Piccoli comuni, overtourism, case vuote e nuovi abitanti: partendo da un articolo profetico e concretissimo di Marco Bussone, qualche ragione per smettere di parlare dei territori italiani solo d’estate, quando tornano di moda o ci offrono qualche giornata di respiro.
Ho letto un articolo di Marco Bussone che consiglio di leggere per intero, perché riesce a tenere insieme con una concretezza abbastanza rara una quantità di questioni che nel dibattito pubblico vengono invece continuamente separate, semplificate oppure trasformate nella moda del momento: piccoli comuni, montagna, aree interne, turismo, case vuote, lavoro, servizi, possibilità di trasferirsi, fare impresa e costruire una vita fuori dalle grandi città. Il punto di partenza è apparentemente elementare e proprio per questo viene dimenticato con sorprendente facilità: questi territori non sono soltanto luoghi nei quali andare in vacanza, scenografie da fotografare, riserve di autenticità o mercati immobiliari nei quali acquistare qualcosa spendendo molto meno che a Milano, Londra o New York. Sono, prima di tutto, luoghi nei quali qualcuno già vive e nei quali altri potrebbero decidere di vivere, lavorare, investire, innovare e costruire una parte della propria esistenza. Perché questo accada, però, la bellezza non basta e nemmeno il prezzo delle case: servono contemporaneamente abitazioni, servizi, lavoro, infrastrutture, collegamenti e amministrazioni capaci di trasformare un interesse in qualcosa di concreto.
È un ragionamento che sembra scritto per queste settimane. Fa caldo, la montagna torna improvvisamente desiderabile, l’overtourism riempie giornali e conversazioni, alcune città e alcune destinazioni italiane vengono descritte come soffocate dalla quantità di visitatori e, contemporaneamente, riscopriamo che il Paese è composto da migliaia di piccoli comuni nei quali il problema è esattamente opposto. Ricominciamo così a parlare di vita lenta, fresco, seconde case, paesi nei quali trasferirsi, smart working, aree interne, qualità della vita e luoghi nei quali sarebbe possibile vivere spendendo meno e forse vivendo meglio. Tra qualche settimana, molto probabilmente, parleremo d’altro. Lo abbiamo già fatto tante volte e lo rifaremo ancora, fino al prossimo giro di circo, alla prossima emergenza, al prossimo incentivo pubblico, alla prossima classifica dei luoghi nei quali mollare tutto o alla prossima storia capace di convincerci che abbiamo finalmente trovato la soluzione allo spopolamento italiano.
Il problema non è che queste conversazioni siano inutili. Al contrario, l’attenzione serve e può produrre effetti enormi. Il problema è la velocità con cui passiamo dalla scoperta all’oblio, confondendo spesso la quantità di articoli, visualizzazioni, richieste e manifestazioni di interesse con un cambiamento già avvenuto sul territorio. I riflettori si accendono molto velocemente e si spengono altrettanto velocemente, mentre i paesi restano dove erano, insieme alle loro opportunità e ai loro problemi, alle case vuote, ai servizi che funzionano o che mancano, alle imprese, agli amministratori e alle persone che continuano a lavorarci quando l’argomento smette di interessare le prime pagine. Lo fa Bussone, lo fa Uncem, lo fanno sindaci, amministrazioni, associazioni, professionisti e imprenditori locali, e lo facciamo anche noi con ITS Italy quando ogni giorno proviamo a trasformare l’interesse di persone che arrivano dall’estero in qualcosa di più concreto di una bella idea sull’Italia.
Perché la retorica della vita lenta funziona benissimo quando viene osservata da lontano. La piazza, il mercato settimanale, il bar dove tutti si conoscono, il silenzio, la casa di pietra, il verde, il vicino che ti porta i pomodori e l’assenza del traffico sono diventati un prodotto potentissimo, soprattutto per chi vive in una grande città e sogna periodicamente di andarsene. Ma perché quella vita possa davvero essere lenta, dietro devono esserci parecchie cose che funzionano con una velocità decisamente meno romantica: una connessione internet affidabile, un Comune che risponde, un tecnico capace di risolvere un problema, un’impresa disponibile, un medico raggiungibile, trasporti accettabili, una scuola, qualcuno che sappia spiegare a uno straniero cosa deve fare per trasferirsi e un mercato immobiliare nel quale una casa non sia soltanto economica su un portale, ma anche concretamente acquistabile, regolare, ristrutturabile e utilizzabile. La vita può essere lenta soltanto se, dietro le quinte, le palle girano abbastanza velocemente.
