Ormai funziona quasi sempre allo stesso modo. C’è una località turistica che deve destagionalizzare, un borgo che perde abitanti, qualche centinaio di case vuote, un immobile pubblico da recuperare, un coworking da riempire, un progetto di innovazione da presentare o semplicemente un programma amministrativo al quale si vuole aggiungere un po’ di contemporaneità e di pompa magna? Prima o poi compaiono loro: i digital nomad. Devono portare nuovi consumi, allungare la stagione, salvare i piccoli esercizi commerciali, riempire gli appartamenti inutilizzati, animare i centri storici, creare community, diffondere innovazione, contribuire al ripopolamento e magari convincere qualche impresa a nascere. Manca soltanto che affidiamo loro la pace nel mondo e, almeno sulla carta, possiamo dichiarare risolti buona parte dei problemi dei territori italiani.
Questa volta lo spunto arriva da San Benedetto del Tronto. Cronache Picene racconta che tra le idee contenute nel programma della nuova amministrazione c’è anche quella di rendere la Riviera più attrattiva per nomadi digitali e lavoratori da remoto, attraverso infrastrutture digitali, spazi di coworking, hub per l’innovazione e servizi che consentano di lavorare magari anche guardando il mare. E vorrei chiarire subito una cosa, perché altrimenti finiamo per discutere della cosa sbagliata: l’idea di attirare persone che possano vivere e lavorare a San Benedetto fuori stagione è ottima. In una città che dispone di migliaia di posti letto, appartamenti, ristoranti, servizi e infrastrutture costruiti per sostenere una fortissima domanda estiva, provare a portare persone anche a novembre, gennaio o marzo è quasi ovvio. Se fossi il Comune, lo farei (forse) anch’io.
Il problema comincia quando alla domanda sensata - “come possiamo portare più persone qui fuori stagione?” - sostituiamo automaticamente una risposta già confezionata: “attiriamo i digital nomad”. Perché a quel punto sarebbe forse il caso, prima ancora di progettare il nuovo hub, di fermarsi su una domanda apparentemente banale che continuiamo curiosamente a saltare: chi sono esattamente queste persone e, soprattutto, quante sono?
In Italia già le parole non aiutano. Abbiamo lo smart worker, il lavoratore agile, il remote worker, quello che lavora interamente da remoto, quello che lavora da casa due giorni alla settimana, il freelance che può lavorare veramente da qualunque posto, il dipendente che deve tornare in ufficio il giovedì, il cittadino europeo che passa tre mesi in Italia, l’extraeuropeo che può richiedere un visto specifico, quello che fa una workation di due settimane e, naturalmente, il digital nomad. Nell’uso quotidiano tendiamo tranquillamente a mettere tutti nello stesso calderone, salvo poi estrarne il numero che ci conviene quando dobbiamo dimostrare quanto enorme sia il mercato.
Prendiamo il dato italiano più citato. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano stimava nel 2025 circa 3,575 milioni di lavoratori da remoto in Italia. Tanti, certamente. Ma la definizione comprende chi opera da remoto almeno per una parte del proprio tempo e lo stesso Osservatorio segnala come il modello ibrido strutturato sia quello maggiormente diffuso, soprattutto nelle grandi imprese e nella pubblica amministrazione. Sono quindi 3,575 milioni di persone che utilizzano forme di lavoro a distanza, non 3,575 milioni di italiani che domattina possono mettere un laptop nello zaino, chiudere casa e decidere di vivere per febbraio e marzo a San Benedetto del Tronto.
La distinzione non è una mia fissazione semantica. La fa perfino la normativa italiana. Per gli ingressi dei cittadini extra-UE, il nostro ordinamento distingue il nomade digitale, che svolge attività autonoma altamente qualificata, dal lavoratore da remoto, che invece opera come dipendente o collaboratore. Entrambi devono rispettare requisiti specifici e il regime riguarda una popolazione ben più circoscritta dell’enorme universo che evochiamo normalmente quando pronunciamo l’espressione “digital nomad”.
