C’è una frase che prima o poi pronuncia quasi chiunque passi una bella settimana in un piccolo paese italiano: «Io qui ci vivrei».
È una frase perfettamente comprensibile. Il problema è che normalmente viene pronunciata dopo sette giorni durante i quali non abbiamo dovuto cercare una casa per dodici mesi, capire dove sia il pediatra, organizzare gli spostamenti quotidiani, scoprire quanto costa riscaldare un edificio a gennaio o spiegare a un ufficio pubblico che sì, abbiamo davvero bisogno di quella cosa che stiamo chiedendo da tre settimane.
Insomma, scegliamo spesso il luogo nel quale immaginiamo di vivere sulla base dell’unica esperienza che non assomiglia affatto al viverci: la vacanza.
Per questo mi interessa parecchio quello che sta succedendo in Valle Soana, in Piemonte, dove tra il 20 settembre e il 18 ottobre 45 persone stanno trascorrendo due o quattro settimane nei comuni di Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana partecipando a VIHTA, un progetto di wild working e residenza temporanea.
Le candidature sono state 762, provenienti da 39 Paesi. I partecipanti selezionati hanno fra 25 e 59 anni e comprendono professionisti, freelance, ricercatori e due famiglie con bambini. Non sono quindi semplicemente turisti invitati a vedere quanto sia bella la montagna. Continuano a lavorare mentre sono lì e provano, almeno in parte, la quotidianità del territorio.
È una differenza non da poco.
Per chi pensa realmente di trasferirsi in Italia, il principio potrebbe essere molto più utile di centinaia di campagne di attrazione: prima prova a viverci. Non visitare semplicemente il borgo il sabato pomeriggio. Alzati il lunedì mattina, lavora, fai la spesa, scopri come funzionano i trasporti, guarda quanto dista il servizio che ti serve, parla con chi vive lì tutto l’anno e prova a capire se la vita che immagini è compatibile con la vita che esiste.
Una specie di test before you move.
Naturalmente VIHTA non simula ancora completamente la vita ordinaria. La quota per quattro settimane è di 300 euro e comprende alloggio, utenze e coworking, oltre a diverse attività e occasioni d’incontro. Due settimane costano 200 euro. Per i bambini più piccoli la partecipazione è gratuita ed è prevista anche la possibilità di frequentare la scuola locale.
Quindi il primo grande problema che normalmente incontra chi pensa di trasferirsi — trovare una casa e pagarla alle condizioni reali — è stato deliberatamente rimosso.
Ma anche questo può avere senso, purché sappiamo distinguere le fasi.
La prima domanda è: questo luogo mi interessa abbastanza da immaginare di tornarci?
La seconda è: riesco realmente a costruirci una vita?
Fra le due domande c’è un abisso.
Ed è un abisso che conosciamo bene studiando persone che arrivano in Italia. Il nostro Paese non sembra avere particolari difficoltà a farsi desiderare. Attira turisti, aspiranti residenti, digital nomads, pensionati, persone interessate alle case a un euro e professionisti che, quando viene offerta loro l’occasione di lavorare per qualche settimana da un borgo italiano, rispondono in migliaia.
A Ollolai, in Sardegna, il programma rivolto agli smart worker raccolse oltre mille candidature già nella sua prima fase e il Comune arrivò successivamente a parlare di decine di migliaia di richieste. Anche lì l’offerta era volutamente molto conveniente: il partecipante selezionato poteva vivere per un mese in una casa privata pagando simbolicamente un euro di affitto.
Tutto questo dimostra una cosa che ormai dovrebbe essere piuttosto chiara: l’interesse per vivere temporaneamente in Italia è enorme.
La questione più difficile è ciò che succede dopo.
Per questo esperimenti come VIHTA potrebbero diventare ancora più interessanti se introducessero un secondo livello. Chi, dopo le prime settimane, dice «io qui tornerei» potrebbe essere invitato a farlo in condizioni progressivamente più normali: non più tre settimane ma due o tre mesi, non necessariamente gratis o fortemente agevolati, una casa trovata sul mercato, maggiore autonomia nella gestione della vita quotidiana.
A quel punto il territorio smetterebbe di chiedere semplicemente «ti è piaciuto?» e inizierebbe a chiedere «potresti davvero vivere qui?».
Sono due domande molto diverse.
E potrebbe emergere che qualcuno non vuole trasferirsi ma tornerebbe ogni anno per qualche mese. Benissimo. Qualcun altro potrebbe decidere di cercare una casa. Un’altra persona potrebbe scoprire che la distanza dall’ospedale è incompatibile con le sue esigenze. Una famiglia potrebbe amare la scuola ma trovare problematica la mobilità. Un professionista potrebbe invece scoprire che proprio lì riesce a lavorare meglio e decidere di fermarsi più a lungo.
Tutti risultati utili.
Anche decidere di non trasferirsi è un buon risultato, se la decisione arriva dopo aver realmente provato.
Forse dovremmo smettere di misurare i programmi di attrazione soltanto in base a quante persone “rimangono” e cominciare a costruire una sorta di percorso progressivo. Prima conoscere il territorio. Poi viverci qualche settimana. Poi, se l’interesse sopravvive alla prima esperienza, tornarci per un periodo più lungo e in condizioni più realistiche. Soltanto dopo decidere se trasferirsi, comprare una casa o costruirvi una parte stabile della propria vita.
Non sarebbe nemmeno necessario che tutti arrivassero all’ultimo passaggio.
Una persona che trascorre tre mesi ogni anno nello stesso territorio non è un residente, ma non è nemmeno più un turista qualsiasi. Compra, affitta, crea relazioni, usa servizi, spesso porta altre persone. Può avere un impatto economico e sociale reale senza modificare la propria residenza anagrafica.
È anche per questo che VIHTA va osservato senza chiedergli immediatamente di risolvere lo spopolamento. È iniziato da pochi giorni. Prima vediamo come va.
Se tra sei mesi alcuni partecipanti saranno tornati spontaneamente, avremo imparato qualcosa. Se qualcuno cercherà una casa, qualcosa in più. Se una famiglia comincerà a considerare seriamente un trasferimento, sarà un altro segnale ancora. E se tutti diranno che l’esperienza è stata bellissima ma che preferiscono continuare a vivere altrove, avremo comunque ottenuto un’informazione che una fotografia scattata durante una vacanza non avrebbe mai potuto darci.
Il principio, alla fine, è molto semplice: quando stiamo per prendere una decisione importante normalmente cerchiamo di provarla prima.
Forse dovremmo farlo anche con i luoghi nei quali immaginiamo di vivere.