È questa la contraddizione che vediamo quotidianamente. Il problema raramente è convincere qualcuno che un piccolo comune italiano sia bello: quella battaglia l’Italia l’ha già vinta, probabilmente da secoli. Le difficoltà cominciano quando qualcuno prende sul serio l’idea di viverci. A quel punto arrivano domande molto meno instagrammabili: dove posso trovare una casa che abbia davvero senso acquistare, quanto costerà sistemarla, quanto tempo servirà, posso provare a vivere lì prima di decidere definitivamente, c’è abbastanza connessione per lavorare, quanto dista l’ospedale, come funziona il visto, dove andranno a scuola i figli, riuscirò a raggiungere un aeroporto senza perdere una giornata, c’è un mercato immobiliare se un giorno volessi rivendere? E soprattutto: chi tiene insieme notaio, tecnico, Comune, impresa, banca e una quantità di procedure che possono essere già complicate per un italiano e diventano inevitabilmente più difficili per chi arriva da un altro Paese?
Bussone individua molto bene tre componenti essenziali di qualsiasi vero progetto di trasferimento: casa, servizi e lavoro. È forse la parte più importante del suo ragionamento, perché ci costringe a smettere di pensare che basti intervenire su uno solo di questi elementi. Puoi offrire la casa più economica d’Italia, ma se non posso lavorare o raggiungere un medico difficilmente avrò costruito una politica di attrazione. Puoi portare la fibra, ma se non esiste un mercato abitativo accessibile o l’unica casa disponibile richiede tre anni di lavori il risultato cambia poco. Puoi promettere contributi e incentivi, ma se chi arriva non trova qualcuno capace di accompagnarlo attraverso il processo l’interesse rischia di fermarsi molto prima del trasferimento. La questione non è quindi trovare una formula magica, ma costruire un ecosistema nel quale la scelta diventi ragionevolmente praticabile.
Vale anche per il turismo, perché parlare oggi di overtourism senza mettere sul tavolo la geografia reale dell’Italia rischia di diventare l’ennesimo esercizio sterile. Abbiamo una fortissima concentrazione di visitatori in alcune città, località costiere e destinazioni iconiche e, contemporaneamente, intere aree del Paese che avrebbero bisogno esattamente del problema opposto. Eppure continuiamo a immaginare la redistribuzione soprattutto in termini turistici: promuoviamo un altro borgo, costruiamo un itinerario, inventiamo il weekend alternativo e proviamo a spostare qualcuno da Firenze a un paese vicino. È utile, naturalmente, ma è soltanto una parte della questione. Sarebbe molto più interessante chiederci come distribuire meglio non solo i turisti, ma anche il tempo che le persone trascorrono nei territori, una parte della domanda abitativa, del lavoro, degli investimenti e della proprietà.
Tra il turista che arriva alle dieci del mattino e riparte alle sei del pomeriggio e la famiglia che sposta definitivamente la propria residenza esiste infatti un universo enorme che continuiamo a trattare male perché non entra facilmente nelle categorie tradizionali. Ci sono persone che trascorrono in Italia tre mesi, sei mesi o una stagione, proprietari di seconde case che tornano molte volte durante l’anno, lavoratori remoti, imprenditori, pensionati internazionali, famiglie che provano un territorio prima di decidere, persone che acquistano una casa e cominciano gradualmente a trascorrervi sempre più tempo. Non tutti diventeranno residenti permanenti e non è necessario che lo diventino perché la loro presenza produca effetti economici. Il tema interessante è comprendere come trasformare una presenza occasionale in una presenza ricorrente e una presenza ricorrente, quando esistono le condizioni, in qualcosa di ancora più stabile.
