona parta, resti, torni o arrivi, c’è sempre un momento in cui valuta se un luogo può contenere la vita che desidera costruire. Se vogliamo davvero occuparci del futuro dei nostri territori, dobbiamo imparare a stare dentro quel momento. Non dopo però (quando la scelta è già fatta) ma prima, quando le condizioni possono ancora cambiare.
Staying, leaving, returning: reading Sardinian mobility before it becomes destiny
(English summary of the original article in Italian)
For too long, Sardinia’s demographic debate has been dominated by familiar words: depopulation, emigration, return, brain drain, villages emptying, skills leaving and not coming back. These expressions describe real phenomena, but when repeated too often they risk becoming formulas, and formulas, even when they begin as explanations, can end up hiding the questions that matter most.
The CRENoS–NODI report Staying, Leaving, Returning: Intentions and Conditions tries to shift the focus from migration as a statistical fact to mobility as a human and systemic process. Rather than simply counting who leaves and who arrives, it asks what people are thinking before a decision becomes a number: who would stay if conditions changed, who would return if credible opportunities existed, who might leave not because they reject Sardinia, but because they cannot see enough space for their life, work or future there.
Based on 1,005 responses, including 544 from residents in Sardinia and 461 from people living elsewhere but still connected to the island, the survey explores intentions to leave, possibilities of return, emotional and professional ties, mobility factors and willingness to accept trade-offs in order to live in or return to Sardinia. This approach is important because Sardinia is not made only of those who physically live there. It is also made of those who remain connected from elsewhere: people born on the island and now abroad or on the mainland, people with family roots or memories, non-Sardinians who imagine Sardinia as a place to live, work or contribute, and many others who do not fit traditional categories but may still be part of its human and social capital.
The report challenges two simplistic ideas: that leaving is always a defeat, and that returning is always romantic. Leaving can be growth, freedom and learning; returning, without real conditions, can become frustration. Likewise, staying is not necessarily passivity, and arriving is not automatically integration. Each verb contains different stories, constraints and possibilities.
For NODI, the report is part of a broader effort to change how Sardinia thinks about its people. The island does not simply need to “retain” people, a word that already sounds wrong; it needs to reconnect them: those who stay with those who leave, those who return with those who arrive, skills developed elsewhere with needs and opportunities still to be built locally. The real question is not whether people love Sardinia, because many clearly do, but whether Sardinia can make a future there credible: with qualified work, services, schools, transport, professional networks, trust, openness and institutional capacity.
The value of the survey lies precisely in bringing the conversation back to conditions. Emotional ties are powerful, but they cannot compensate indefinitely for low wages, weak services, limited careers or fragile local networks. At the same time, those ties should not be dismissed as nostalgia. They are an invisible infrastructure that keeps a possibility alive, the quiet “perhaps one day” that can become a choice only if the context changes.
Ultimately, the report invites Sardinia to treat mobility not as fate, but as a field of intervention. Intentions are not destiny; they are signals. Listening to them means acting before a departure becomes final, before a return is abandoned, before a bond weakens, before someone stops imagining Sardinia as a possible place for their future. The challenge is not to bring everyone back or keep everyone inside a perimeter, but to widen the range of real choices: so that leaving is not a necessity, staying is not a compromise, returning is not heroic, arriving is not temporary, and contributing to Sardinia does not depend only on where one lives.



