Torno al mio Paese. Ma non soltanto per le ferie.
A Very Italian Experience
Questo articolo parte, dichiaratamente, da una provovazione presa in prestito, con il permesso dell’autrice, da Enrica Nicoli Aldini. Lei ha scritto una cosa molto intelligente. Io proverò a rovinarla aggiungendoci qualche esperienza personale, una dose maggiore di cattiveria e, soprattutto, una ragione per pensare che da quella nostalgia e sensi di colpa si possa ripartire.
Qui sotto l’articolo di Enrica👇
Fino a pochi giorni fa avevo classificato Al mio paese (sotto👇), la canzone di Serena Brancale, Levante e Delia, tra quei tormentoni accuratamente progettati solo per accompagnare una puntata di Affari tuoi, una pubblicità della Fiat con l’immancabile automobile che attraversa lentamente una piazza del Sud e qualche migliaio di video estivi pieni di stazioni ferroviarie, tavolate, nonne, luminarie, bambini che giocano per strada e persone che tornano a casa con la valigia. Una canzone orecchiabile, estiva, italianissima e sufficientemente innocua da poter essere utilizzata, nel giro di poche settimane, per vendere automobili, passate di pomodoro, compagnie telefoniche, vacanze e forse persino una polizza sulla vita. Da milanese-londinese confesso che il tutto non trova il mio massimo entusiasmo.
Già il 14 aprile 2026 Il Post, nell’articolo significativamente intitolato «Le signore sulle sedie, quando torno al mio paese», aveva raccontato la polemica nata intorno alla canzone, descritta come un brano costruito con una certa evidenza per diventare uno dei tormentoni dell’estate. Come se negli ultimi 30/40 anni qualcuno si fosse posto il problema… L’articolo ricostruiva senza inutili moralismi le due posizioni principali: da una parte chi considerava Al mio paese una canzone pop, spensierata e volutamente semplice, alla quale sarebbe assurdo chiedere una rappresentazione sociologica del Mezzogiorno; dall’altra chi vedeva in quelle immagini una versione esotizzata, immobile e caricaturale del Sud, buono soprattutto per le ferie, le feste comandate e il ritorno nostalgico di chi è dovuto andare a lavorare altrove.
Il testo della canzone, del resto, mette insieme quasi tutto il repertorio disponibile: le anziane che parlano sedute sulle sedie, le piazze piene, i bambini che giocano a pallone, le donne che stendono le lenzuola, le madonne nelle chiese, i parenti da visitare per evitare che si offendano, la gente che mangia, beve e piange. Le autrici hanno spiegato di non considerare queste immagini luoghi comuni degradanti, ma ricordi d’infanzia autentici e quasi sacri - e se lo dicono loro ci tocca crederci. Ed è perfettamente possibile che lo siano. Uno stereotipo non è necessariamente un’invenzione: spesso è un frammento vero ripetuto così tante volte da finire per occupare tutto lo spazio, cancellando il resto e sovrapponendosi alla realtà.
È proprio questa la critica più interessante riportata dal Post. Riccardo Di Blasi, su Orticalab, osservava che la nostalgia raccontata dalle tre cantanti è reale, ma si appoggia alla rappresentazione di un Sud che forse non esiste più o che si manifesta soltanto nei giorni delle sagre, delle feste patronali e dei ritorni estivi. Alice Valeria Oliveri descriveva invece il brano come un concentrato di folklore, meridionalismo da cartolina e rebranding da B&B in stile barocco e “Vita Lenta”. Claudia Fauzia andava ancora più al centro della questione: il problema non sono le luminarie, le piazze o le signore sulle sedie, perché quelle cose esistono davvero; il problema è la struttura complessiva della narrazione, nella quale il Meridione diventa il luogo dell’immobilismo, della pausa, del non lavoro e dell’intervallo tra una vita vera e l’altra.
Il Post riportava anche una posizione più indulgente, quella di Salvatore Ruffino del Cappuccino Media: perché mai dovremmo pretendere da una hit estiva una funzione sociale? La canzone non vuole spiegare Palermo, Catania, Bari o l’impatto del turismo di massa; è un’operazione pop economicamente intelligente, dice banalità riconoscibili e sa perfettamente che cosa sta vendendo. Anche questa obiezione è sensata. Non credo che una canzone debba contenere un piano industriale per il Mezzogiorno, una valutazione d’impatto sulla gentrificazione e un’appendice dedicata al declino demografico. Il problema, semmai, comincia quando ci accorgiamo che quelle stesse banalità non sono vendute soltanto da una canzone, ma costituiscono ormai buona parte del modo in cui raccontiamo, promuoviamo e perfino immaginiamo interi territori.
Poi ho letto l’articolo di Enrica Nicoli Aldini, “Al mio Paese (ammissione di colpa)”, e per colpa sua mi sono persino ascoltato l’intero brano - e di questo dovrà rendere conto. Spero sinceramente per l’ultima volta, ma possiamo passare oltre. Enrica porta tutto questo in un territorio più personale e, proprio per questo, più scomodo. Vive negli Stati Uniti e racconta di aver ripetuto per anni, tornando in Italia, quanto fosse straordinario il nostro Paese: il cibo, le piazze, l’arte, il vino che non richiede un mutuo, il piacere di sedersi davanti a un edificio medievale o rinascimentale con la naturalezza con cui altrove ci si siede davanti a un centro commerciale. Tutto vero, soltanto che quella meravigliosa vita italiana veniva goduta grazie a uno stipendio americano, a una stabilità professionale costruita altrove e alla condizione privilegiata di chi in Italia tornava, appunto, durante le ferie.
