The New Rural Coliving Movement Trying to Bring Life Back to Italy’s Inner Areas
Il nuovo movimento dei rural coliving che prova a riportare vita nelle aree interne italiane
Tra coworking immersi nel verde, comunità temporanee e nuovi abitanti, progetti come Ca’Co sull’Appennino romagnolo raccontano un’Italia diversa: meno nostalgica, più concreta, che prova a trasformare lo smart working in una leva di rigenerazione territoriale.
Negli ultimi anni abbiamo visto passare un po’ di tutto sotto l’etichetta “rigenerazione dei borghi”. Reality show immobiliari, campagne pubblicitarie costruite attorno alle case a un euro, storytelling romantici su paesini “salvati” da nomadi digitali e stranieri in fuga dalle metropoli. In mezzo a molta retorica, però, ogni tanto emergono esperienze più silenziose e forse proprio per questo più interessanti.
Una di queste arriva dall’Appennino romagnolo, a Pennabilli, dove è nato Ca’Co, un progetto di rural coliving e coworking raccontato in questi giorni anche da ANSA. L’idea, almeno sulla carta, è semplice: trasformare un vecchio casale in uno spazio abitabile e lavorabile per remote worker, professionisti mobili, creativi e persone in cerca di un diverso equilibrio tra vita e lavoro.
Ma il punto interessante non è tanto il “nomade digitale” in sé. Quello ormai è quasi un cliché mediatico. La parte più interessante è il tentativo di costruire relazioni reali con il territorio e soprattutto di ragionare sui tempi lunghi. Perché uno dei grandi problemi di quasi tutti i progetti legati alle aree interne italiane è che vengono spesso raccontati come eventi, non come processi.
Ca’Co nasce dentro il lavoro di Appennino L’Hub e dell’impresa sociale Vorrei, realtà che da anni lavorano sulla resilienza economica e sociale delle aree interne. E qui emerge un aspetto che raramente viene spiegato bene: attrarre persone non significa semplicemente “fare marketing”. Significa creare condizioni minime di vita sostenibile. Connessione internet stabile, spazi di lavoro dignitosi, comunità, servizi, relazioni, una certa qualità quotidiana.
Perché la verità è che i remote worker “privilegiati”, quelli che molti territori sognano di attirare, non scelgono un luogo soltanto perché costa poco o perché è pittoresco. Cercano contesto, infrastrutture, accessibilità, stabilità e soprattutto una sensazione di possibilità.
E infatti il progetto non viene presentato come un resort rurale né come un esperimento turistico. Si parla apertamente di permanenze lunghe, di persone che lavorano davvero da lì, di nuovi abitanti temporanei che possono anche diventare stabili nel tempo. Una distinzione importante. Perché vivere un luogo per una settimana e abitarlo per mesi sono due esperienze completamente diverse.
Interessante anche il fatto che il progetto sia stato sostenuto attraverso fondi europei e regionali. Tema spesso criticato, certo, ma che merita una riflessione meno ideologica. Molte attività nelle aree interne non possono ragionare con la logica brutale del “profitto immediato”. I tempi di maturazione sono più lunghi. Gli ecosistemi sono fragili. Le reti economiche limitate. E senza una fase iniziale di accompagnamento pubblico, molti progetti non nascerebbero nemmeno.
Questo non significa che ogni progetto finanziato abbia automaticamente successo. Anzi. In Italia esiste anche un enorme problema di storytelling eccessivo rispetto ai risultati concreti. Ma proprio per questo esperienze più piccole, prudenti e meno urlate meritano attenzione.
Anche perché il dato citato nell’articolo ANSA è interessante: nel 2024 alcune aree interne bolognesi hanno registrato un’inversione del trend di spopolamento. Un fenomeno raro e ancora tutto da leggere con cautela, ma che racconta qualcosa di reale: una parte di italiani, soprattutto giovani adulti e lavoratori flessibili, sta iniziando a riconsiderare il rapporto tra città, qualità della vita e lavoro remoto.