È anche la ragione per cui stiamo lavorando contemporaneamente su fenomeni apparentemente diversi come il nomadismo digitale e le case a un euro. Nei prossimi mesi usciranno due lavori che affrontano questi temi da prospettive differenti, ma la domanda di fondo è in parte la stessa: cosa succede davvero quando una persona che potrebbe vivere altrove sceglie l’Italia, e quanto siamo capaci di trasformare quella scelta in una relazione duratura con un territorio? Nel lavoro sui digital nomads ci interessa soprattutto ciò che il fenomeno racconta del futuro del Paese e della nuova libertà di scegliere dove vivere e lavorare; in quello sulle case a un euro proviamo invece a separare la straordinaria attenzione internazionale generata da quelle iniziative dai risultati effettivamente prodotti sui territori. Sono due osservatori diversi sullo stesso cambiamento, non soluzioni universali e nemmeno argomenti da trasformare nell’ennesima moda.
D’altra parte, una delle lezioni più interessanti delle case a un euro è proprio questa: essere capaci di mettere un piccolo comune sulle televisioni e sui giornali di mezzo mondo è già un risultato enorme, ma non significa automaticamente averlo ripopolato. Allo stesso modo, attirare digital nomads non significa avere inventato una nuova politica demografica e aumentare gli arrivi turistici non significa avere costruito una comunità più solida. Attenzione, turismo, acquisto immobiliare, presenza temporanea, attività economica e residenza sono risultati differenti e sarebbe molto più utile imparare a misurarli separatamente invece di trasformare ogni numero positivo nella dimostrazione che qualcosa è “rinato”.
Ed è qui che bisogna eliminare anche l’equivoco del buonismo. Non credo che i piccoli comuni italiani debbano essere mantenuti vivi perché sono belli, perché rappresentano un’Italia autentica che ci piace immaginare o perché ci commuove vedere le persiane chiuse. Vale la pena occuparsene perché possediamo un patrimonio immobiliare, infrastrutturale, produttivo e territoriale enorme che in moltissime aree viene utilizzato molto al di sotto delle proprie possibilità; perché mentre alcune città hanno un problema drammatico di accessibilità abitativa, altrove esistono stock di case senza domanda; perché mentre discutiamo di luoghi nei quali ci sono troppe persone, ne possediamo migliaia nei quali ce ne sono troppo poche; e perché esiste una domanda, italiana e internazionale, di persone che potrebbero utilizzare diversamente questi territori se trovassero le condizioni per farlo.
Questa non è beneficenza, è economia. Una persona che acquista una casa, anche senza trasferire immediatamente la residenza, paga tecnici, notai, imprese e artigiani, compra mobili, frequenta negozi e ristoranti, paga imposte, torna, porta altre persone e qualche volta decide di aprire un’attività o di fermarsi definitivamente. Un lavoratore remoto che trascorre quattro mesi in un piccolo comune non risolve lo spopolamento, ma consuma servizi, crea domanda e può diventare qualcosa di diverso da un turista. Un’impresa che sceglie di operare da un territorio interno non salva quel territorio, ma crea lavoro. Nessuno di questi casi, preso singolarmente, è la soluzione; messi insieme, però, raccontano una politica possibile molto più concreta di tanti slogan sulla rinascita dei borghi.
Ed è anche quello che vogliamo raccontare sempre di più attraverso ITS Journal: non soltanto quanto sia bella l’Italia lontano dai luoghi più battuti, ma quanto sia concretamente possibile viverla. Quali territori funzionano, quali servizi esistono, quanto costa realmente una casa, quali ostacoli incontra chi arriva, dove il lavoro remoto è una possibilità concreta, cosa significa vivere in un piccolo comune durante l’inverno e non soltanto durante una settimana di agosto, quali politiche producono risultati e quali soprattutto producono titoli.
Tra qualche settimana il caldo sarà meno interessante, la montagna tornerà a essere meno urgente, l’overtourism probabilmente sparirà dalle prime pagine e anche la vita lenta perderà un po’ del suo fascino stagionale. Bussone e Uncem continueranno però a lavorare sugli stessi problemi, così come continueranno a farlo amministratori, imprese, associazioni e persone che nei territori ci sono dodici mesi l’anno. Anche noi continueremo a ricevere domande da chi vuole capire se una casa, un paese o una possibilità di vita siano realmente praticabili. Perché il circo passa, mentre il territorio resta; e se vogliamo davvero permetterci una vita un po’ più lenta, da qualche parte bisogna finalmente fare in modo che le palle comincino a girare molto più velocemente.


