The valley in revolt: when mountains stop being a backdrop
La valle in rivolta: quando la montagna smette di fare da sfondo
Every day, thousands of tourists from all over the world flood the Val di Funes, now all year round.
If you don’t love mountains - and the respect, silence and effort required to truly live them - enjoy these images instead.
But please, don’t go there unless you’re willing to respect the place.
Ogni giorno migliaia di turisti da tutto il mondo invadono la Val di Funes, ormai in ogni stagione.
Se non amate la montagna — e il rispetto, il silenzio e il sacrificio che servono per viverla davvero — godetevi queste immagini.
Ma per favore, non andate lì se non siete disposti a rispettarla.
La valle in rivolta: quando la montagna smette di fare da sfondo
C’è un momento preciso in cui un luogo smette di essere abitato e diventa consumato. Non succede all’improvviso: è un processo lento, fatto di piccoli gesti apparentemente innocui — una foto, un selfie, una sosta di cinque minuti — che però, sommati, diventano un assalto.
È quello che sta succedendo alla Val di Funes, diventata negli ultimi anni una tappa obbligata nei pacchetti turistici internazionali: Roma, Firenze, Milano… e Val di Funes. Come se fosse un monumento urbano, una fermata di metropolitana, un set pronto all’uso.
Il simbolo è la Chiesa di Santa Maddalena, incastonata in uno dei panorami più iconici delle Dolomiti. Ogni giorno centinaia di auto e decine di pullman scaricano visitatori che scendono, scattano la foto “perfetta”, e ripartono. Nessuna relazione con il luogo. Nessuna permanenza silenziosa e rispettosa. Nessuna responsabilità.
Le conseguenze, però, restano: strade intasate, prati calpestati, recinzioni scavalcate, animali disturbati, rifiuti ovunque.
Per questo il sindaco Peter Pernthaler ha deciso di dire basta. Dal prossimo maggio l’accesso in auto alla frazione sarà consentito solo ai residenti e a chi soggiorna nelle strutture locali. Tutti gli altri dovranno fermarsi a valle e usare navette dedicate. Una misura drastica, certo. Ma anche un segnale chiarissimo: questo non è un parco giochi.
Il problema, in realtà, era esploso già prima, nei prati della Chiesa di San Giovanni in Ranui, di proprietà del contadino Gerhard Runggatscher. Turisti che scavalcavano staccionate, entravano nei campi, a volte persino in casa, pur di avere “la foto”. La risposta? Un tornello da due euro. Non per fare cassa, ma per ristabilire un confine, fisico e simbolico.
Chi non ha capito, si è semplicemente spostato più in alto.
Sul Seceda, la situazione è diventata ancora più paradossale dopo che Apple ha usato il panorama per promuovere l’iPhone 15. Migliaia di persone attirate non dalla montagna, ma dall’idea di replicare un’immagine vista online. Anche qui, l’unica difesa possibile è stata introdurre un pedaggio: cinque euro per percorrere quello che ormai tutti chiamano “il sentiero dei selfie”.
Ed è qui che il tema diventa più ampio — e più scomodo.
Non è turismo. È estrazione di attenzione.
Questo modello non porta valore reale ai territori. Non crea economia locale strutturata. Non rafforza le comunità. Non incentiva la manutenzione del paesaggio. È un consumo rapido di bellezza, guidato dagli algoritmi, in cui il luogo esiste solo come sfondo per l’ego digitale.
La montagna, però, non è un’immagine. È lavoro quotidiano, è cura costante, è equilibrio fragile. È fatta di persone che la vivono tutto l’anno, non solo nei weekend di alta stagione.
Difendere questi luoghi non significa chiuderli, ma rimettere delle regole. Significa ricordare che l’accesso non è un diritto assoluto, soprattutto quando distrugge ciò che si dice di amare.
E diciamolo senza ipocrisie: se vi interessa solo la foto, compratevi una cartolina.
Costano meno, non disturbano nessuno, e non trasformano un territorio vivo in un fondale usa-e-getta.
La Val di Funes ha avuto il coraggio di dirlo. Altri territori dovranno fare lo stesso, se vogliono evitare di diventare vittime del loro stesso successo.
The valley in revolt: when mountains stop being a backdrop
There’s a moment when a place stops being lived in and starts being consumed. It doesn’t happen overnight. It’s the result of thousands of small, seemingly harmless gestures — a photo, a selfie, a five-minute stop — that, taken together, turn into an invasion.
That moment has arrived in the Val di Funes, now a mandatory stop in international tour packages: Rome, Florence, Milan… and Val di Funes. Treated not as a living valley, but as a scenic checkbox.
The icon is the Chiesa di Santa Maddalena, framed by one of the most recognisable Alpine landscapes. Every day, hundreds of cars and dozens of buses unload visitors who step out, take the picture, and leave. No connection. No stay. No responsibility.
What remains is congestion, damaged meadows, trampled fences, disturbed livestock and litter.
So mayor Peter Pernthaler decided to draw a line. From next May, car access will be restricted to residents and overnight guests. Everyone else will stop outside the village and use shuttle services. Harsh? Maybe. Necessary? Almost certainly.
The warning signs were there already. At the Chiesa di San Giovanni in Ranui, farmer Gerhard Runggatscher saw tourists trespassing fields — sometimes even entering his home — just to get “the shot”. His response was a €2 turnstile. Not to monetise beauty, but to re-establish boundaries.
When access was limited, the crowds simply moved uphill.
On Seceda, the situation exploded after Apple used the panorama to showcase the iPhone 15 camera. Thousands arrived not to experience the mountain, but to replicate an image already seen online. Again, the only defence left was a fee: €5 for what’s now openly called “the selfie trail”.
This is where the issue becomes broader — and uncomfortable.
This isn’t tourism. It’s attention extraction.
This model creates little real value for local communities. It doesn’t build long-term economies. It doesn’t support landscape maintenance. It reduces places to visual assets, drained by algorithms and trends.
Mountains are not content. They are daily labour, constant care, fragile balance. They are lived in year-round by people whose lives don’t pause between Instagram seasons.
Protecting these places isn’t about closing them off. It’s about restoring limits, responsibility, and respect. Access is not an unconditional right — especially when it destroys what draws people there in the first place.
And let’s be honest:
if all you want is the photo, buy a postcard.
It’s cheaper, less invasive, and it doesn’t turn a living landscape into disposable scenery.
Val di Funes had the courage to say it out loud. Others will have to follow — or risk being consumed by their own success.
E se vi interessa saperne di più…
Oggi (24.1.26) il Corriere della Sera ne ha scritto con maggiori dettagli. Per rispetto del copyright non posso riportarlo interamente…





