When Small-Town Schools Fight to Stay Alive
Quando la scuola di provincia resiste
La storia di un giornalista ex BBC che sceglie la Toscana per la sua famiglia e scopre che, accanto a scuole eccellenti, esistono istituti che sopravvivono grazie all’impegno quotidiano di insegnanti, studenti e genitori.
Ogni tanto le storie più interessanti sulla scuola italiana non arrivano dai ministeri o dai grandi dibattiti televisivi. Arrivano dai territori. Dalle famiglie. Dalle persone che decidono di viverli davvero.
È il caso di Marco Colombo, giornalista con un passato alla BBC e oggi tra gli amici della comunità di ITS Journal. Colombo e la sua famiglia hanno fatto una scelta che molti raccontano ma pochi compiono davvero: lasciare una traiettoria professionale internazionale per costruire una vita più radicata in un territorio.
La destinazione è stata la Toscana. Non una Toscana da cartolina, ma quella quotidiana fatta di scuole, servizi pubblici, amministrazioni locali e comunità che devono trovare ogni giorno il modo di funzionare.
Nel suo articolo pubblicato ieri su Il Tirreno, Colombo racconta con lo sguardo doppio del genitore e dell’insegnante cosa significa vivere la scuola pubblica oggi in una città come Follonica.
Nel suo racconto compare anche un passaggio interessante sulle politiche educative più recenti. Colombo ricorda come la misura “Nidi Gratis” introdotta dall’attuale giunta regionale toscana abbia rappresentato un cambiamento importante per molte famiglie. Quando lui arrivò in Toscana nel 2017, racconta, non esisteva nulla di simile: l’unico sostegno disponibile era il piccolo contributo nazionale dell’INPS, circa cento euro al mese, insufficiente a coprire i costi reali dei servizi per l’infanzia.
La nuova misura regionale ha quindi alleggerito in modo concreto il peso economico per molte famiglie, dimostrando quanto le politiche pubbliche possano incidere sulla vita quotidiana delle comunità.
Ma andando avanti nella sua lettera emerge anche l’altra faccia della realtà.
All’Istituto superiore di Follonica, dove studiano oltre 1200 ragazzi, la mancanza di spazi ha portato a situazioni paradossali: alcune classi sono costrette a ruotare tra le aule durante la giornata, mentre altre fanno lezione in ambienti non pensati per l’attività didattica, come l’aula magna. In una classe, racconta, quando piove entra persino l’acqua.
A queste difficoltà si aggiungono dettagli apparentemente minori ma molto rivelatori: l’assenza di distributori automatici o della possibilità per gli studenti di acquistare una semplice bottiglietta d’acqua o uno snack durante la giornata scolastica.
Non sono grandi titoli da giornale.
Ma sono la quotidianità.
Colombo sottolinea anche un altro punto spesso trascurato: gli insegnanti finiscono frequentemente al centro delle polemiche, quando in realtà molte delle difficoltà nascono da problemi strutturali e da scelte amministrative che vanno ben oltre il lavoro dei docenti.
Eppure, nello stesso territorio convivono anche esempi che funzionano.
Lo stesso Colombo cita il Polo Amiata Ovest, dove studenti molto motivati partecipano a programmi europei e si preparano a esperienze internazionali come il progetto TIME – Training in Mobility for Europe, che porta i ragazzi a vivere due settimane di immersione linguistica a Dublino.
È il paradosso della scuola italiana contemporanea: eccellenze e difficoltà convivono nello stesso sistema, spesso a pochi chilometri di distanza.
Per chi osserva il tema più ampio della vita nei territori, questa storia racconta qualcosa di importante.
Chi decide di vivere fuori dalle grandi città — famiglie, professionisti, nuovi residenti o lavoratori da remoto — sa che la qualità dei servizi locali fa la differenza tra un territorio che si svuota e uno che rimane vivo.
Le scuole sono forse l’infrastruttura più importante di tutte.
Quando funzionano tengono insieme comunità intere.