Naturalmente non basta aprire un coworking in campagna per salvare un territorio. Sarebbe ingenuo pensarlo. Le aree interne italiane continuano ad avere problemi enormi: sanità, mobilità, scuola, infrastrutture, accesso alla casa, salari, età media elevata. E soprattutto esiste ancora una grande distanza tra la narrazione internazionale del “remote working paradise” e la complessità concreta di vivere davvero in questi luoghi.
Però forse esperienze come Ca’Co funzionano proprio perché sembrano evitare certe promesse miracolistiche. Non parlano di rivoluzioni epocali. Non promettono la rinascita definitiva dei borghi. Provano invece a creare piccoli ecosistemi abitabili, contemporanei e socialmente vivi.
Ed è probabilmente da qui che bisogna ripartire: meno slogan sulla “salvezza dei borghi”, più luoghi reali dove le persone possano davvero immaginare una vita possibile.
The New Rural Coliving Movement Trying to Bring Life Back to Italy’s Inner Areas
Between green coworking spaces, temporary communities and new residents, projects like Ca’Co in Italy’s Romagna Apennines reveal a different side of rural regeneration — one that sees remote work not as a trend, but as a long-term territorial opportunity.
Over the past few years, Italy’s “village regeneration” narrative has become almost impossible to escape. One-euro homes, reality shows about abandoned towns, glossy articles about digital nomads escaping big cities and rediscovering “authentic Italy.” Somewhere between tourism marketing and social experimentation, the topic has often become more performative than practical.
Yet every now and then, quieter projects emerge — and those are usually the most interesting ones.
One of them is Ca’Co, a rural coliving and coworking initiative located in Pennabilli, in Italy’s Romagna Apennines, recently featured by ANSA. The concept is relatively simple: transforming an old countryside farmhouse into a place where remote workers, creatives and mobile professionals can temporarily live and work while engaging with the local territory and community.
But the real story here is not the digital nomad cliché itself. That narrative has already been overused. What makes projects like this worth observing is their attempt to think beyond short-term tourism and into something much harder: long-term livability.
Because one of the biggest misunderstandings surrounding Italy’s internal areas is the idea that attractiveness can simply be “marketed.” In reality, attracting people requires infrastructure, social life, decent connectivity, services, opportunities and a certain everyday quality of life.
The remote workers many rural areas dream about attracting are not just looking for cheap houses or postcard landscapes. They are looking for functional ecosystems. Reliable internet. Human connections. Stability. Accessibility. Inspiration. A sense that life there is sustainable, not just picturesque.
That is why Ca’Co is interesting. It is not presented as a countryside resort or a romantic escape fantasy. The project openly talks about long stays, temporary residents, shared experiences and the possibility of building meaningful relationships with the territory.
There is also another important aspect often ignored in public debates: time.
Projects in rural and internal areas rarely produce immediate results. Building communities, changing demographic trends and creating local economic resilience takes years, not seasons. This is precisely why public funding — including European cohesion funds — remains essential for many of these initiatives.
Of course, public money alone does not guarantee success. Italy is also full of overpromised regeneration stories, inflated media narratives and projects that generated headlines but very little real impact. But perhaps this is why smaller and more grounded experiences deserve more attention.
Interestingly, the ANSA report also mentions that some internal areas around Bologna recorded a reversal in depopulation trends during 2024 — a rare phenomenon for these territories. It is still too early to draw grand conclusions, but it reflects a broader shift that has been quietly emerging across Europe: more people are reconsidering the relationship between work, geography and quality of life.
Remote work did not magically “save” rural areas. And it probably never will on its own. Italy’s internal territories still face enormous structural challenges: healthcare access, transportation, schools, aging populations, housing recovery and economic fragility.
Still, projects like Ca’Co may represent something more realistic and therefore more valuable. Not miracle solutions. Not utopian marketing campaigns. But small attempts to create contemporary, livable ecosystems in places that for decades have been treated only as spaces of decline.
And perhaps that is where the future conversation should start: less rhetoric about “saving villages,” and more focus on creating places where people can genuinely imagine building a life.




