Torni in Italia, lavori per l’estero e paghi la metà delle tasse
Move to Italy, Work for a Foreign Company, Pay 50% Less Tax
Articolo ripubblicato su concessione di Smart Working Magazine, partner di ITS Journal
Il Fisco chiarisce: puoi rientrare in Italia, lavorare in remote working per un’azienda estera e pagare il 50% di tasse. Un cambio di paradigma che apre nuove opportunità per expat, remote worker e territori fuori dalle grandi città.
Per anni il rientro in Italia è stato raccontato come una scelta quasi eroica: si torna “per amore del Paese”, spesso accettando stipendi più bassi, ruoli ridimensionati e un ritorno forzato nelle grandi città. Il lavoro da remoto, pur essendo ormai una realtà quotidiana per milioni di persone, è rimasto ai margini delle politiche fiscali, come se fosse un’eccezione temporanea e non una trasformazione strutturale del lavoro.
Il chiarimento pubblicato il 18 gennaio 2026 da Il Sole 24 Ore, basato su un interpello ufficiale dell’Agenzia delle Entrate, segna invece un punto di svolta netto: puoi rientrare in Italia, lavorare in smart working per un’azienda estera e beneficiare comunque dello sconto fiscale del 50% previsto dal regime degli impatriati. Non è una forzatura interpretativa, né un’area grigia: è una posizione esplicita del Fisco.
Il punto chiave: non conta dove è l’azienda, ma dove lavori tu
Il caso riguarda una professionista altamente qualificata, rientrata in Italia dopo anni all’estero, che lavora per una società con sede legale in Germania. Contratto italiano, possibilità di lavoro da remoto, attività svolta prevalentemente dall’Italia. La domanda era semplice ma cruciale: il regime degli impatriati vale anche se il datore di lavoro non è italiano?
La risposta dell’Agenzia delle Entrate è altrettanto semplice: sì, a condizione che l’attività lavorativa venga svolta prevalentemente sul territorio italiano. Il requisito determinante non è la nazionalità dell’azienda, ma la localizzazione effettiva del lavoro.
Questo passaggio, apparentemente tecnico, ha conseguenze enormi.
Perché questa risposta cambia le regole del gioco
Prima di tutto, rompe un tabù culturale. Rientrare in Italia non significa più “rientrare nel mercato del lavoro italiano” nel senso tradizionale del termine. Significa poter vivere e produrre valore dall’Italia, anche per un mercato estero, senza essere penalizzati fiscalmente.
In secondo luogo, rende finalmente coerenti tre elementi che finora hanno viaggiato separati: rientro dei talenti, smart working e fiscalità. Il lavoro da remoto non è più un’appendice tollerata, ma un modello pienamente compatibile con gli incentivi pensati per attrarre competenze.
Infine - ed è l’aspetto meno raccontato ma forse più importante - questo chiarimento libera il rientro dalla geografia obbligata delle grandi città.
Non solo Milano: l’Italia “secondaria” entra in partita
Se la condizione è lavorare dall’Italia, allora la domanda diventa: da dove, esattamente?
La risposta è sorprendentemente aperta: da qualunque luogo, purché in Italia.
Questo significa che un professionista che rientra può scegliere di vivere:
in una sede aziendale secondaria,
in una città media,
in un piccolo comune,
in un’area interna o rurale.
Con uno stipendio internazionale e una tassazione ridotta del 50%, territori finora esclusi dal lavoro qualificato diventano improvvisamente sostenibili. Non per slogan, ma per numeri concreti: costo della vita più basso, qualità dell’abitare più alta, redditi che entrano nell’economia locale senza passare da grandi poli industriali o direzionali.
Attenzione però: non è una scorciatoia
Questo non è un “liberi tutti” e non è un invito all’improvvisazione. Il regime degli impatriati resta selettivo e richiede:
assenza di residenza fiscale in Italia nei tre anni precedenti,
qualificazione elevata,
trasferimento reale della residenza fiscale,
impegno a restare residenti per almeno due anni,
attività lavorativa svolta prevalentemente dall’Italia.
Inoltre, quando il datore di lavoro è estero, il beneficio fiscale non si applica in busta paga, ma in sede di dichiarazione dei redditi. Serve quindi pianificazione, consapevolezza e una corretta gestione fiscale.
Perché riguarda direttamente lo smart working (e non solo i “cervelli”)
Limitare questo tema ai “cervelli in fuga” sarebbe miope. Questo chiarimento parla anche a:
professionisti che già lavorano da remoto per aziende estere,
italiani all’estero che valutano un rientro graduale,
famiglie che vogliono tornare senza concentrarsi in una metropoli,
aziende internazionali che possono assumere talenti basati in Italia senza aprire una sede locale.
È uno dei primi segnali concreti di una politica fiscale che, pur con tutti i suoi limiti, inizia a riconoscere come funziona davvero il lavoro oggi.