Poi naturalmente esistono i cittadini europei, che non hanno bisogno di quel visto, e tutti gli altri casi difficili da intercettare statisticamente. Ed eccoci al paradosso più interessante: mentre continuiamo a costruire strategie territoriali attorno al fenomeno, non sappiamo ancora quanti nomadi digitali arrivino realmente in Italia. Nel febbraio 2026 Forbes (allora stiamo sereni!) riportava, richiamando le elaborazioni del Quarto Rapporto sul Nomadismo Digitale, una stima di 20.000-45.000 persone amministrativamente “tracciabili” e, applicando metodologie indirette utilizzate in altri Paesi, un potenziale di 850.000-900.000 presenze annuali. Ma lo stesso articolo specificava chiaramente che non esiste un dato ufficiale italiano capace di misurare con precisione quanti digital nomad entrino o soggiornino nel Paese. Non me ne vogliano gli amici dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali… i numeri sono tutti stimati (magari persino per difetto), per non dire sparati totalmente.
È una differenza gigantesca. Venti o quarantamila persone identificabili non sono novecentomila; novecentomila potenziali passaggi annuali non sono novecentomila persone alla ricerca di una casa per sei mesi; e nessuno dei tre numeri ci dice quante di quelle persone siano interessate a San Benedetto, a un piccolo comune appenninico, alle Madonie, alla Sardegna interna o a ciascuna delle ormai innumerevoli destinazioni italiane che dichiarano di volerle attrarre.
Ed è qui che vorrei vedere, prima o poi, un’altra ricerca. Non l’ennesimo conteggio dei digital nomad nel mondo, ma il conteggio dei digital nomad che abbiamo già promesso a noi stessi. Vorrei prendere tutti i programmi comunali, i bandi, i progetti di rigenerazione, le iniziative regionali, i coworking, i borghi, le località balneari e montane, le aree interne e le destinazioni che negli ultimi anni hanno annunciato di voler attrarre questa popolazione e sommare le aspettative. Ho il sospetto che scopriremmo di aver bisogno di qualche milione di persone, possibilmente tutte contemporaneamente innamorate dell’Italia e tutte desiderose di distribuirsi esattamente nei luoghi nei quali abbiamo bisogno di loro.
Non ho quel numero e non intendo inventarlo. Ma basta fare un conto puramente illustrativo per capire il problema: cinquecento destinazioni che ambissero ad attirare mille lavoratori mobili ciascuna avrebbero già bisogno di mezzo milione di persone. Mille territori che sperassero anche soltanto in cinquecento nuove presenze arriverebbero allo stesso risultato. E queste persone, nel frattempo, non vengono contese soltanto da San Benedetto e dal resto d’Italia: ci sono Spagna, Portogallo, Grecia, Croazia, Malta, Madeira, Canarie e decine di Paesi fuori Europa che hanno costruito politiche e prodotti specifici per lo stesso pubblico.
È anche per questo che, preparando Digital Nomad: finalmente anche in Italia… almeno per un po’, abbiamo preferito non partire dalla dimensione ipotetica del mercato ma dalle persone. Abbiamo raccolto 1.056 risposte da un pubblico internazionale (gli italiani non li abbiamo voluti sentire) che guarda all’Italia e ciò che emerge rende il fenomeno, a mio avviso, molto più interessante ma anche decisamente meno comodo da infilare in una slide comunale. Il nostro campione è più adulto di quanto suggerisca l’immaginario del venticinquenne in coworking; una parte consistente è composta da professionisti senior, manager, imprenditori o persone in una fase post-carriera; quasi la metà preferirebbe avere una base principale dalla quale eventualmente muoversi e soltanto il 9,9% dichiara di desiderare uno spostamento continuo. Casa, mobilità, sanità, servizi quotidiani e qualità della destinazione pesano moltissimo. La community conta, ma meno di quanto spesso raccontiamo.