La sua non è una ritrattazione e neppure una confessione pubblica nella quale ci si punisce per aver goduto di qualcosa che altri non possono permettersi. Enrica non dice che l’Italia bella sia falsa. Dice che il suo sguardo era vero ma incompleto. La piazza esiste davvero, il cibo è davvero migliore, lo spritz costa davvero meno che negli Stati Uniti e la nostalgia di chi è partito non è una posa costruita per Instagram. Ma quella stessa piazza, osservata da chi deve viverci tutto l’anno con un contratto precario, uno stipendio insufficiente, un figlio da crescere e una casa che non riuscirà probabilmente mai a comprare, assume un significato inevitabilmente diverso. La vita lenta esiste, scrive in sostanza, ma è molto più piacevole quando hai la possibilità economica di sceglierla.
Sono considerazioni sacrosante e sono anche cose che conosco bene, perché vivo fuori dall’Italia da circa trent’anni e da altrettanto tempo ascolto italiani all’estero spiegare quanto si stia bene in Italia e italiani rimasti in Italia spiegare quanto sia difficile viverci. Generalmente hanno ragione entrambi, ma parlano di due esperienze che raramente riescono a incontrarsi. Chi torna porta con sé la nostalgia, un reddito spesso prodotto altrove e la certezza di una data di partenza. Chi rimane deve confrontarsi anche il lunedì mattina con gli stipendi ridotti all’osso, i trasporti, le scuole, gli ospedali, la burocrazia e quella parte della vita italiana che non finisce nei video accompagnati da una taranta radiofonica.
Per molti anni il ritorno in Italia è stato esattamente questo: una parentesi. Si tornava per mangiare, riposare, vedere la famiglia, recuperare una parte della propria identità e lamentarsi del Paese con la tranquillità di chi aveva già prenotato il volo di ritorno. Da milanese questa esperienza è sempre stata, a dire il vero, molto annacquata, ma ci siamo capiti, no? Ci si commuoveva davanti al tramonto, si insultava la pubblica amministrazione, si celebrava il sapore dei pomodori e si ripartiva verso il posto nel quale si producevano il reddito, la stabilità e le opportunità necessarie per potersi permettere quella parentesi italiana. Il senso di colpa raccontato da Enrica nasce nel momento in cui ci si rende conto che la vita meravigliosa che stavamo celebrando non era necessariamente la vita quotidiana degli italiani, ma la vacanza italiana di chi poteva permettersela.
Ed è proprio qui, tuttavia, che vorrei prendere in prestito il suo articolo e portarlo da un’altra parte. Perché il senso di colpa può essere utile per qualche minuto, ma non è un progetto territoriale, non crea lavoro, non recupera una casa abbandonata, non riapre un negozio, non migliora un collegamento ferroviario e non convince nessuno a tornare. Diventa interessante soltanto quando smette di essere una conclusione morale e si trasforma in una domanda concreta: che cosa accade se quella nostalgia, quel reddito, quelle competenze e quelle relazioni costruite altrove non vengono utilizzati soltanto per trascorrere due settimane in Italia, ma per tornarci davvero, almeno in parte, o per portare qualcun altro al nostro Paese non soltanto durante le ferie?
Negli ultimi anni sono successe alcune cose che complicano la storia. Non hanno cancellato gli stipendi bassi, la precarietà, la burocrazia, il declino demografico o la cattiva politica. Ma hanno reso meno rigido il confine tra il luogo in cui si lavora e quello in cui si vive. Sempre più persone possono lavorare da remoto, alternare Paesi diversi, tornare per periodi più lunghi, trasferire un’attività o costruirne una nuova in luoghi dai quali, per decenni, si è soprattutto partiti. Non vale per tutti e non basta certamente un computer portatile per risolvere i problemi delle aree interne o del Sud Italia, ma qualcosa è cambiato. Continuare a raccontare il ritorno soltanto come una vacanza nostalgica rischia quindi di essere limitante quasi quanto raccontare l’Italia soltanto attraverso la precarietà e la fuga.
Il punto non è sentirsi in colpa perché si sta bene tornando in Italia. Il punto è domandarsi perché quella qualità della vita debba essere accessibile soprattutto a chi produce reddito altrove e che cosa possiamo fare perché diventi, almeno un po’ di più, anche una possibilità per chi vive qui tutto l’anno. Non attraverso l’ennesima campagna sulla dolce vita, il place in the sun o l’autenticità dei borghi, ma sporcandosi le mani con case, servizi, imprese, trasporti, comunità e lavoro.
Perché forse il problema più grande non è la canzone. È che noi italiani siamo spesso i peggiori nemici di noi stessi, soprattutto quando dobbiamo raccontare il nostro Paese. Agli italiani diciamo che non c’è futuro, che chiunque abbia talento deve andarsene e che soltanto un pazzo potrebbe tornare. Agli stranieri vendiamo invece il sole, le signore sulle sedie, i bambini che giocano per strada, la pasta fatta a mano e una vita sospesa in cui, apparentemente, nessuno lavora mai.
Riusciamo così a essere, nello stesso momento, i principali detrattori dell’Italia e i suoi peggiori agenti immobiliari.
Agli italiani vendiamo la fuga. Agli stranieri vendiamo la scenografia.