Una finestra aperta sul futuro del lavoro (e dei territori)
Questo interpello non risolve i problemi strutturali del Paese. Non sostituisce servizi, infrastrutture o politiche industriali. Ma rimuove uno degli ostacoli più grandi al rientro: l’idea che tornare in Italia significhi automaticamente fare un passo indietro.
Per chi lavora in smart working - e per i territori che vogliono attrarre persone prima ancora che aziende - questa non è una notizia tecnica.
È una possibilità reale. E, come tutte le possibilità reali, richiede visione, competenza e scelte consapevoli.
Move to Italy, Work for a Foreign Company, Pay 50% Less Tax
Why a new tax ruling makes remote work the missing link between talent return and Italy’s smaller towns
For years, moving back to Italy after working abroad has been framed as a trade-off. You return “home,” but often at the cost of a lower salary, fewer opportunities, and a professional reset that rarely feels like progress. Remote work has existed alongside this narrative, but mostly as a tolerated exception — not as something fully recognised by tax policy.
A clarification published on 18 January 2026 by Il Sole 24 Ore, based on an official ruling by the Agenzia delle Entrate, changes that picture in a meaningful way.
It confirms that you can move back to Italy, continue working remotely for a foreign company, and still benefit from the 50% tax relief offered by Italy’s inbound workers (impatriates) regime.
This is not a loophole, and it is not a creative interpretation. It is a clear position from the tax authorities — and one that has implications far beyond the single case that triggered it.
The case that forced the question
The ruling responds to a request from a highly qualified professional who had spent several years working abroad. After returning to Italy at the end of 2025, she signed an Italian employment contract with a company whose legal headquarters are in Germany. The role allowed for remote work, with an office base in Milan but no obligation to be physically present every day.
The question was simple and fundamental: does the inbound workers tax regime still apply if the employer is foreign?
The answer was equally clear: yes, as long as the work activity is carried out predominantly on Italian territory.
In other words, the decisive factor is not where the company is based, but where the work is actually performed.
Why this clarification matters
At first glance, this may sound like a technical detail. In reality, it removes one of the biggest structural barriers to returning to Italy.
Until now, many professionals assumed that to qualify for tax incentives they would need to work for an Italian company, often based in a major city. This ruling makes it explicit that Italy is willing to tax the work where it happens, not where the employer’s headquarters are.
That single shift aligns tax policy with how work already functions in 2026: distributed, remote, and international by default.
Remote work without professional downgrade
One of the main reasons highly skilled Italians hesitate to return is the fear of losing professional momentum. Salaries, seniority, and international exposure are hard to replicate locally. This ruling allows a different scenario: keep your international role and compensation, but relocate your life — and your tax residence — to Italy.
The 50% tax relief applies to employment and self-employment income, up to a cap of €600,000 per year. The benefit applies through the tax return rather than payroll when the employer is foreign, which means planning and awareness are essential. But the principle is now settled.
Not just Milan: Italy beyond the major cities
Perhaps the most overlooked implication of this ruling is geographical.
If the requirement is to work predominantly from Italy, then the obvious follow-up question is: from where in Italy?
And the answer is refreshingly open.
There is no obligation to live in a major metropolitan area. No requirement to be physically present in a corporate headquarters. No implicit preference for Milan, Rome, or other large cities.
This opens the door to:
secondary cities,
small municipalities,
rural areas and inner regions,
towns that have long struggled to attract qualified residents.
For the first time, high-income international salaries can realistically coexist with life in places that were previously excluded from the global labour market. Not through subsidies or pilot projects, but through everyday tax logic.
A real opportunity — not a free pass
This is not a shortcut, and it is not automatic. The inbound workers regime remains selective. To qualify, individuals must:
not have been tax resident in Italy in the previous three years,
be highly qualified or specialised,
transfer their actual tax residence to Italy,
commit to remaining resident for at least two years,
carry out their work activity predominantly in Italy.
Remote work does not mean fiscal ambiguity. Substance still matters.
Why this is about smart working — not just “brain gain”
Framing this only as a “brain drain reversal” misses the point. This clarification speaks to a broader group:
professionals already working remotely for international companies,
Italians abroad considering a gradual return,
families seeking a different balance between work, cost of living, and quality of life,
foreign companies hiring talent based in Italy without opening local offices.
It signals a slow but important shift: Italian tax policy is starting to recognise how work actually happens today.
A small ruling with long-term consequences
This ruling will not fix Italy’s structural issues. It does not replace infrastructure, healthcare, or long-term territorial strategies. But it removes a major psychological and financial barrier: the assumption that returning to Italy means stepping backwards professionally.
For remote workers, and for territories looking to attract people before companies, this is more than a tax clarification.
It is a concrete opportunity — one that finally connects remote work, international careers, and a more distributed idea of living and working in Italy.