E questo, tornando a San Benedetto, potrebbe essere un’ottima notizia. Perché significa che forse non serve inventare un villaggio per nomadi digitali e non è detto che la prima cosa da costruire sia un altro coworking. Potrebbe essere molto più utile partire dalla città reale. Quanti appartamenti normalmente utilizzati d’estate potrebbero essere affittati per uno, due, tre o sei mesi tra ottobre e maggio? A quali prezzi? Con quali contratti? Quanti hanno una buona connessione già installata? Quanto è facile vivere senza macchina? Quali ristoranti, palestre, negozi e servizi rimangono aperti a gennaio? Come si arriva agli aeroporti? Quanto è semplice trovare informazioni in inglese? Quali spazi di lavoro esistono già? E soprattutto: per quale motivo una persona che può scegliere tra decine di località dovrebbe scegliere proprio San Benedetto?
A quel punto smetterei persino di preoccuparmi troppo della definizione. Se riesco a portare in città a febbraio una professionista italiana che lavora interamente da remoto, una coppia olandese che può trascorrere tre mesi all’estero, un consulente americano con un visto adeguato, un imprenditore britannico che divide l’anno tra due Paesi o una persona che sta valutando un futuro trasferimento in Italia, per l’economia locale conta molto meno sapere se ciascuno di loro accetti o meno di farsi chiamare digital nomad. Conta che siano lì, che rimangano abbastanza a lungo, che utilizzino case e servizi e che possibilmente tornino.
Per questo la mia proposta non richiesta a San Benedetto sarebbe molto meno spettacolare di un nuovo hub e, temo, anche molto meno adatta a un taglio del nastro. Cercherei venti o trenta appartamenti disponibili fuori stagione, metterei insieme ciò che la città offre già, costruirei un’offerta comprensibile anche per chi arriva dall’estero e cercherei cinquanta persone disposte a viverci per uno, due o tre mesi. Cinquanta, non cinquemila. E misurerei tutto: perché hanno scelto San Benedetto, quanto rimangono, quanto spendono, quali servizi usano, quante volte vanno davvero in coworking, cosa non funziona, perché qualcuno rinuncia, quanti vorrebbero tornare e quanti prenderebbero in considerazione una permanenza più lunga.
Se dopo sei mesi scoprissimo che il principale ostacolo è la mancanza di un grande coworking, costruiamolo. Se scoprissimo invece che il problema sono gli appartamenti, i contratti, i collegamenti o la quasi impossibilità di capire online come si vive a San Benedetto a gennaio, avremmo evitato di risolvere magnificamente il problema sbagliato.
Non sto sostenendo, quindi, che i digital nomad siano irrilevanti. Sarebbe altrettanto superficiale. Il lavoro remoto ha ampliato enormemente la libertà geografica di una parte della popolazione e per località fortemente stagionali, territori con abitazioni sottoutilizzate e città con una buona qualità della vita rappresenta un’opportunità concreta. Ma una opportunità non è automaticamente una strategia, una categoria statistica non è una popolazione omogenea e una parola alla moda non sostituisce un obiettivo misurabile.
Prima di chiedere al digital nomad di destagionalizzare il mare, ripopolare i borghi, salvare il commercio, riempire le case e rimettere in moto l’economia locale, proverei quindi a chiedergli una cosa molto più modesta: verresti davvero qui? Per quanto tempo? E cosa ti servirebbe per restare?
Per la pace nel mondo possiamo riparlarne al prossimo programma elettorale.
LA RICERCA DIETRO QUESTO ARTICOLO
DIGITAL NOMAD: FINALMENTE ANCHE IN ITALIA… ALMENO PER UN PO’
Il primo volume di NOMAG Research Books nasce da 1.056 risposte e prova ad andare oltre l’immagine abituale del nomade digitale: chi è davvero interessato all’Italia, dove vorrebbe vivere, per quanto tempo, che cosa cerca e quanto contano realmente casa, servizi, trasporti, community e qualità della vita.
oppure (meglio)
La versione completa in italiano (e inglese) è inclusa per gli abbonati a pagamento di ITS Journal. Chi vuole iniziare dai risultati principali può leggere anche l’abstract gratuito.
NOMAG Research Books — edizione italiana, ISSN 3153-774X.





