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ITS for ITalianS (Ep. 3)

Intervista a Eleonora Voltolina e presentazione del suo libro "Crescere expat - Famiglie italiane in giro per il mondo".

L’espatrio è solo l’inizio. Il resto non lo racconta nessuno.

Con Eleonora Voltolina andiamo oltre la narrativa della partenza: famiglie italiane all’estero tra welfare, compromessi e ritorni che non sono quasi mai economici


Per anni abbiamo raccontato gli italiani all’estero come un momento. Una scelta. Una partenza. Un gesto quasi simbolico: il giovane che prende e va, il talento che fugge, la valigia piena di aspettative. Fine della storia.

Il problema è che quella storia, in realtà, lì non finisce. Lì inizia.

La conversazione con Eleonora Voltolina - giornalista e autrice di ‘Crescere expat’ - serve proprio a ribaltare questa impostazione comoda. Perché il suo lavoro non si ferma alla partenza, ma entra nella parte che nessuno racconta: cosa succede dopo, quando le persone smettono di essere “expat” e iniziano semplicemente a vivere.

Il primo dato, quasi brutale nella sua semplicità, è che si parte per lavoro. Non per spirito d’avventura, non per fascinazione internazionale, ma perché l’opportunità concreta è altrove. Il resto viene dopo.

E quel “dopo” ha una struttura molto più stabile di quanto si voglia ammettere. Le persone costruiscono carriere, relazioni, famiglie. E soprattutto fanno figli. Ed è qui che la narrazione italiana si inceppa: perché nel momento in cui entrano in gioco le famiglie, l’espatrio smette di essere un’esperienza temporanea e diventa una condizione.

I figli, emerge chiaramente dalla ricerca su oltre 1.200 famiglie italiane all’estero, funzionano come un punto di consolidamento. Non perché blocchino tutto, ma perché rendono ogni scelta più complessa, più radicata, meno reversibile. La mobilità resta, ma non è più leggera.

E qui arriva il secondo cortocircuito rispetto alla narrativa dominante: vivere all’estero non significa automaticamente vivere meglio dal punto di vista economico. I conti, soprattutto con una famiglia, tendono ad assomigliarsi molto più di quanto si pensi - o perlomeno si avvicinano.

La differenza vera non è (solo) quanto guadagni. È come sei sostenuto.

Il welfare, molto più del salario, è il vero spartiacque. In molti Paesi europei, il costo dei figli viene riconosciuto come un fatto strutturale: scuola realmente gratuita, materiali inclusi, sussidi che accompagnano le famiglie per anni. Non è generosità, è sistema.

In Italia, invece, continuiamo a raccontarci una storia diversa. Formalmente abbiamo servizi, nella pratica trasferiamo una parte consistente dei costi sulle famiglie. E quando il sistema non arriva, entra in gioco quello informale: i nonni, la rete familiare, quella forma di welfare invisibile che funziona finché resta vicina.

Il punto è che quando parti, quel paracadute sparisce. E devi sostituirlo con servizi veri. Se non ci sono, il modello scricchiola. Se ci sono, regge. È una dinamica molto più concreta e molto meno ideologica di come viene spesso raccontata.

Ma c’è un altro elemento che emerge con forza e che raramente entra nel dibattito: la qualità della vita non è solo economica. Spazi pubblici, servizi pensati per i bambini, contesti sociali inclusivi per le famiglie fanno una differenza enorme nella percezione quotidiana. Non è un dettaglio, è una condizione strutturale del vivere.

E poi c’è il tema che tutti evocano ma pochi analizzano davvero: il ritorno.

Qui la narrativa si ribalta completamente. Se si parte quasi sempre per lavoro, non si torna quasi mai per lavoro. Le motivazioni sono altre: la famiglia, le radici, una stanchezza sottile che si accumula nel tempo. Il desiderio di avvicinarsi a qualcosa che non è replicabile all’estero.

Ed è forse questo il punto più interessante: l’Italia continua a essere competitiva, ma non dove pensa di esserlo. Non sulle condizioni economiche, non sul sistema, ma su un piano emotivo e relazionale che non è esportabile.

Il rischio, però, è evidente. Continuare a raccontare solo la partenza significa rinunciare a capire tutto quello che viene dopo. Significa non ascoltare una comunità enorme che vive fuori ma che potrebbe contribuire molto di più, se solo venisse considerata parte del dibattito e non una parentesi chiusa.

Il lavoro di Eleonora Voltolina ha un merito preciso: riportare complessità dove c’era semplificazione. Dare voce a una fase della vita che non fa notizia, ma che è quella che dura davvero.

Perché l’espatrio non è una scelta che si esaurisce nel momento in cui parti. È una traiettoria lunga, fatta di adattamenti, compromessi e, a volte, ritorni.

E soprattutto è una storia che non può più essere raccontata solo all’inizio.


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Expatriation is just the beginning. The rest no one talks about.

With Eleonora Voltolina we move beyond the departure narrative: Italian families abroad navigating welfare, trade-offs, and returns that are rarely economic


For years, Italians abroad have been reduced to a moment. A decision. A departure. A symbolic gesture: the young professional leaving, the talent escaping, the suitcase full of expectations. End of story.

Except the story doesn’t end there. That’s where it begins.

The conversation with Eleonora Voltolina - journalist and author of ‘Crescere expat’ - shifts the lens entirely. Her work doesn’t stop at departure; it explores what comes after, when people stop being “expats” and simply start living.

The first insight is straightforward: people leave for work. Not for adventure, not for cultural fascination, but because opportunity is elsewhere. Everything else follows.

And what follows is far more stable than the narrative suggests. People build careers, relationships, families. And when children enter the picture, expatriation stops being temporary and becomes structural.

Children act as anchors. Not immovable, but enough to slow down mobility and make every decision more layered and less reversible.

Another misconception quickly collapses: living abroad does not automatically mean living better financially. Costs, especially for families, tend to balance out.

The real difference is not income. It’s support.

Welfare systems, more than salaries, define the experience. In many European countries, the cost of raising children is structurally acknowledged through public policy: genuinely free education, materials included, long-term financial support.

In Italy, the model is different. A significant portion of these costs is shifted onto families. And when public support falls short, informal systems step in: grandparents, family networks, proximity-based support.

But when you leave, that safety net disappears. And it has to be replaced by services. If they exist, the system works. If they don’t, it starts to crack.

There is also a less discussed dimension: quality of life is not purely economic. Public spaces, family-oriented services, and inclusive environments shape everyday experience in ways that matter deeply.

Then comes the most misunderstood phase: returning.

If people leave for work, they rarely return for work. The drivers are emotional: family ties, cultural roots, a growing sense of distance.

Italy, in this sense, remains competitive, but not where it believes. Not economically, not structurally, but emotionally.

And that is both its strength and its limitation.

The real issue is not expatriation itself. It’s the refusal to understand what happens after.

Because the story of Italians abroad does not end when they leave. That’s just where it starts.


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