Quando faticano, sono spesso i genitori, gli insegnanti e gli studenti a diventare gli ultimi difensori del sistema.
La lettera di Marco Colombo non è uno sfogo polemico. È piuttosto il racconto di chi ha scelto di esserci davvero. Di chi vive la scuola non come tema astratto ma come parte concreta della vita di una famiglia e di una comunità.
Leggendo la sua storia viene quasi da pensare al film “Un mondo a parte” di Antonio Albanese, dove un insegnante si trova a difendere una piccola scuola destinata a chiudere.
Solo che qui non siamo al cinema.
È la realtà di molte scuole italiane di provincia.
E spesso, a tenerle in piedi, non sono solo le politiche pubbliche.
Sono le persone.
When Small-Town Schools Fight to Stay Alive
A former BBC journalist moves his family to Tuscany and discovers that behind the idyllic image of Italian towns many schools survive thanks to the determination of teachers, parents and students.
Sometimes the most revealing stories about education in Italy do not come from government announcements or national debates. They emerge from local communities, from families, and from people who decide to truly live in the places they talk about.
That is the case of Marco Colombo, a journalist with a background at the BBC and a friend of the ITS Journal community. Colombo and his family made a decision that many people romanticise but few actually take: stepping away from an international professional trajectory to build a life rooted in a specific place.
Their destination was Tuscany. Not the postcard version of Tuscany, but the everyday one made of schools, public services, local administrations and communities trying to make things work.
In an article published yesterday in the regional newspaper Il Tirreno, Colombo writes from the unusual perspective of being both a parent and a teacher, describing what it means to experience the Italian public school system from the inside in a town like Follonica.
He also reflects on a recent policy change that has had a real impact on families. The “Nidi Gratis” programme introduced by the current regional government in Tuscany has significantly reduced the cost of nursery care for many parents. When Colombo first moved to the region in 2017, however, nothing comparable existed. At the time the only support available was the small national INPS allowance of around one hundred euros per month — far from enough to cover the actual cost of childcare.
The new regional policy therefore represents a meaningful shift, showing how public decisions can directly affect the everyday lives of families.
But as his letter unfolds, a more complicated reality emerges.
At the secondary school in Follonica, which hosts more than 1,200 students, the lack of classrooms has led to unusual situations. Some classes are forced to rotate between rooms during the day, while others hold lessons in spaces not designed for teaching, such as the main assembly hall. In one classroom, he writes, rainwater even leaks inside when it rains.
These structural issues are accompanied by smaller but telling details: students cannot even buy a bottle of water or a snack during the school day because the school lacks basic vending facilities.
They are not headline-grabbing problems.
But they are part of everyday life.
Colombo also points out a dynamic that is common in many education debates: teachers often become the target of criticism, even though many of the underlying problems stem from infrastructure limitations and administrative decisions that go far beyond the control of teaching staff.
Yet the picture is not entirely bleak.
Within the same territory there are also examples that work remarkably well. Colombo mentions the Polo Amiata Ovest, where highly motivated students participate in European mobility programs and prepare for international experiences such as TIME – Training in Mobility for Europe, spending two weeks in full English immersion in Dublin.
This contrast reflects a broader paradox of the Italian education system: excellence and struggle often coexist within the same geography, sometimes just a few kilometres apart.
For anyone thinking about life outside major metropolitan areas, the story carries a deeper lesson.
Families, professionals and increasingly remote workers who choose smaller towns quickly realise that the quality of local services determines whether a community thrives or slowly fades away.
Schools sit at the very centre of that equation.
When they work, they hold communities together.
When they struggle, it is often parents, teachers and students who become the last line of defence.
Marco Colombo’s letter is not a rant. It is the voice of someone who has chosen to be present. Someone who experiences education not as an abstract policy discussion, but as the daily reality of a family and a community.
Reading his story almost feels like the plot of the Italian film “Un mondo a parte,” where a teacher tries to save a small mountain school from closure.
Except this time it is not fiction.
It is the everyday reality of many small-town schools across Italy.
And often, what keeps them alive is not only public policy.
It is people.



