Le case ci sono. Spesso sono chiuse, abbandonate, ereditate da qualcuno che vive altrove oppure utilizzate poche settimane all’anno. Eppure, in molti territori rurali europei, chi vorrebbe trasferirsi stabilmente fatica a trovare un’abitazione disponibile, accessibile e in condizioni adeguate. Un paradosso soltanto apparente: avere un patrimonio immobiliare non significa necessariamente avere case in cui sia possibile vivere.
È questa contraddizione che vuole affrontare Ruralise – Revitalising Rural Communities, progetto finanziato attraverso Horizon Europe con un contributo europeo di 5.976.798,96 euro. Avviato nel settembre 2026, proseguirà fino all’ottobre 2029, coinvolgendo sei paesi: Bulgaria, Finlandia, Grecia, Irlanda, Italia e Norvegia. Tra i partner italiani figurano Politecnico di Milano, Università di Ferrara e DELTA 2000.
L’obiettivo non è semplicemente censire edifici vuoti, ma studiare mercati immobiliari, affitti, trasformazioni demografiche e ostacoli all’accesso alla casa, coinvolgendo le comunità locali nella ricerca di possibili soluzioni.
Il tema è meno semplice di quanto suggeriscano certe campagne promozionali. Una casa può essere vuota ma non disponibile, acquistabile ma economicamente impossibile da recuperare, oppure perfettamente abitabile in un luogo dove mancano servizi, collegamenti e opportunità professionali. E non basta attirare acquirenti per generare nuovi residenti.
Sono questioni che ITS Italy conosce attraverso oltre cinque anni di esperienza diretta, accompagnando persone e famiglie internazionali interessate a trasferirsi nei piccoli centri italiani. Un lavoro che ha permesso di osservare la distanza tra l’interesse per un territorio, la decisione di investire in un immobile e la possibilità concreta di costruirvi una vita.
A questa esperienza si affianca la ricerca Debunking Italy’s €1 House Effect, secondo volume della collana NOMAG Research Books, dedicata a ciò che accade quando il patrimonio abitativo inutilizzato di piccoli territori italiani conquista l’attenzione del mercato internazionale.
Attraverso cinque casi di studio - Salemi, Sambuca di Sicilia, Mussomeli, Ollolai e Fabbriche di Vergemoli - la ricerca supera la narrazione delle case vendute a un euro per interrogarsi sugli effetti più ampi: compravendite ordinarie, recupero edilizio, investimenti, nuove attività, utilizzo degli immobili e residenza effettiva.
La distinzione è fondamentale: visibilità internazionale, acquisto di una casa, recupero immobiliare e ripopolamento non sono sinonimi. Possono alimentarsi reciprocamente, ma non necessariamente procedono insieme. E gli effetti indiretti di un’iniziativa possono essere più importanti delle singole vendite simboliche.
È proprio questa prospettiva che rende interessante Ruralise. La sfida non sarà soltanto capire quante abitazioni possano essere recuperate, ma quali condizioni economiche, sociali e infrastrutturali permettano di trasformarle in opportunità reali di insediamento.
Il progetto è ancora all’inizio: i quasi sei milioni finanziano ricerca e sperimentazione, non un programma di ristrutturazioni già realizzate. Per valutarne i risultati servirà distinguere immobili censiti, case disponibili, abitazioni effettivamente utilizzate e persone che scelgono di stabilirsi.
Perché il futuro delle aree rurali non dipenderà soltanto da quante case riusciremo a recuperare, ma da quante persone potranno davvero permettersi di viverci, costruirvi una vita e scegliere di restare.




